Post-terremoto: “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”

 post-terremoto: “prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese” 

friuli_ricos_pDopo il terremoto del Friuli del 6 maggio 1976, di 6,5 gradi della scala Richter, mons. Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, dichiarò il 12 maggio: “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”.

Oggi, dopo il terremoto di Amatrice e di Norcia, impressiona l’insistenza con cui i mezzi di comunicazione sottolineano la perdita del patrimonio culturale e artistico, delle case distrutte, trascurando i problemi primari dei produttori agricoli e artigiano-industriali.

Certo per l’Italia le opere d’arte, le chiese, i musei sono un vanto, una risorsa turistico-culturale di estremo valore per la civiltà, ma c’è da sottolineare come sia l’economia produttiva, in ultima analisi, che può dare vita e sostenere sia le comunità, sia la scuola, i servizi e le opere d’arte etc.

Nella zona del cratere del terremoto attorno a Norcia-Amatrice ci sono 40.000 occupati in attività produttive. Se questi non lavorano sono 40.000 cassa-integrati da pagare, ma senza un futuro per quelle aree. Non è quindi il primo dovere di uno stato di ripristinare il lavoro in modo che parte della popolazione possa essere autosufficiente?

Sembra che viviamo nella speranza che l’arte, la sola gastronomia, il turismo possano sostenere un paese intero, mentre il debito pubblico sta aumentando a vista d’occhio, il disavanzo commerciale è in rosso, le aziende continuano a chiudere, l’agricoltura è a pezzi e dall’altra il nostro paese è diventato terra di conquista di francesi, tedeschi, che acquistano aziende decotte ma potenzialmente preziose. Non di solo turismo ed edilizia vive un paese: è necessaria la manifattura. L’apertura indiscriminata dei mercati l’ha distrutta, ma perché non ci siamo opposti e abbiamo deciso di salvaguardare la produzione italiana? Nulla, i nostri politici hanno accettato anche questa deriva come ineluttabile.

Abbiamo buttato alle ortiche la speranza di riprendere una vita dignitosa, e non lottiamo per il diritto di ripristinare l’equilibrio economico. Come mai ripetiamo spesso: “E’ perché lo vuole l’Europa!”, “E’ colpa della Globalizzazione!”, “E’ colpa del commercio internazionale e dei poteri forti”. Ma abbiamo mai provato a far sentire la nostra voce, delle proposte, un progetto per la ripartenza? O per lo meno protestare?

Abbiamo subito supini tutto ciò che ci veniva a mala pena suggerito e bisbigliato dalla UE: abbiamo inserito il limite del 3%, rapporto tra Debito e PIL in Costituzione! Abbiamo privatizzato l’acqua perché l’Europa si diceva ce lo impone, ma l’aveva solo suggerito! Abbiamo accettato le “quote latte”, a seguito di un errore matematico clamoroso del Ministero delle Politiche Agricole, e non le abbiamo volute pagare dopo che abbiamo firmato!. Non abbiamo lottato e piantato i pugni in Europa per cambiare questo stato di cose e diventare autosufficienti nella produzione latto-casearia, per mantenere i posti di lavoro? No, abbiamo perso 270.000 aziende agricole dal 2001!

Siamo fatalisti o non abbiamo il coraggio di lottare per i diritti individuali e collettivi? Non passa giorno in cui non ci siano notizie di indagati per corruzione negli appalti. Indagati si, ma mai che restituiscano i soldi rubati e sperperati! Siamo condannati a questo fato? Non ci gira per la testa che sia ora di dire basta ed essere i primi a suonare le campane per un nuovo inizio con ideali, valori e principi improntati al benessere collettivo, nella convinzione che il benessere individuale sta nel benessere collettivo e viceversa?

Vista l’esperienza del passato nella ricostruzione gestita dallo stato, spesso non andata a buon fine, la proposta è di assegnare alle famiglie i fondi per la ricostruzione della propria azienda e/o abitazione, lasciando il patrimonio pubblico e artistico allo stato. Dove in Italia l’accordo per la ricostruzione (azienda o abitazione) era tra la famiglia e l’impresa edile, la realizzazione è stata efficace, meno sprechi e tempi certi.

