Proposta per le ‘Fabbriche Recuperate’

PROPOSTA DI SOSTEGNO AL RECUPERO DELLE AZIENDE
DA PARTE DEI LAVORATORI/TRICI


Le aziende italiane in chiusura o in via di dismissione a causa della crisi dovrebbero avere un trattamento di favore da parte dello stato: la priorità per la loro gestione va assegnata agli stessi lavoratori organizzati in cooperativa. Non possiamo aspettarci che investitori esteri o italiani, possano far sempre gli interessi dei lavoratori/trici locali.


17/12/2014

Premessa

Le Fabbriche Recuperate: ossigeno per l’economia italiana.

1. La gestione ‘privata dei mezzi di produzione’ delle aziende ha fallito clamorosamente con le conseguenze sociali ed economiche devastanti che sono davanti ai nostri occhi (Parmalat, Cirio etc.). In questo periodo storico si moltiplicano i casi di corruzione, spreco di denaro pubblico, che potrebbe essere impiegato proficuamente per creare le condizioni, per la ripresa economica e la garanzia a tutti i cittadini delle necessità basilari per vivere attraverso un lavoro o delle rendite per chi non può lavorare.

2. L’aspirazione a consegnare le aziende italiane nelle mani di un gruppo di investitori italiani o esteri, non ha dato, nel tempo i frutti sperati. Molte aziende italiane sono state derubate dei brevetti, dei macchinari in favore di produzioni delocalizzate di cui beneficiano altre popolazioni. Altre sono diventate di proprietà di aziende estere che non investono in Italia, ma derubano degli utili la popolazione locale. Deve essere data priorità alla proprietà dei lavoratori della stessa azienda e lo Stato, Regione, Provincia o Comune devono favorire tale transizione, un contributo per diminuire la disoccupazione.

3. La Globalizzazione Economica, l’apertura incondizionata dei mercati ha provocato la delocalizzazione di circa 36.000 aziende italiane all’estero, con circa 900.000 occupati.

Associata alle massicce importazioni, ha causato la distruzione del tessuto produttivo italiano con la chiusura di più di 370.000 aziende 100.000 esercizi commerciali e 270.000 aziende agricole.

4. Oggi per un singolo imprenditore è impossibile sostenere l’immane lavoro necessario per la buona gestione dell’azienda e non si può certo sostituire al lavoro dei singoli collaboratori / trici, nel rapporto di cooperazione subordinata, classico della impresa con dipendenti. L’impostazione autoritaria in questo settore non funziona più.

La visione della gestione co-operativa risolverebbe in un sol colpo queste problematiche.

Il fenomeno nato prepotentemente in Argentina dopo la crisi del 2004, definito dagli stessi lavoratori FASINPAT, ‘Fábrica Sin Patróne’, Fabbriche Senza Padrone, ha fatto capolino anche in Italia.

Abbiamo visto diversi casi in cui il datore di lavoro lascia l’azienda nelle mani dei suoi operai/ie, (…), il cui il titolare lascia in eredità la fabbrica ai suoi lavoratori/trici (…) e in altri casi in cui la fabbrica chiusa da una multinazionale, che lascia l’Italia per la troppa incertezza sui profitti, viene rilevata dagli stessi operai: ad es. la GresLab di Scandiano (Reggio nell’Emilia).

5. Vi è un fattore chiave necessario per la riapertura, il recupero e il successo produttivo, delle fabbriche da parte dei lavoratori: ripristino del tessuto socio economico locale o nazionale che permetta l’assorbimento dei loro prodotti.

Tale ambiente congeniale, per l’assorbimento dei prodotti di queste aziende cooperative, è costruito in stretto contatto con la popolazione locale che dovrebbe preferire i prodotti locali rispetto a quelli di importazione, anche nel caso questi fossero meno competitivi e meno performanti.

In effetti, nei prodotti di importazione, il prezzo non comprende mai i danni:

  • sociali
  • economici e
  • strutturali

della mancata produzione, lavoro, reddito, tasse locali, per lo meno per quei prodotti che possiamo produrre localmente ad eccezione dei beni strumentali (tecnologie e macchinari per produrre altri beni).

Questa dovrebbe essere una ragione sufficiente per ispirare le persone a comperare i prodotti di queste aziende recuperate locali, tanto meglio se cooperative.


Proposta

Proposta per lo Stato ed Enti Locali per il riassetto del sistema economico e produttivo locale:

  • Censimento delle aziende industriali, agricole, di consumo, servizi, in crisi
  • Possibilità, da parte delle Amministrazioni Locali, di rilevarle a prezzi stracciati e consegnarle gratuitamente in mano ai lavoratori/trici organizzati in cooperativa
  • Possibilità, da parte delle Amministrazioni Locali, di acquistarle e venderle a prezzo contenuto ai lavoratori/trici organizzati in cooperativa. Prestito restituibile in tempi ragionevoli a seconda delle possibilità dell’azienda.
  • Per le Aziende che producono MATERIE PRIME: Recupero e Gestione da parte della Amministrazione Locale. La gestione dovrebbe essere attuata con il sistema “Né perdita, né profitto” per tenere bassi i prezzi delle materie prime e non creare inflazione.
  • Trattamento fiscale agevolato per il primo anno di vita
  • Accompagnamento gratuito della ristrutturazione amministrativa e produttiva in cooperativa.
  • Istituzione di un fondo finanziario per aiutare la transizione dalla azienda dismessa, in via di dismissione, verso una gestione collettiva della medesima, sotto forma di cooperativa.

Benefici

  • Può ridurre significativamente la disoccupazione
  • Diminuirà il contenzioso tra Azienda, Sindacati e Governo nella stipula del contratto o contratti nazionali di lavoro
  • Lo stato eventualmente non dovrà pagare la cassa integrazione per 3 anni ad un lavoratore che per legge non potrà lavorare o non produrrà nulla
  • Renderà il lavoratore responsabile per il proprio destino economico
  • Contribuirà ad una più razionale distribuzione della ricchezza
  • Diminuirà la concentrazione della ricchezza in mano a pochi imprenditori, causa in genere di recessione e depressione economica poiché viene bloccato il movimento del denaro
  • Massima utilizzazione delle potenzialità individuali, necessarie per lo sviluppo economico a 360 gradi
  • Può dare nuovo impulso alla democrazia nel posto di lavoro (Democrazia Economica): partecipazione collettiva alle decisioni sul posto di lavoro e la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

In questo modo, il piccolo investimento del Comune, Provincia, Regione o Stato, diventerà un investimento produttivo e funzionale alla ripresa socio economica dell’area economica presa in considerazione.

Non sarà un investimento passivo, che grava pesantemente sulle casse dell’INPS e dello Stato in generale.

Tarcisio Bonotto                       Franco Bressanin
Istituto di Ricerca PROUT             Istituto di Ricerca PROUT

Un manifesto per l’autogestione


In Italia i cosiddetti worker buyout si stanno diffondendo utilizzando i fondi di mobilità e il Tfr. Ecco perchè le istituzioni pubbliche dovrebbero favorirli.
Alcuni effetti sociali della globalizzazione contemporanea, dall’aumento della disoccupazione, della povertà relativa e della disuguaglianza alla riduzione della quota-salari in quasi tutto il mondo, rendono sempre più evidente che l’accumulazione capitalistica non è in grado di servire adeguatamente la causa della felicità umana.


Il testo da da: Sbilanciamoci.info 16/12/2014

mappa_imprese_recuperateIn Italia i cosiddetti worker buyout si stanno diffondendo utilizzando i fondi di mobilità e il Tfr. Ecco perchè le istituzioni pubbliche dovrebbero favorirli

Alcuni effetti sociali della globalizzazione contemporanea, dall’aumento della disoccupazione, della povertà relativa e della disuguaglianza alla riduzione della quota-salari in quasi tutto il mondo, rendono sempre più evidente che l’accumulazione capitalistica non è in grado di servire adeguatamente la causa della felicità umana. Gli effetti di svuotamento di sostanza delle istituzioni deliberative nazionali sotto la pressione della “sovranità dei mercati” dimostrano inoltre che essa non è in grado neanche di assicurare la libertà individuale e la partecipazione dei popoli ai processi decisionali. Un numero crescente di persone si sta convincendo che il capitalismo va superato se si vuole che l’economia stia al servizio dell’uomo e non viceversa.

I disastrosi fallimenti novecenteschi dei tentativi di costruzione del socialismo sembrano aver disarmato i politici e gli economisti, rendendoli incapaci di costruire progetti realistici e convincenti di superamento del capitalismo. Bisogna, allora, ricominciare dai fondamenti per immaginare un tipo di società nuova capace di salvare l’umanità dal disastro. Non che manchino modelli teorici, anzi, ce ne sono fin troppi. Ma su quali debbano essere quei fondamenti non sembra esserci comunanza di vedute.

Tuttavia c’è un suggerimento molto interessante che viene dalla società e in particolare dalle pratiche con cui molti lavoratori reagiscono alla chiusura delle fabbriche. In diversi paesi europei e americani gli operai che perdono il posto di lavoro cercano di appropriarsi delle fabbriche che chiudono per fallimento o delocalizzazione trasformandole in cooperative autogestite.

In Italia questi processi di worker buyout si stanno diffondendo e vengono attuati usando i fondi di mobilità e il TFR e con l’assistenza organizzativa e finanziaria di Legacoop, Coopfond, banche e altre istituzioni finanziarie. Va da sé che le difficoltà sono enormi, e che non tutte queste iniziative hanno successo.

Crediamo che la collettività, per mezzo delle istituzioni pubbliche e delle organizzazioni non governative, debba favorire questi processi, sia con l’offerta di facilitazioni finanziare sia con l’adeguamento legislativo. E pensiamo che gli economisti, i sociologi, i giuristi e i politici debbano dare il loro contributo teorico e pratico.

Queste iniziative dei lavoratori, se messe in condizioni di avere successo e di svilupparsi, preannunciano un processo di superamento del capitalismo e di costruzione di una società e di un’economia più umane. Per restare alla sfera strettamente economica, esse prefigurano un’organizzazione produttiva basata su imprese cooperative autogestite che operano in un mercato ben regolato. Pensiamo che, se in una fase di transizione le imprese autogestite si trovano in competizione con le imprese capitalistiche, alla lunga possano risultare vincenti, se non altro perché sono più efficienti di esse almeno nella gestione delle asimmetrie informative nel processo produttivo; purché le seconde non siano sistematicamente favorite dalle politiche governative, dai mercati finanziari e dalla tolleranza verso le pratiche oligopolistiche.

Un problema che si sta rivelando sempre più grave è creato dal fatto che nel moderno capitalismo globalizzato le grandi imprese multinazionali tendono a costruire potere monopolistico e monopsonistico soprattutto con il controllo dei diritti di proprietà intellettuale, in virtù del quale esercitano potere e sfruttamento anche nei confronti delle piccole-medie imprese su cui delocalizzano la produzione di beni intermedi. Per evitare che le imprese autogestite restino schiacciate da questo tipo di sfruttamento è necessario un forte intervento politico e legislativo volto tra l’altro a favorire gli investimenti pubblici e cooperativi nella ricerca e a contrastare la tendenza alla privatizzazione monopolistica della conoscenza.

Una società in cui si sviluppa un forte settore cooperativo offre molti vantaggi:

  • può dare la libertà decisionale ai lavoratori nel processo produttivo, sottraendoli alle angustie del contratto di lavoro subordinato
  • può dare autonomia nell’attività lavorativa, rendendo possibile organizzare il processo produttivo in modo che il lavoro fornisca motivazioni intrinseche e consenta l’attivazione di pratiche di autorealizzazione
  • può rivitalizzare la democrazia in quanto, da una parte toglie potere al grande capitale, dall’altra educa i lavoratori alla partecipazione mentre li incentiva a esercitare il controllo sulle istituzioni politiche che governano i mercati, la finanza e le politiche sociali e industriali
  • può ridurre la disoccupazione, sia perché fa scomparire la disoccupazione per alto costo del lavoro, sia perché, in presenza di contrazioni della domanda, i soci cooperatori possono decidere di ridurre l’orario di lavoro invece che l’occupazione
  • può sostenere processi di redistribuzione ugualitaria dei redditi e di eliminazione dello sfruttamento del lavoro
  • può contrastare i processi di delocalizzazione, perché il lavoro non si delocalizza, almeno non quanto il capitale
  • può portare all’eliminazione del precariato, perché il contratto di associazione è a tempo indeterminato.

Le società umane – crediamo – diventano alla lunga sempre più libere. Si è abolita la schiavitù, si è abolita la servitù della gleba, ma non si è ancora abolito il lavoro salariato. Si è introdotto il diritto di voto inizialmente per i più abbienti e i più istruiti, poi per i maschi, infine per le donne. Occorre ora dare il voto, nelle imprese, a tutti coloro che partecipano all’attività produttiva.

http://sviluppofelice.wordpress.com/2014/12/04/manifesto-per-lautogestione/

Per aderire, scrivere a bruiossa@unina.itoppure a screpanti@unisi.it

Da: Sbilanciamoci.info

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Da Corriere della Sera: Dario di Vico – I 36 casi in cui i lavoratori hanno salvato l’azienda 

Crisi e fabbriche recuperate: la Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio (Mi)


Una giornata di festeggiamenti per l’iniziativa affatto isolata nel panorama europeo, come testimonia il rafforzamento del network workerscontrol.net di cui sta per essere avviata l’edizione italiana


ri-maflow

Ri-Maflow compie un anno. E l’occasione di festeggiare c’è tutta. Allo stabilimento di Trezzano sul Naviglio, abbandonato dalla Maflow qualche anno fa, dopo anni di produzione componentistica per la Bmw, sabato 1 marzo è in corso la giornata iniziata alle 10 con il concorso fotografico con giuria professionale. Alle 16 sarà la volta del dibattito La Mafia a Milano: ri-legalizziamoci occasione per discutere della ricerca sugli appalti di Expo 2015 e poi concerto e festa fino a mezzanotte. Da festeggiare, dicono i lavoratori, c’è tanto. Dopo mesi di presidio ai cancelli, tra il 2010 e il 2012, sono stati licenziati in 330 con le produzioni trasferite in Polonia. Però, una ventina di loro, non si sono persi d’animo e si sono messi in testa un’idea un po’ folle: iniziare una nuova attività produttiva in autogestione. “Il primo marzo 2013 – racconta Gigi Malabarba, pensionato e tra i principali attivisti del progetto – ci siamo formalmente costituiti nella cooperativa Rimaflow, ispirandoci ai principi delle storiche società operaie di mutuo soccorso dell’800, nate agli albori del movimento operaio: solidarietà, uguaglianza, autogestione”.

Al tempo della crisi e dei licenziamenti a raffica, la risposta è sembrata ai più un’idea bislacca o, nel migliore dei casi, una perfetta ingenuità. Eppure, da allora, Ri-Maflow è diventata il simbolo di una speranza, di una possibilità diversa, di una scommessa innovativa. Decine di trasmissioni tv le sono state dedicate, perfino da Porta a Porta – passando per il Tg2, il Tg3, tutti i principali giornali italiani e anche qualche copertura europea – gli operai che si sono rimessi in gioco hanno girato l’Italia intera dovendo rifiutare decine di inviti per l’impossibilità a presenziare. Dopo decenni in cui alla chiusura della fabbrica e alla prospettiva di rimanere a lungo senza un’occupazione, l’idea, radicale e drastica, di “riprendersela” la fabbrica ha suscitato interesse e simpatia. Gli operai di Ri-Maflow non hanno ovviamente ripreso la vecchia produzione. L’azienda si è portata via i macchinari più importanti e, in ogni caso, non è semplice recuperare un’attività che deve vedersela con la distribuzione, i collegamenti esterni, l’indotto, i canali internazionali. Però i lavoratori hanno occupato i 30mila metri quadrati, 14mila coperti, dello stabilimento, scommettendo su una produzione del tutto diversa. La riconversione ecologicamente sostenibile, il riutilizzo-riciclo a chilometri zero di materiali di scarto – elettrici ed elettronici in particolare – puntando a creare reddito per la cooperativa e ricchezza sociale per il territorio circostante.