Allo stato va la coordinazione e gestione dei  luoghi e misure per la ripartenza dei paesi e cittadine, e la salvaguardia del patrimonio artistico, culturale.

Quindi consci di quanto l’economia giochi un ruolo importante nell’approvvigionamento delle necessità basilari per tutti, senza attendere ulteriori promesse dei politici di turno, affermiamo convinti che il programma di ricostruzione debba tenere conto della scaletta suggerita da mons. Alfredo Battisti, “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”. E l’esempio migliore della ricostruzione è il modello Friuli dove il potere dato ai sindaci è stato il motore e volano della rinascita locale.

Come diceva il grande artista italiano Ettore Petrolini: “Roma rinascerà, più bella e più superba che pria!”. Così possiamo “ricostruire l’Italia più grande e più bella che pria”. la teoria economica Prout può indicarne la strada.

Certo in questa battaglia dobbiamo dirci ‘devo essere il primo’, non c’è altra soluzione.

Un’Europa di Zone Socio-Economiche Autosufficienti?

 un’Europa di zone-socio-economiche autosufficienti 


L’Europa come unione di Zone-Socio-Economiche Autosufficienti e sviluppate allo stesso livello? Che sia necessario per questo una Ital-EXIT, per ripartire con il piede giusto?

Se l’unione fa la forza è anche vero che se non vi è un obiettivo comune condiviso, e soprattutto una Costituzione, Codice Penale e Codice Civile, e procedimenti Amministrativi comuni, come afferma P.R. Sarkar nella sua teoria economica PROUT, il castello di sabbia così sviluppato per l’Unione di Paesi, non reggerà alle tempeste e mareggiate del tempo. Oggi “i grandi animali e i piccoli stati non possono più sopravvivere”, afferma ancora Sarkar, per cui sarebbe necessario attrezzarsi in diverso modo.

L’idea di Europa è buona, diceva un britannico intervistato prima del voto, ma ciò che non va bene è Bruxelles, cioè la sua amministrazione.

In questa idea è condensato il problema di un’organizzazione tra gli stati, che all’apparenza e secondo i manager di Bruxelles ‘sono tutti uguali’, ‘tutti sullo stesso piano per capacità economica e forza strutturale’. Ma non è vero. La scure delle regole europee, il 3% rapporto deficit-PIL, Libera circolazione delle merci… , si è abbattuta su paesi preparati, meno forti o debolissimi, allo stesso modo. Se questa idea, premessa di tutta l’azione e progettualità europea fosse sbagliata, e lo vediamo, immaginiamoci le conseguenze nefaste per i cittadini europei.

 Considerare tutti gli stati sullo stesso piano è un primo problema irrisolto della UE 

Vi è in Europa una grande varietà di organizzazioni statali, di Codici Civili, Penali, Costituzioni, livelli di sviluppo economico, capacità di acquisto, livelli di vita e retributivi. Facciamo un esempio, Estonia, Lettonia e Lituania al momento dell’ingresso in UE avevano un salario medio di 250 euro pro-capite, in Italia circa 1.000 euro. Questa differenza potrebbe non significare nulla agli occhi dei funzionari UE, ma dal punto di vista pratico ha tutte le ragioni per creare scompensi rovinosi nell’equilibrio anche precario interno.

europa-differenteSe un lavoratore estone viene in Italia, lavora nell’edilizia e costa leggermente meno di un italiano. Incassa emolumenti mensili circa 4 volte superiori al suo salario medio e l’italiano resta senza lavoro, a causa dell’offerta a più buon mercato. L’estone porta all’estero valuta italiana e se l’operazione si moltiplica per le decine di migliaia di operatori esteri, la cifra dell’esportazione di valuta verso l’estero sale di molto e gli investimenti interni calano. Doppia fregatura.

Abbiamo paesi deboli per lo scarso sviluppo industriale, agricolo, del servizi, del settore educativo, altri più o meno avanzati e altri forti in alcuni settori.

Un esempio la Grecia dove non è sviluppata l’agricoltura in modo integrato e le industrie mancano del tutto ad eccezione della cantieristica e poche altre. Il sistema di tassazione non è sviluppato e il paese, così debole e non strutturato, una volta sottoposto alle regole europee è praticamente collassato.

La Germania è forte dal punto di vista agricolo e industriale, ma soprattutto sa fare i propri affari, cogliendo con una certa caparbietà le migliori occasioni sia nel campo agricolo che industriale.

L’Italia era pronta per entrare nella UE? Il Meccanismo Europeo di Stabilità MES, una specie di tritacarne che mette a nudo debolezze strutturali di ogni paese, è stato un banco di prova temporaneo. L’Italia nel periodo di adesione al MES, ha visto la propria produzione industriale calare ai minimi storici. Una volta uscita dal MES si è ripresa ai valori standard.

MES-Ungheria

A questo proposito la produzione industriale dell’Ungheria, una volta entrata nel MES UE, ha cominciato a calare fino a diventare negativa. Nel momento in cui si è svincolata dal Meccanismo ES, la sua produzione è salita in un anno del 5-7%.

 Povertà ed EURO 

L’Italia, dall’entrata in vigore dell’Euro nel 2001, della globalizzazione nel 2004 e con l’avvento della crisi del 2008, che l’ha trovata indebolita, ha perso 600.000 aziende produttive e commerciali e 270.000 aziende agricole. Il cambio Lira/Euro, accettato da Prodi, è stato tragico, quasi due mila lire per 1 Euro, mentre il Marco è stato cambiato 1 a 1. Abbiamo perso da subito quasi il 50% del potere di acquisto. Oggi ci troviamo a non potere più far fronte alle spese familiari correnti, molti non arrivano a fine mese, i poveri sono aumentati alla cifra di 14 milioni.

 Produzione Industriale e agricoltura 

La nostra struttura produttiva industriale e agricola è stata quasi del tutto demolita, per la concorrenza SLEALE di molti paesi a seguito della globalizzazione. Molte aziende ancora chiudono, il prezzo delle materie prime crolla, la grande distribuzione si prende anche l’80% del prezzo finale dei prodotti. Il lavoro latita.

Ci si chiede a che cosa serve aderire a questo sistema europeo, se questa UE non è stata in grado di risolvere i problemi dei singoli stati e delle singole popolazioni, ma passando sopra alle più disparate necessità, come uno schiacciasassi, non è riuscita a risolvere i problemi di quasi nessun paese. In effetti il paese più forte mangia ancora il più debole e l’abbiamo visto nel singolar tenzone tra Germania e Grecia.

Questa Europa così, non s’ha da fare…

 

 La nostra idea di Europa 

 Europa, unione di paesi sviluppati e forti allo stesso livello di sviluppo socio-economico 

Solo a queste condizioni, essendo tutti forti, nessuno sfrutta o sopprime più l’altro. Un’Europa di PARI. Se questa fosse la vocazione dello statuto e delle azioni della UE allora li sposeremo in pieno. Monti invece ha voluto “ammazzare la domanda interna, in attesa delle locomotiva tedesca”. Non possiamo accettare una tale dipendenza, nonostante la legge di Ricardo del “vantaggio competitivo” teoricamente lo affermi, ma praticamente abbia fallito in ogni dove.

Obiettivo primario del sistema economico di un paese, dovrebbe essere la “garanzia delle necessità basilari all’esistenza” per ogni cittadino.

Economia, scienza, educazione, etc. sono al servizio dello sviluppo umano, non al servizio di interessi di pochi. L’Autosufficienza economica è il presupposto per la piena occupazione necessaria per ottenere un potere di acquisto sufficiente. Qui le Multinazionali e i lobbisti di Bruxelles avrebbero poco spazio. In Italia in particolare la manifattura, una rivoluzione industriale e una riforma agricola potrebbero essere necessarie per favorire una ripresa sostanziale. Dobbiamo scegliere.