E’ così stato redatto un “business plan” ecosostenibile in collaborazione con l’Afol della Provincia di Milano e alcuni giovani studenti e docenti universitari. Non solo. La fabbrica è diventata anche la sede di un Gruppo di acquisto solidale, Fuorimercato, che ha stretto una collaborazione sia con i produttori di prossimità ma anche con i produttori calabresi di SoS Rosarno, l’associazione che combatte caporali e ‘ndrangheta puntando alla solidarietà tra lavoratori italiani e migranti. “Vogliamo realizzare uno spazio in cui i penultimi aiutano gli ultimi, contro l’egoismo dei ‘primi’”, dicono a Ri-Maflow. Tutti i sabati e le domeniche, ad esempio, funziona il Mercatino dell’usato coperto con circa 70 espositori permanenti, nella quasi totalità, disoccupati e/o pensionati al minimo.

Il territorio circostante è costantemente coinvolto e la cooperativa sta curando, a proprie spese, la bonifica della falda acquifera oltre alla rimozione dell’amianto sul tetto per installare pannelli fotovoltaici. A dimostrazione che l’esperimento non è isolato e che la fabbrica non si sente “sola” c’è il piccolo evento che si è svolto il 31 gennaio a Marsiglia quando, nei capannoni di un’altra fabbrica recuperata, la Fralib, si è svolto l’incontro ‘L’economia dei lavoratori’, primo appuntamento europeo di una rete che vede coinvolte le fabbriche argentine, sudamericane e quelle europee. La fabbrica ospitante, la Fralib, è una fabbrica di confezionamento per infusi e tè recuperata in seguito alla delocalizzazione della produzione in Belgio e Polonia da parte di Unilever. All’incontro hanno partecipato varie realtà europee e sudamericane: la fabbrica di gelati recuperata Pilpa di Carcassone, le Officine Zero di Roma, la Rimaflow, la Vio.Me, fabbrica recuperata di Salonicco, in Grecia, che produce detersivi ecologici. La due giorni ha avuto il merito di fornire un quadro della situazione europea dei movimenti per l’autogestione, che si rafforzerà con la creazione di una rete di ricerca, organizzata per la mappatura delle imprese recuperate ed autogestite in Europa, e in particolare con il rafforzamento del network workerscontrol.net di cui sta per essere avviata l’edizione italiana.

Da: IlFattoQuotidiano

Ebola, Mercato Speculativo e Recessioni


Shrii Prabhat Rainjan Sarkar, il fondatore del PROUT, commentando nel 1987, l’imminente caduta del comunismo e del capitalismo, ha indicato due cause principali della grave crisi economica:
1. l’estrema concentrazione del valore della ricchezza, e
2. il blocco della circolazione del denaro.

Un recente rapporto di Credit Suisse sullo stato della ricchezza mondiale afferma che l’1% più ricco della popolazione possiede circa metà della ricchezza totale globale, e che tale ricchezza è giunta ad un nuovo record, 263 trilioni di dollari, più del doppio calcolato nel 2000 – mentre il 90 per cento della popolazione mondiale detiene solo il 13% di esso. Questa tendenza può intensificare la recessione economica, confermano gli autori del rapporto. 


 

poverty(16 ottobre 2014) – “C’è stata una correzione significativa nei titoli azionari statunitensi (al ribasso) che ha scosso la fiducia degli investitori. Toby Lawson, capo del settore “futures e titoli azionari per l’Asia-Pacifico” di Newedge Group SA, di Sydney, ha detto al Bloomberg oggi. “I rischi geopolitici e la diffusione di Ebola stanno aggiungendo nuovi rischi alle incertezze economiche globali. Quando il mercato è uno stato di flusso, tutto viene amplificato”.

A nostro parere, la dichiarazione di cui sopra è una cortina di fumo destinata a coprire sia lo sfruttamento economico sia il fatto che le teste finanziarie non hanno nulla di razionale da dire sulla disastrosa situazione economica mondiale. Invece, ciò che ha davvero bisogno di essere corretta è l’accelerazione nella disuguaglianza di distribuzione della ricchezza, e non il prezzo dei ‘documenti finanziari’.

Shrii Prabhat Rainjan Sarkar, fondatore di PROUT, ha sottolineato che sono due i motivi principali della grave crisi economica odierna: 1) l’estrema concentrazione del valore della ricchezza, e 2) blocco della circolazione del denaro – “… il denaro rimane inerte o non utilizzato perché i capitalisti pensano che se al denaro è consentito di girare liberamente, il che porterebbe sollievo alle masse comuni, i loro profitti potranno diminuire”.

Per inciso, la Credit Suisse, grande banca commerciale, lunedì scorso ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla ricchezza, il giorno stesso in cui è emersa l’attuale tendenza violenta al ribasso dei mercati finanziari. La relazione afferma che l’1% del mondo più ricco proprio possiede circa la metà della ricchezza totale globale, e che, anche se la ricchezza è cresciuta a un nuovo record – di 263.000.000 milioni dollari, più del doppio del 117.000 miliardi dollari calcolato del 2000 – il 90% della popolazione mondiale possiede solo il 13% di esso.

Tra i molti squilibri e disparità documentati dal rapporto svizzero, si è sottolineato che la ricchezza complessiva negli Stati Uniti è cresciuta ad un ritmo più veloce del reddito. Gli autori hanno avvertito che tale tendenza potrebbe portare ad un aumento della recessione.

Il Guardian ha evidenziato come la Cina ora detiene il numero maggiore di persone nella top 10% dei titolari di ricchezza globale rispetto a qualsiasi altro paese, prima degli Stati Uniti e il Giappone, spostatosi al terzo posto nella classifica, quindi Francia, Germania, Italia e il Regno Unito.

Da: proutworld.org

Leadership


sarkar2Estratto da Shabda Cayanika – Parte 15

Voi tutti sapete che gli esseri viventi sono divisi in due categorie. Alcuni vivono in isolamento e alcuni vivono insieme. Ad esempio, gli animali domestici comuni sono individualisti per natura. Sono molto egocentrici. Un animale di solito non viene in aiuto di un altro. Gli animali domestici non sono né sinceri né dedicati ai loro padroni. In realtà, non hanno la minima simpatia per gli interessi dei loro padroni. Ovunque si trovino, vivono solo per se stessi.

 

Le pecore, tuttavia, sono animali gregari per natura. Se due pecore al pascolo in campi separati si vedono, si avvicineranno l’una all’altra poiché, per natura, preferiscono pascolare insieme. Un gregge di pecore è chiamato pravaha gaddalika, in Sanscrito, a causa di questo movimento collettivo spontaneo generato dall’istinto gregario.

                Aesii gatii Sam’sa’r kii sab gad’har kii t’ha’t ‘
                Ek jab ga’d’h me giire sab ja’ta tehi ba’t ‘.

                “La natura della gente è un po’ come quella di un gregge di pecore.
                Quando una pecora cade in un fosso, le altre seguiranno.”

Gli esseri umani sono esseri sociali. Se vanno a vivere da soli per molto tempo diventano irrequieti e cercano freneticamente la compagnia degli altri. Così gli esseri umani dovrebbero essere molto cauti nella  scelta dei dirigenti della società. Nel corso della storia si può notare che molti paesi con una natura demoniaca hanno spinto l’intera società sull’orlo della distruzione. A volte intere comunità sono state sterminate, mentre altre volte la società ha superato la distruzione solo dopo un tonfo nel precipizio.

Ci sono alcune persone che a gran voce si oppongono ad ogni sorta di culto della personalità. Tuttavia, devono rendersi conto che il culto della personalità, sia buona che cattiva, è esistito fin dai tempi antichi e continuerà ad esistere anche in futuro. Questo è il motivo per cui ho detto che la società dovrebbe essere molto attenta nella scelta dei suoi dirigenti. A questo proposito non vi è alcuna differenza tra i capitalisti, comunisti o socialisti – sono tutti dello stesso colore. I dirigenti devono essere riconosciuti tali solo dopo aver considerato in che misura possiedono qualità come l’intelligenza, la saggezza, l’integrità, lo zelo pionieristico, disponibilità al sacrificio, etc.