 Ma come fare per far sviluppare ogni paese allo stesso livello, prima di aderire ad una unione di paesi? 

Lo spirito del nazionalismo, afferma P.R. Sarkar, sta gradualmente scomparendo dall’orizzonte mentale e le popolazioni di tutto il mondo si sentono unite in una unica grande famiglia umana.

Restano comunque problemi di sviluppo locali che abbisognano di un approccio locale, a fronte di un ideale pur universale.

Un progetto di sviluppo richiede una popolazione unita, con obiettivi comuni. L’unità della popolazione si può realizzare attraverso un sentimento comune, che di solito si sviluppo da diversi fattori: medesime potenzialità economiche, medesimo sistema di sviluppo, medesima lingua, religione, etnia, storia, letteratura, territorio,…

Solo una popolazione unita può realizzare un progetto di sviluppo comune, forze centrifughe invece possono impedire la realizzazione di tale progetto.

La divisione politica degli stati e delle nazioni oggi non ha più senso.

Sarkar propone invece la costituzione di Zone Socio-Economiche Autosufficienti che tengano conto di questi fattori. Facciamo un esempio. L’Italia potrebbe diventare una zona socio-economica autosufficiente ad eccezione di Sicilia e Sardegna che sarebbero a loro volta altre ZSEA confederate all’Italia. Se zone socio economiche autosufficienti non verrebbero più sfruttate dal “Nord”… e potrebbero crescere con le proprie gambe, … in un coordinamento solidale tra le aree federate.

Così ogni paese europeo, potrebbe strutturarsi come Zona Socio-Economica Autosufficiente. Quando ogni paese si sarà sviluppato allo stesso livello di performances socio-economiche allora si potrà unire agli altri senza avere i problemi presenti nella UE di oggi, dove il pesce più grosso mangia ancora il pesce più piccolo. Serve un piano di intervento di sviluppo progressivo ed equilibrato tra industria, agricoltura, educazione, ricerca, infrastrutture, etc.

 L’Italia potrebbe diventare una PROVINCIA dell’Europa 

Ci si domanda pure: che siano in parte i fondamenti culturali di ogni paese a modellare il loro sviluppo e a creare barriere tra i popoli? Quale valenza hanno i principi religiosi in questa trasformazione? La Germania è Calvinista dove un povero è tale perché ha peccato. Il Regno Unito è a maggioranza Calvinista, il che significa che se una persona ha successo economico è perché è benvoluta da Dio. L’Italia è Cattolica e se ricevi un ceffone su una guancia dovresti rivolgere anche l’altra.

Beh! Allora se questi sono i fatti, per avere un sistema economico realmente comune dovremmo avere anche una visione della vita e un ideale costruttivo comuni. Che ne dite?

Tarcisio Bonotto
IRP-Istituto di Ricerca PROUT
Verona

Costi economici e sociali dei cambiamenti climatici: cause e terapie

costi economici e sociali dei cambiamenti climatici

Analisi delle cause e possibili terapie

Ciliegi in fiore a Dresda - Germania

Ciliegi in fiore a Dresda – Germania

Ciliegi in fiore in Germania, gemme degli alberi da frutto che si stanno ingrossando, fiori che sbocciano due mesi prima, alluvioni estreme , siccità estrema. Eventi strani a cui gradualmente ci stiamo abituando, per i quali ancora non siamo riusciti a trovare una spiegazione soddisfacente, ma soprattutto non abbiamo idee chiare sul dove ci porteranno.

Le ricerche scientifiche sul cambiamento climatico e i suoi impatti, pubblicate dopo il più recente Rapporto del Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC), rivelano che il cambiamento climatico sta accelerando a un ritmo molto più veloce rispetto alle previsioni IPCC 2007. Che sta succedendo?

Guardiamo al volume e agli ambiti di ‘anomalie’ se così vogliamo chiamarle, che si sono succedute negli ultimi anni, e troveremo che non c’è settore che non ne sia interessato. Per P.R. Sarkar questi eventi sono solo dei cambiamenti naturali, che appaiono nel corso dell’evoluzione naturale del pianeta e non solo di questo pianeta, non delle catastrofi.

La domanda che ci facciamo è se questi cambiamenti siano temporanei e poi si ritornerà alla normalità, oppure diventereanno la norma e cambieranno definitivamente gli equilibri che conosciamo?

P.R. Sarkar è dell’opinione che grossi cambiamenti sono in corso, poiché siamo entrati in una nuova era geologica. Siamo abituati a pensare alle ere storiche, al Pliocene, Mesocene, Oligocene, come eventi traumatici e di grandi sconvolgimenti del passato remoto, ma mai avremmo potuto pensare che saremmo stati oggi protagonisti di un cambiamento epocale di era anche noi. (L’analisi di Sarkar di seguito alla descrizione degli effetti  più attuali di questi eventi).

 alcuni effetti e costi dei cambiamenti climatici in corso 

“Il cambiamento climatico oggi: piu’ forte e piu’ vicino del previsto”. Così esordisce la Dr.sa Tina Tin, nel suo rapporto sui cambiamenti climatici in corso[1], e ne descrive gli effetti attuali a livello globale ed europeo:

“L’Oceano Artico sta perdendo i suoi ghiacci 30 anni prima o anche più rispetto alle proiezioni presentate nel Quarto Rapporto dell’IPCC (Stroeve et al. 2007).

I ghiacciai costieri nella Penisola Antartica stanno perdendo ghiaccio più velocemente e stanno contribuendo in misura maggiore all’innalzamento del livello del mare rispetto a quanto riportato nel Quarto Rapporto IPCC (Pritchard e Vaughan 2007).

Dal 1990, il livello globale del mare si sta innalzando di una volta e mezzo più velocemente di quanto previsto nel Terzo Rapporto dell’IPCC (pubblicato nel 2001) (Rahmstorf et al 2007).

Le emissioni globali di CO2 rilasciate come conseguenza dell’attività umana hanno subito un’accelerazione da una percentuale di crescita dal 1,1% all’anno tra il 1990 e il 1999, a più del 3% l’anno tra il 2000 e il 2004.

 le previsioni sugli effetti dei cambiamenti climatici 

 cibo, agricoltura e pesca  

Il benessere della società dipende dalla disponibilità e dalla distribuzione del cibo. Lobell e Field (2007) hanno dimostrato che il trend di aumento delle temperature mondiali dal 1981 ha già portato una riduzione dei raccolti globali di mais, frumento e orzo. La perdita annuale dei raccolti si può quantificare in circa 40 milioni di tonnellate o 5 miliardi di dollari (3,2 miliardi di euro).

 salute  

I cambiamenti climatici impatteranno anche sulla salute umana; i primi a essere colpiti saranno quelli che per vari motivi sono già a rischio. Shea e al (2007) hanno concluso che molto probabilmente saranno i bambini a soffrire di più gli effetti dei cambiamenti climatici.

 ecosistemi  

Gli impatti dei cambiamenti climatici vanno al di là delle società umane, e coinvolgono anche gli ecosistemi di tutto il mondo. Rosenzweig et al (2008) hanno confermato che i cambiamenti climatici stanno impattando in maniera significativa sulla biofisica di tutti gli ecosistemi mondiali… La scomparsa così rapida di questi climi fa aumentare la probabilità che le specie non riescano ad adattarsi; … oltre il 30% delle specie sarà a rischio estinzione con un aumento della temperatura di 1,5-2,5 gradi rispetto alle temperature attuali.

 prospettive europee 

 salute  

L’eccezionale ondata di caldo e siccità che ha colpito l’Europa nell’estate del 2003 ha causato circa 35.000 morti: caldo, inquinamento e alte concentrazioni di ozono tra le principali cause. … Uno studio della Commissione Europea ha stimato che ogni anno circa 369.000 persone muoiono prematuramente in Europa a causa dell’inquinamento e che queste morti premature con le cure mediche a esse connesse costano tra il 3 e il 9% del PIL europeo.