6 marzo 1988, Calcutta
Shabda Cayanika – Parte 15


Estratto da Shabda Cayanika – Parte 16

La solidarietà e l’unità di un gruppo dipende dalla forza e dalla determinazione della leadership. Se la leadership non è forte l’intera struttura – sociale, economica e politica – diventa debole e alla fine crolla. La leadership forte e decisiva di Akbar (India) nella prima metà del XVII secolo, ha fondato l’impero Mughal sul sentimento della coesione sociale. Allo stesso modo, la forte e coraggiosa leadership del re Samudra Gupta nel XIII secolo, ha posto le solide basi dell’impero Gupta, dall’Himalaya, nel nord dell’India fino a Godabari a sud. Più tardi, a causa di una carenza di leader forti, il potente impero Magdha è crollato. Dopo la morte di Akbar l’impero Mughal è stato balcanizzato a causa della debolezza ed inefficienza dei successivi governanti. Alla fine, con l’ascesa dei Maratha e dei Sikh, l’impero Moghul fu fatto a pezzi nelle battaglie di Panipatha e Sithvalti.

Se dovessimo comparare i sistemi amministrativi, la democrazia è il migliore di tutti i sistemi di governo che si sono finora evoluti.

Tuttavia c’è meno spazio per lo sviluppo di una forte leadership in una democrazia che in una dittatura. Di conseguenza i paesi democratici, sia in guerra, sia nello sviluppo socio-economico o in altri settori di attività, rimangono sempre un po’ deboli, anche se una democrazia di solito dura di più di una dittatura. Anche se in un sistema democratico vi è più spazio per il dominio della razionalità, che della sregolatezza nelle regole,  la solidarietà che si ottiene in una dittatura non si trova in una democrazia, perché la maggior parte delle persone non la vogliono.

In una dittatura le persone comuni sono perseguitate, in molti modi, dalla volontà capricciosa del dittatore, e un popolo in una democrazia è ugualmente tormentato dalle decisioni capricciose dei partiti politici, dai comportamenti ed espedienti dei quadri di partito. Nelle loro mani, i cittadini che amano la pace, soffrono terribilmente.
Vorrei che rifletteste obiettivamente su queste osservazioni.

Se il sistema della dittatura individuale non può essere pienamente supportato, come possiamo sostenere il sistema della dittatura del partito? In una dittatura di partito dei quadri ignoranti o semianalfabeti spesso molestano persone istruite e di talento. In questi casi la gente vuole porre fine al dominio dittatoriale. A volte cercano l’aiuto di potenze straniere per ottenere sollievo dalla loro insopportabile situazione. Questa è la triste realtà.

L’unica soluzione alla dittatura individuale, alla dittatura del partito e al pandemonio democratico, è il concetto Proutistico della leadership dei Sadvipras.

27 marzo 1988, Calcutta
Shabda Cayanika – parte 16
Prout in a Nutshell  – parte 15

Lotta contro l’oppressione, Universalismo e Governo Mondiale

Un’interpretazione peculiare della questione pace


 Poiché il dibattito sulla pace sta proseguendo di pari passo all’incedere di conflitti e guerre e la richiesta pressante di pace di milioni di persone nel mondo sembra aver creato una certa polarizzazione sociale sulla necessità dei conflitti, si potrebbe desumere che la pace venga interpretata come assenza di guerra.


a cura di Tarcisio Bonotto
27 agosto 2004
Tratto da “Soluzioni ad alcuni problemi”, di P.R. Sarkar

In questi anni il grido “pace” è diventato patrimonio di tutti e lo testimoniano i milioni di bandiere appese alle finestre. Purtroppo nulla si ottiene con le sole invocazioni. “Non c’è altro modo di ottenere la pace che dichiarare guerra alle reali cause che impediscono la pace”, afferma Sarkar.

In realtà possiamo allargare la giurisdizione del concetto di pace perché, come dice Sarkar: “Nella vita personale di ogni essere umano c’è un conflitto costante tra l’intelletto positivo e quello negativo, tra la forza spirituale e forza materiale. A volte trionfa la forza positiva, a volte è la forza negativa ad uscirne vittoriosa. Anche nella vita sociale ha luogo una battaglia analoga tra forze positive e negative. La forza positiva deve combattere contro le forze negative e durante questa lotta, fintanto che predomina la forza positiva, si crea un particolare tipo di pace che può essere chiamata pace senziente (pace bianca). Similmente, quando è la forza negativa ad essere vittoriosa, si instaura un altro tipo di pace, che si può chiamare pace statica (pace nera). Da ciò si vede che la pace è un fattore relativo”
Teorizzando sulla questione pace in relazione sia all’individuo sia alla società possiamo affermare che “la pace suprema ed eterna non può essere stabilita nella vita collettiva, poiché le attività di estroversione di cui è costituito questo mondo ha due funzioni – la prima è dominata dalla forza positiva e la seconda dalla forza negativa. Se l’esistenza di questo mondo consiste nella coesistenza di queste due forze, allora la pace permanente (sia essa senziente che statica) significherebbe la cessazione o dell’una o dell’altra, oppure di entrambe. Per questo non può esistere una pace collettiva tranne che nell’annientamento assoluto, il che è un’idea illogica. Comunque un individuo può certamente raggiungere la pace suprema per mezzo dell’elevazione spirituale, che da un punto di vista mondano può essere considerato come la cessazione della vita individuale

Per quanto concerne la vita nazionale, tanta parte nel mantenimento della pace sociale ce l’hanno i governanti e coloro che lavorano per l’amministrazione pubblica.
“Quando i servitori del stato hanno i nervi saldi, gli elementi statici e antisociali, rimangono sotto controllo. In quei periodi il paese vive uno speciale tipo di pace, noto come pace senziente. Se invece i governanti sono deboli, allora predominano gli elementi statici, e le persone oneste sono costrette a stare in ombra. Questo tipo di pace può essere definita pace statica. La pace statica è naturalmente indesiderabile.

Nel caso dei conflitti o delle aggressioni armate, il dilemma del non interventismo e della diplomazia, o dell’intervento armato ha creato divisione e scalpore nella ns. società. Anche se il desiderio collettivo era quello di affermare a gran voce che, nel caso dell’Iraq, un’aggressione armata andava fermata, pur tuttavia nessuno aveva i mezzi per impedirlo.
Comunque, nel caso di conflitti tra diverse comunità e nazioni, oppure nei rapporti sociali nel nostro stesso territorio, vi sono situazioni che se non risolte creano un clima sociale degenerante.
Ancora Sarkar ”Se un certo gruppo sociale di una certa regione attacca un altro gruppo sociale della stessa regione o di un’altra regione e in tali circostanze tutti gli altri gruppi sociali rimangono muti spettatori o invocano la strada del negoziato o del compromesso come l’unica percorribile, allora dovrebbe essere chiaro che stanno incoraggiando soltanto una pace statica.
Se, ad esempio, c’è un buon rapporto formale con un vicino, ma appare chiaro che questi ha intenzione di uccidere la moglie, quale dovrebbe essere il dovere degli altri vicini? Tenere la bocca chiusa e rimanere seduti con le mani in mano considerando la cosa un affare privato? Contribuiranno allo stabilirsi di una pace statica non impedendo l’omicidio di quella donna? No, l’umanità non permette questo. E’ desiderabile che essi sfondino la porta in qualche modo, entrino e proteggano la donna. In questo modo dovrebbero aiutare a ristabilire la pace senziente adottando le misure necessarie contro l’oppressore. Se un qualsiasi paese commette atrocità contro delle minoranze, o attacca qualche paese vicino debole, allora gli altri paesi vicini dovrebbero armarsi e, usando la forza necessaria, reprimere il tiranno per stabilire la pace senziente.

Per questo le persone che vogliono stabilire la pace senziente dovranno fare continui sforzi per acquisire sempre più forza. E’ impossibile per le pecore stabilire la pace senziente in una società di tigri: coloro che sostengono che la non-violenza consiste nel non usare la forza, tristemente non possono né stabilire la pace senziente né difendere la libertà guadagnata a caro prezzo. La loro non-violenza può essere un inganno, o un tentativo diplomatico di nascondere la propria debolezza, ma purtroppo non c’è nessuna possibilità che essi possano stabilire una pace senziente”

Da questo punto di vista il problema del mantenimento della pace, per coloro che desiderano il benessere collettivo, è di acquisire sempre maggiore peso e statura, per avere il potere di contrastare coloro che sfruttano.
Come fare ad avere maggiore peso e statura, sia come individui che come movimento?
Questo è tema di dibattito.

Per la questione della cittadinanza 

E’ un diritto di nascita la cittadinanza universale.
“Ogni atomo di questo universo è proprietà comune di ogni essere vivente. Questo deve essere riconosciuto come un principio assoluto. Dopo aver riconosciuto ciò, l’idea che uno sia un connazionale e un altro sia straniero, che una certa persona abbia diritto alla cittadinanza mentre altri abbiano meno diritti, o addirittura nessun diritto, non può reggere. Infatti tali affermazioni sono l’espressione del peggior genere di privilegi acquisiti. Se la gente in un paese soffre per mancanza di terra e di cibo mentre un in altro paese c’è, eccedenza di terra e cibo, come dovremmo chiamare questo se non capitalismo? Tutti gli uomini sono cittadini del mondo dalla nascita. Ognuno ha il diritto di viaggiare e di stabilirsi dove vuole e di vivere come un essere umano. Se qualsiasi gruppo di persone non è pronto ad accettare questo diritto fondamentale, allora si dovrebbe capire che le sue dichiarazioni di volontà di pace sono dirette esclusivamente ad ingannare e a fuorviare gli altri.

Una persona ha il diritto di vivere non solo su questo piccolo pianeta, ma su qualsiasi pianeta o satellite, asteroide, stella, galassia, in qualsiasi parte di questa vasta creazione. Se qualcuno vuole privare la gente di questo diritto di nascita, allora gli esseri umani lo imporranno con l’uso della forza.

Il mio paese è in ogni paese,
Farò valere i miei diritti con la forza.

Universalismo
L’assenza di una visione globale sta alla radice della maggior parte dei problemi. Persone potenti stanno commettendo ingiustizie e atrocità sui più deboli. Gruppi umani usano il loro potere per sfruttare gli indifesi. In tali circostanze il dovere delle persone oneste è di dichiarare guerra agli oppressori.
Non è saggio starsene tranquilli sperando che la sola persuasione morale porterà i risultati desiderati. Tutte le persone oneste dovranno quindi essere unite. Una guerra contro gli oppressori richiede preparazione. Le persone che commettono qualsiasi tipo di oppressione nella vita collettiva o su qualsiasi gruppo umano non possono essere perdonate.
Perdonare in tali circostanze non significa solo mostrare debolezza, ma anche incoraggiare l’ingiustizia, poiché gli oppressori diventano ancora più sfrenati. Nella vita individuale se una persona malvagia opprime un innocente, quest’ultimo può, di sua spontanea volontà, perdonare l’oppressore, per provare la propria tolleranza o per qualche altro motivo, ma se questo oppressore attacca un gruppo umano, allora, naturalmente, nessuno può scusarlo a nome di tutto il gruppo; nessuno ha il diritto di fare questo. Se qualcuno agisce al di fuori della propria giurisdizione sarà condannato da coloro che rappresenta. Va detto quindi che il perdono si applica soltanto alla vita individuale e non a quella collettiva.
Nella vita individuale, quando una persona diviene generosa e aperta mentalmente essa si eleva al di sopra del tribalismo, del campanilismo etc. Spesso sento dire che il nazionalismo è un sentimento apprezzabile e libero da ogni ristrettezza. Ma è vero? In realtà anche il nazionalismo è un fattore relativo come il tnibalismo, il campanilismo o il regionalismo. In certi casi il nazionalismo è migliore del tribalismo, campanilismo etc, altre volte è peggiore. Prendiamo ad esempio i nazionalisti portoghesi: la sfera psichica dei nazionalisti portoghesi è minore di quella dei mussulmani comunalisti perché questi ultimi pensano allinteresse di un numero maggiore di persone, poiché essi sono più numerosi del popolo portoghese. In questo caso non si possono criticare i sentimenti dei comunalisti mussulmani in confronto ai nazionalisti portoghesi. Analogamente bisogna riconoscere che i sentimenti dei Rajputs castisti hanno maggior respiro di quelli dei nazionalisti portoghesi poiché i primi contemplano una maggiore potenzialità di benessere per un maggior numero di persone.

I sentimenti sociali limitati, come ostacoli al benessere collettivo
Si può osservare che il castismo, il comunalismo, il regionalismo e il nazionalismo sono tutti simili e la gente invoca a gran voce quel tipo che gli conferisce maggiore influenza. In realtà ciascuno di questi sentimenti soffre di tutti i difetti degli “ismi”, cioè ristrettezza, violenza, odio e inganno in grande quantità. Coloro che entrano nel campo del sociale ragionando in termini di “mio” e “tuo” creano gravi squilibri nella società umana. Coloro che desiderano migliorare le condizioni di tutti gli esseri viventi, mantenendosi al di sopra di ogni genere di ristrettezza, devono abbracciare l’universalismo come l’unica scelta. Non è giustificato attribuire le caratteristiche e i difetti degli “ismi” all’universalismo, perché esso si pone al di sopra di essi. Se consideriamo tutto come nostro, allora la questione del mio e tuo non ha più ragione di esistere. Non ci sono più occasioni per la violenza, l’odio, la ristrettezza.

Il Governo Mondiale, oltre i limiti del locale o nazionale – per realizzare una pace duratura
La forza dei castismi, dei regionalismi, dei comunalismi, dei nazionalismi tende a diminuire con il passare del tempo. Gli uomini moderni dovrebbero capire che in un prossimo futuro dovranno adottare l’universalismo. Quindi coloro che intendono giovare alla società dovranno mobilitare tutta la loro forza e il loro intelletto per organizzare un governo mondiale, lasciando da parte tutte le considerazioni di carattere locale o nazionale.
Dovranno concentrarsi esclusivamente su attività costruttive in maniera semplice e diretta, piuttosto che indulgere in tentativi ambigui o diplomatici. Molti pensano che il solo ostacolo alla formazione di un governo mondiale siano i diversi e contrastanti interessi nazionali. La mia opinione è che questo non sia il solo ostacolo, ma che sia anzi di importanza secondaria. Il vero impedimento è la paura dei governanti locali di perdere il loro potere. Con lo stabilirsi di un governo mondiale, il potere di cui godono oggi nei vari paesi e nazioni cesserà di esistere.
I differenti interessi nazionali e lo scetticismo possono ritardare la formazione di un governo mondiale. Il progresso di questa opera deve essere portato avanti un passo alla volta, per eliminare le paure irrazionali della mente umana. Inoltre si dovrà prendere nella dovuta considerazione la rimozione di tutti i possibili ostacoli alla formazione del governo mondiale. 
Il governo mondiale deve essere creato poco alla volta, non improvvisamente. Ad esempio si potrebbero formare, per un periodo da valutare, due Camere. La Camera Bassa comprenderà rappresentanti dalle diverse parti del mondo, eletti in base alla popolazione, mentre i membri della Camera Alta saranno eletti [in numero fisso] per paese. In questo modo i paesi che, per la bassa popolazione, non potranno mandare un rappresentante alla Camera Bassa, potranno comunicare al mondo la loro opinione per mezzo del loro rappresentante alla Camera Alta. La Camera Alta non può prendere decisioni senza l’approvazione della Camera Bassa, ma ha la possibilità di revocare le decisioni prese dalla Camera Bassa.
In un primo tempo questo governo mondiale agirà semplicemente come un corpo legislativo. Il governo mondiale potrà esercitare il diritto di applicare o non applicare qualsiasi legge in qualsiasi regione. Nei primi tempi di funzionamento del governo mondiale i governi dei vari paesi avranno solo potere amministrativo. Non avranno il potere di applicare le leggi in modo arbitrario. Sarà difficile per qualsiasi governo commettere crimini contro le loro minoranze linguistiche, religiose o politiche, secondo i capricci delle maggioranze governative”

pubblicato su: http://www.peacelink.it/europace/a/6567.html

Pianificazione socio-economica del territorio di Salsomaggiore Terme

 pinificazione socio-economica 

 del territorio di salsomaggiore terme

Il seminario si è svolto alla luce dell’idea fondamentale di Analisi e Conoscenza del territorio sul quale si va a pianificare.

 

 

 

 

krtashivananda

 Ac. Krtashivananda Avt. 

Responsabile globale del Proutist Universal e PRI, ha svolto la sua relazione toccando alcuni punti cruciali:

  • Effetti della Globalizzazione sull’economia, produzioni locali.
  • Come l’economia locale dipende dalla Politica Economica centrale e… internazionale.
  • Che cosa possiamo fare localmente: progetti e popolazione

 

 

TBonotto2 Tarcisio Bonotto 

Presidente dell’IRP, ha evidenziato i danni locali e nazionali delle politiche di globalizzazione (WTO, FMI, BM) nell’ambito del tessuto agricolo, produzione industriale e commercio. Ha presentato anche delle soluzioni:

  • economia e progetti produttivi dal basso.
  • appoggio della popolazione al consumo di prodotti locali, preferendoli rispetto ai prodotti di importazione.
  • Creazione di comunità locali solide, un collegamento tra di loro per l’autosufficienza economica per quanto riguarda le Minime Necessità.
  • Modifica del sistema economico attuale orientato alla concentrazione della ricchezza, verso una forma di ‘democrazia sul posto di lavoro’ la partecipazione dei lavoratori/trici alla proprietà e gestione delle aziende.

 

 

 Workshop 

 “Se noi fossimo nel Consiglio Comunale che dovremmo fare?” 

fbressanin2 Franco Bressanin 

Segretario dell’IRP, ha condotto il workshop, un’esercitazione sull’organizzazione economia, territoriale, e della popolazione.
Sono uscite diverse proposte, tra le quali:

  • Educazione nelle scuole alla cooperazione coordinata e non subordinata. 
  • Promozione di piccole attività produttive locali di tipo associativo… (I prodotti ortofrutticoli provengono da Bologna (120 Km), perchè in loco si… coltiva foraggio, per il parmigiano…
  • Formazione professionale per le nuove arti e mestieri, centri per i giovani.
  • Sviluppo di attività culturali, artistiche per socializzare e arricchire le persone.
    Altre idee sono scaturite dai partecipanti da approfondire in seminari successivi.

 

 Articolo apparso sul giornale locale: La Gazzetta di Parma 

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Conferenza Dibattito Salsomaggiore Terme


Un’incontro costruttivo al quale hanno partecipato circa 40 persone, e dal quale è nato un gruppo di studio per la cura della situazione socio-economica del Comune di Salso.


Tema dell’incontro:

Prospettive di Sviluppo Economico nella Crisi del Termale


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La presentazione è stata divisa in 4 parti:

La Teoria Economica PROUT: effetti perniciosi della Globalizzazione sulla stabilità economica italiana

Prospettive per lo sviluppo, i principi sociali di cooperazione, autosufficienza locale vs. globalizzazione

La pianificazione economica secondo il PROUT

Proposta per le Terme di Salsomaggiore


 

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A New Theory of Unemployment

 a new theory of unemployment: globalization and the wage-productivity gap 


A deep recession started in 2007 in the United States and quickly spread abroad. Keynesian policies were followed, sharply raising money supply and budget deficits all over the world. But even five years later, the globe suffered from high unemployment. This paper offers a new theory, and argues that joblessness occurs when a wage gap develops in that labor productivity rises faster than the real wage. This occurred in the 1920s that were followed by a depression, and also happened for several decades after 1980, only to be followed by a severe recession. Free trade may be partly responsible for a rise in this wage gap.


The economist Ravi Batra proposes, in this article, a new approach to the theory of unemployment, recession and economic depression. His idea is that the increase of the difference between wages and corporate profits, is a major cause of the recession and the economic depression because, he says, what’s does not go to wages goes to profits, triggering a chain of speculative investments. And that appened in 1929 and again in 2007 causing the Great Recession.

L’economista Ravi Batra propone, in questo articolo, un nuovo approccio alla teoria della disoccupazione e recessione e depressione economica. La sua idea è che l’aumento della differenza tra i salari e i profitti aziendali, sia una delle maggiori cause della recessione e della depressione economica poiché, spiega, ciò che non va ai salari va ai profitti, innescando una catena di investimenti speculativi . E’ successo nel 1929 e ancora nel 2007 causando la Grande Recessione.


Download full article: A New Theory of Unemployment: Globalization and the Wage-Productivity Gap

Introduction

ravi-batraIn a recent article, Robert Shiller (2001), a renowned economist and best-selling author, remarks: “A great embarrassment for modern macroeconomic theory is that it has never achieved any consensus on the basic questions of what makes the stock market rise or fall and what ultimately causes recessions….we have not been able to pinpoint what ultimately causes recessions”  These words are  astounding but highly credible. They are astounding because in view of all that has been written about macroeconomics over the past two hundred years, you would  think that by now we understand the ultimate or basic cause of unemployment or recessions. They are also credible because a deep slump started all over the world in 2007, and, fully five years later, its ill effects of high poverty and unemployment continued to afflict the globe. If we really knew the ultimate cause, unemployment should have vanished soon after the NBER proclaimed the end of the recession in 2009.[1] Instead, in 2012 the official unemployment rate exceeded 8 percent in the United States, and, if part-time and discouraged  workers are included, it exceeded 16 percent. The picture was not any brighter around the world. In fact, Europe was back in recession in 2011 with a jobless rate surpassing 11 percent, which was the highest since the record began in 1995.

Paul Krugman (2009) was just as blunt as Shiller, when he wrote, “Few economists saw our current crisis coming, but this predictive failure was the least of the field’s problems. More important was the profession’s blindness to the very possibility of catastrophic failures in a market economy” Let us face it: The popular theories of macroeconomics, both classical and Keynesian, do not know what ultimately causes a recession or high unemployment, or else the planet would have been free from this scourge soon after the proclaimed end of the slump. The purpose of this paper is to fill this gap. It argues that unemployment or recessions occur when there is a persistent rise in the wage-productivity gap. In other words, when labor productivity rises faster than the real wage for some time, a wage-productivity gap develops and ultimately leads to layoffs and a jump in the rate of unemployment. Furthermore, a major cause of the rising wage gap for some nations is free trade and outsourcing.

 

Popular Theories and the Great Recession

The American downturn that began in 2007 is now called the Great Recession, and was the worst since the Great Depression. Millions of workers were laid off and millions more suffered wage losses and poverty, and continue to do so. The unemployment rate jumped from less than 5 percent in 2006 to 10 percent in 2009. Naturally, a question arises: Did anyone foresee such a calamity? After all, a crisis does not occur in a vacuum. There were all sorts of premonitions of things to come. There was a housing bubble, and an oil bubble, along with a torrid stock market between 2003 and 2007. The general view encouraged by policy makers and the academia is that no one foresaw the coming slump. But this is not true. Some of those who base their thinking on empirical models and assumptions, rather than purely theoretical and frequently hypothetical assumptions regarding microeconomic foundations, warned the world in no uncertain terms about the looming economic crisis. According to Dirk Bezemer, “It is not difficult to find predictions of a credit or debt crisis in the months and years leading up to it, and of the grave impact on the economy this would have — not only by pundits and bloggers, but by serious analysts from the world of academia, policy institutes, think tanks and finance.” (2009, p. 2) Roubini, Shiller and Batra, among a dozen writers, predicted the onset of a recession well before its arrival.[2] In fact, in a book published at the end of 2006 and released on January 9, 2007, Batra even pinpointed the year in which it could happen. Some of his words were:

The economy will steadily get worse with home prices falling and layoffs rising…(p.173)

The housing bubble appears to be a major event, which once had a lot of momentum but is now beginning to recede. Its starting point was 2001, when the interest rate started a panicky fall. It is likely to burst in 2008, give or take a year. The burst could start in 2007 and continue till 2009. (p.175)

The economy could still face a steep recession because of rising oil prices, but avoid the calamity of a depression. Unemployment could rise to the level of 10 percent or more…There could be more stock market crashes from 2008 to 2011 or 2012. (p.179)

The rest is history. The housing bubble punctured in mid-2007, whereas, according to the NBER, the recession began in December 2007 and ended in July 2009. In addition the stock markets crashed between October 2007 and March 2009, and had not fully recovered even by 2012, while unemployment approached 10% by November 2010. Thus, some economists did foresee the arrival of the Great Recession, but few macro experts and policy makers paid attention.

Why did most experts fail to heed the advance warnings that were obvious to some? This is because, as Shiller (2001) remarks, popular theories still “have not been able to pinpoint  what ultimately causes  recessions.” Let us focus on the word “pinpoint,” which suggests that there may be only one underlying cause of a downturn. This paper agrees and argues that ultimately the one major cause of a recession is the persistent rise in the wage gap. This happened in the 1920s, which were followed by the depression, and it happened from 1980 to 2007, only to be followed by a serious recession. In fact, the wage gap continues to rise, and that is why the slump persists and will not be over until its underlying cause is removed.

There is only one ultimate cause, although there are a lot of symptoms that masquerade as causes  in popular macroeconomic models. The classical and neoclassical theorists argue that real wage rigidity induced by powerful labor unions or the minimum wage legislation results in long-term unemployment. Few policy makers take this idea seriously, although it still resonates with a lot of economists. On the other side, Keynesians and neo-Keynesians blame recessions on inadequate aggregate demand and see expansionary monetary and fiscal policies as panaceas to end the crisis. Such policies were indeed successful for a long time in ending recessions, but we argue that they only postponed the problems and, furthermore,  new recessions usually required a stronger dosage of expansionary measures. Now Keynesian remedies no longer work in spite of the massive dosage administered to the ailing patient called the global economy. They may stabilize the patient’s illness but will not, and cannot, cure it into robust and self-sustaining health.

Another popular theory is offered by the Austrian school, which blames recessions on excessive expansion of money and credit by financial institutions and on the heavy debt burden of consumers prior to the crisis. This view also focuses on the symptoms. The big question is why consumers get hugely indebted prior to the slump. There is no doubt that bank loans and consumer debt rocketed in the United States during the years leading up to the recession.[3] But the question is why. Our answer lies in the rising wage gap. Thus this paper searches for the ultimate or the primary cause of a recession and not for the symptoms.

 

The Wage Gap in the United States

Let us begin with the concept of the wage gap, which may be defined as the excess of a nation’s labor productivity over its real wage. Suppose this excess is symbolized by E, then

E = (A – w)/w = (A/w) – 1 = β – 1

Where A is the average product of labor, commonly called productivity, and w is the real wage, and where

β = A/w

Thus, E is the wage gap, and moves up or down in accordance with variations in β; so, β is the index of the wage gap. Let Y stand for real GDP or a nation’s output, and L for the employment of labor. Then

A = Y/L

Normally, the wag-gap index remains constant over time as the real wage rises roughly in the same proportion as productivity, but once in a while it goes up in some decades. That is when trouble follows.

Table 1 furnishes the behavior of the US wage gap over two time periods, first from 1919 to 1929 and then from 1962 to 2010. Column 4 displays the wage-gap index during the 1920s and shows that it jumped sharply from 111 in 1919 to 156 in 129, or by 40 percent in just one decade. This was the fastest rise in the index in US history and, as argued later, this could not but generate the worst depression. In any case, this information will come as a surprise to neoclassical economists, who believe that the real wage equals the marginal product of labor, which in turn is proportional to labor’s average product, so that the wage gap is constant in the neoclassical world.

Column 2 presents the behavior of the wage gap between 1962 and 2010; these are the years for which the relevant data are readily available from the 2012 Economic Report of the President, and so the information is furnished for 5 decades to see how the wage gap behaves in good and bad times. This column is obtained by dividing the figures for hourly output in the business sector by real hourly compensation. The data start from 1962 and end in 2010.

Table 1: The Wage-Gap Index in the United States in Selected Years 1920s and 1962–2010

(1) (2)   (3) (4)
Year Wage Gap Year Wage Gap
1962 72 1919 111
1965 74 1921 128
1970 73 1923 130
1975 77 1925 148
1980 77 1927 154
1985 84 1929 156
1990 86
1995 88
2000 94
2005 100
2010 107

Source: Column 2 from Table B-49 of The Economic Report of the President, 2012, Council of Economic Advisers, Washington D.C.; Column 4 from The Historical Statistics of the United States: Colonial Times to 1970(Washington D. C., U. S. Department of Commerce, 1975), series D 685, D 727, and D 802.

 

The table shows that the wage gap remained constant during the 1960s and rose slightly in the 1970s. For all practical purposes, there was little change in the gap during these two decades, as its index varied between 72 and 77 over 18 years. However, from 1980 on, the wage gap began to rise steadily, as its index rose from 77 in 1980 to 107 in 2010, or by roughly 40 percent over three decades. Thus, the wage gap rose consistently, but compared to the 1920s it was a much slower rise.

By now we have seen that the wage gap rocketed during the 1920s and was followed by the worst depression, and then it rose steadily from 1980 on and was followed by the Great Recession. Is it a mere coincidence that in both cases trouble followed the rise in the wage gap? The next section argues that this was not a coincidence but an inevitable consequence of the growing gap.

>Continua

The Global Financial Crisis: What Caused it, Where it is heading?


Ravi Batra, economista di origine indiana, della Southern Methodist University di Dallas, Texas, autore di molti libri di natura socio-economica come il best-seller “La grande depressione del 1990”, propone una analisi del crack finanziario del 2008 e le soluzioni per non averne in futuro.
Qualcuno parla di Ravi Batra come di una Cassandra che prospetta sempre il peggio… ma sfortunatamente, spesso ci azzecca.


RBatraTwo thousand eight was year extraordinaire. It started off in a rather nonchalant way, but ended with a bang. Its myriad and breathtaking events caught the world off guard, but please allow me to say, arrogant as it sounds, that they did not surprise me, including the epoch-making victory of Barack Obama in the US presidential election. I had anticipated them all in two books more than two years ago. The first, Greenspan’s Fraud, was written in 2005, and the second, The New Golden Age: The Coming Revolution against Political Corruption and Economic Chaos, was finished before October 2006. In fact, the title of the second work itself reveals that I had anticipated an Obama-like revolution in the United States.

It now appears vain to remind the people of my forecasts, but see what I had to endure after I made them. Both books had served to reinforce my reputation as a crack pot, who sought public attention with bogus claims and phony prophecies that occasionally came true. Greenspan’s Fraud was especially galling to my fellow economists, even some of my colleagues. Alan Greenspan was still the chairman of the Federal Reserve in the United States, and had been so for the past 18 years. Some people regard the Fed chairman, with his all-encompassing ability to influence interest rates globally, as the most powerful man in the world.

This is perhaps an exaggeration, but Greenspan, who had actually been in the limelight for over three decades, was more than just a Fed chairman. Investors around the world came to worship him in the 1990s, as share markets broke record after record in many nations. Best-selling author Bob Woodward, who achieved celebrity writing about the Watergate scandal, declared Greenspan as the Maestro in 2000 in a book with the same title. Others were equally euphoric about him. Some called him a rare genius, the best economist ever; even Queen Elizabeth chipped in and knighted him in 2002 as Sir Alan Greenspan. Here I was, a mere professor at Southern Methodist University, who had the temerity not just to criticize him but call his policies self-serving and fraudulent. My book’s title shocked the people, who in turn mocked me without reading my facts and arguments. But sometimes one has to bear insults to bring out the truth.

Where did I learn my economics? The question makes me nostalgic and takes me back into the 1960s, when I was a masters’ student at the Delhi School of Economics. There I studied under luminary professors such as K. N. Raj, Jagdish Bhagwati, Amartya Sen, and India’s current prime minister, Manmohan Singh. They were great teachers and taught me the fundamentals of modern economics.

However, there was one other teacher, whose theories were remarkably different and unknown. He was not even at the Delhi School. I met him in Lucknow, at the time a rather small town in India. He was Shri Prabhat Ranjan Sarkar, a wonderful man of vast knowledge in many different areas. He had written books on history, economics and philosophy among others. Two points stood out in his theories. First, the foundation of prosperity is people’s purchasing power; second, rising inequality eventually destroys any economy.

I left India for the United States in 1966 to do a Ph. D., but Sarkar’s ideas stayed with me and followed me wherever I went. I studied classical economics, Keynesian thought, and numerous other schools, but none focused on what Sarkar had stressed. Finally, I decided to write about his ideas and introduce them to the world, because few paid attention to the gems he had offered. I wrote a number of books based on his theories, starting in 1978, but here I want to emphasize how his ideas enabled me to see through the vacuity and deception of Greenspan’s policies.

The Wage-Productivity Gap

Greenspan focused on company profits and labor productivity as the main engines of economic growth and prosperity. He believed that high profits generate high employment and high wages lead to joblessness. I will now show how this view is myopic and the sole cause of most of the economic travails afflicting the world.

Let me start with a universally acceptable statement. A healthy economy requires that there is a balance between supply and demand. Here supply means the production of goods and services offered to entire society, and demand means society’s demand for such things. Thus, economic balance requires that

Supply = Demand

Without this balance, there is either high unemployment or high inflation. The main source of supply is labor productivity, whereas the main source of demand is the real wage, or people’s purchasing power in Sarkar’s nomenclature. When productivity rises, production or supply goes up and when the real wage increases, consumer spending, and hence investment spending, go up. Because of this investment and new technology, productivity grows over time, which means supply rises over the years. Therefore, demand must also grow proportionately to maintain the economic balance, implying that the real wage must rise in proportion to productivity. However, Greenspan loved to see the rise in productivity but hated the rise in the real wage. He even wanted to abolish the minimum wage, and always argued against its rise, although relentless price increases in the United States had all but demolished its purchasing power. In this respect, the maestro had a lot of company, including the support of President George W. Bush and economic establishment. As a result, the U.S. minimum wage, which peaked at $10 per hour in 1969 in terms of 2008 prices, is now less than $7. Incidentally, the unemployment rate in 1969 was just 3.5 percent, among the lowest in US history.

If the real wage fails to grow as fast as productivity, then over time, a wage-productivity gap develops and

Supply > Demand

Then how do you maintain the indispensable economic balance? This is where the special genius of Greenspan, along with that of conventional economics, came into play. This is where liberal and conservative economists alike, some of them Nobel Laureates, preached their gospel and in the process failed the world.

There is another way through which demand can be raised—new debt. It is an artificial way, and cannot be used forever, but it can postpone the problem for a long time, while the potential economic imbalance builds and cumulates. From 1981 on, U.S. budget deficits, with Greenspan and company advising President Reagan, grew apace. Economists called it fiscal policy, but in reality it was a debt-creating policy. This is how the supply-demand balance was maintained in the presence of the rising wage gap. Thus, for a while, economic balance occurs when

Productivity growth = growth of the real wage plus debt

andThe_Global_Financial_Crisis

new debt = supply – demand

 

The Profit and Stock-Market Bubbles

Once productivity outpaces the real wage and debt fills the supply-demand gap, company profits skyrocket, because the entire fruit of rising productivity goes to capital income. However, these are debt-supported profits, because without this debt goods will be unsold and profits will fail to materialize. With rocketing profits come rocketing share prices, so everybody becomes happy and begins to dance. This is how Greenspan won the world’s adulation, and no one looked at the magical role played by debt.

Once federal debt began to sore in the United States from 1981 on, it took barely a year, before the Dow Jones Index (the Dow in short) began to rise. The Dow ended the year around 800, but climbed above 2,000 by mid-1987. It had taken the ballyhooed index about 100 hundred years to go past 1,000, but the next 1,000 came in merely two years. A grateful Reagan appointed Greenspan as the Fed chairman in August 1987, but two months later the maestro had to face the music of his own handiwork. The debt-built stock market bubble, founded by that debt-built profit bubble, crashed in the month of October. Greenspan had no idea of how the rising wage gap generates the supply-demand gap. Instead of focusing on wages, he turned to the other way of creating debt. He flooded the world with money and trimmed the interest rate to lure consumers into borrowing. New debt was now created with the help of fiscal policy as well as what economists like to call monetary policy. However, such euphemisms only mask the truth, which is that these policies solve the problem only by generating new debt.

With increasing use of computers and the Internet, productivity began to rise faster than before, while government policies restrained wage growth. So the wage gap continued to rise and actually accelerated. Not surprisingly, new debt played an even larger role during the 1990s. The government did not borrow as much as before, but the public did more than its share. The mushrooming U.S. trade deficit also made a contribution in this regard, because the rest of the world bought American government bonds with its trade surplus that resulted in its dollar hoard. Consequently, American interest rates remained low for a long time and lulled Greenspan and the fawning world into believing that his policies were actually responsible for the surface prosperity.

So the debt-and-stock-market party that had been derailed by the 1987 crash returned with a gusto. This time the world got drunk on the dot.com boom that took share markets to stratosphere, with the Dow crossing 10,000 in 1999. Still no one realized the crucial role played by new debt in the ever growing mania. For a variety of reasons, the US federal government enjoyed a budget surplus in 1999. Since the wage gap continued to rise, I became convinced that the budget surplus would soon generate a supply-demand gap and hence a crash in profits and share prices. That is when I wrote my book, The Crash of the Millennium, predicting that share markets would collapse in 2000 and beyond. This is exactly what happened, because in an environment of the growing wage gap, the moment debt stops growing, supply exceeds demand, over production results, profits tumble and share prices sink. The stock-market crash of 2000-2001 was the worst since the great crash of 1929.

 

The Housing Bubble

Somehow Greenspan loves bubbles. As the stock market plummeted in 2000, he panicked and slashed interest rates to depths that had not been seen since the depression of the 1930s. He knew consumer demand was inadequate but did not attribute it to the stagnant real wage. He would rather have the public spend money through borrowing than through higher salaries. Greenspan also encouraged people to use their home equity to secure loans and asked banks to lower their lending standards. The banks dutifully followed as they and their CEOs began to make bushels of money. Add to this his deregulation spree that freed banks to trade in the stock market, and bubbles started to emerge in home prices and credit markets. Soon the new bubbles bested even the dot.com balloon of the 1990s. Greenspan still had not realized that since debt cannot grow exponentially all bubbles burst in the end, and when they do the consequences are very painful.

I have just given you a capsule of Greenspan’s follies and policies; there is much more that cannot be presented in a brief article. But the main point is that the maestro succeeded in hiding the true consequences of his actions and tailored his advice to the ideology of whoever became the American president. In the process Greenspan contradicted his earlier policies, mainly to secure his reappointment as the Fed chairman by the incoming president. Today people realize that Greenspan is mostly to blame for the global crisis. In fact, the cable television channel CNN recently included him among the top 10 culprits responsible for the spreading fiasco, but the same CNN had once idolized the maestro.

Greenspan retired in January 2006 and was replaced by Ben Bernanke, who is no different from the former chairman. Mr. Bernanke is also unaware of the role played by sufficiently high wages in restoring economic balance. So he has rehashed Greenspan’s policies at even faster place, although it must be added in his defense that the current mess is not entirely of his making.

 

Where Are We Headed?

In The New Golden Age, I predicted that economic chaos would begin in 2007 with a housing meltdown in the United States, followed by a banking crisis and share price declines in 2008 and 2009. I now foresee that this crisis would last at least till 2010, and possibly longer. This is because conventional economists still do not understand the nasty economic effects of the wage-productivity gap, which has grown enormously all over the world. If the doctor does not diagnose the sickness properly, the patient has to suffer for a long time. That is why I am afraid the global financial debacle will turn into a steep recession and be the worst since the Great Depression, even worse than the painful slump of 1980-1982 that afflicted the whole world. I have offered a number of economic reforms deriving from the theory of the wage gap in my two books explored above, and it is possible to come out of the recession within a year, but alas conventional economists would not let us escape the looming disaster so quickly.

Yet all is not lost. There is an effulgent silver lining lurking behind the pal of dark clouds. Sarkar’s historical cycles that I have repeatedly used in my forecasts also show that eventually the world will see a wonderfully prosperous era enshrined in the new golden age. This, I feel, could happen by the end of the next decade.

*Prepared for St. Stephen’s College, Delhi.

by Ravi Batra
© November 15, 2008
Professor, Department of Economics
Southern Methodist University, Dallas, Texas 75275, USA


 

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