 acqua  

A causa del riscaldamento globale, le precipitazioni annuali aumenteranno nella maggior parte d’Europa, tranne in Spagna e in qualche regione di altri Stati. Quindi, aumenteranno i danni causati da inondazioni. Solo nel bacino del Danubio e in quello della Mosa le stime dei danni futuri causate da inondazioni nei prossimi 100 anni sono dell’ordine di 60-73 miliardi di dollari. … Al contrario, nella regione mediterraneo aumenteranno la frequenza e la durata dei periodi di siccità. Entro la fine del secolo i suoli di queste zone saranno completamente asciutti. (Sheffield e Wood, 2008)

Studiando il sistema di produzione di energia idroelettrica delle Alpi svizzere, è possibile prevedere che nel periodo 2070-2099 la produzione di energia idroelettrica calerà del 36% rispetto al periodo 1961-1990, sempre a causa del riscaldamento globale (Schaefli et al., 2007) .

 tempeste  

A causa del riscaldamento globale, si prevede che l’intensità dei cicloni sulle isole britanniche e nel mare del nord aumenterà, mentre gli effetti collaterali di queste tempeste verranno sentiti in tutta l’Europa centrale (Pinto et al., 2007). …Alcuni modelli matematici ci dicono che a causa del riscaldamento globale la velocità dei venti aumenterà nella Svezia meridionale con conseguenze sull’industria del legno svedese (Blennow e Olofson, 2008).

 ecosistemi  

L’analisi di 542 specie di piante e di 19 specie animali in 19 paesi europei ha dimostrato senza ombra di dubbio che le attività di queste specie, soprattutto in autunno e primavera (ad esempio, la fioritura e la maturazione dei frutti nelle piante e la migrazione negli uccelli), sono cambiate a causa dei trend di riscaldamento globale che stiamo osservando (Menzel et al., 2006). … Il riscaldamento è troppo veloce perché le specie riescano ad adattarsi in tempo e questo provoca profondi cambiamenti degli ecosistemi (MacKenzie e Schiedek, 2007)”.

 

 ultime notizie 

A causa del surriscaldamento sono arrivate in Italia le prime coltivazioni di banane e avocado ma sono a rischio le piante di cacao dell’Africa occidentale dove il clima sta diventando più secco. L’effetto serra taglia la resa delle colture di orzo e luppolo per la birra in Belgio e Repubblica Ceca ed anche i produttori di champagne francesi sono in allarme per l’aumento delle temperature di quasi 1,2 °C negli ultimi 30 anni nella zona di coltivazione tanto che autorevoli studiosi hanno ipotizzato lo spostamento fino in Inghilterra delle zone di coltivazione più idonee[2].

Il riscaldamento del pianeta ha effetti anche sui prodotti tipici perché provoca il cambiamento delle condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, per l’affinamento dei formaggi o l’invecchiamento dei vini.

Si è verificato nel tempo – continua Coldiretti – anche un significativo spostamento della zona di coltivazione tradizionale di alcune colture come l’olivo che è arrivato alle Alpi. E’ infatti in provincia di Sondrio, oltre il 46esimo parallelo, l’ultima frontiera nord dell’olio d’oliva italiano

Nella Pianura Padana si coltiva oggi circa la metà della produzione nazionale di pomodoro destinato a conserva e di grano duro per la pasta, colture tipicamente mediterranee.

 qualche risposta nell’analisi di P.R. Sarkar 

i poli terrestri cambiano le loro rispettive posizioni

Possibile spostamento delle rispettive posizioni dei Poli terrestri.

Possibile spostamento delle rispettive posizioni dei Poli terrestri, secondo Sarkar.

Scrive Sarkar: Se i poli cambiano le loro posizioni, il tempo impiegato dalla Terra per muoversi attorno al proprio asse certamente potrà essere minore o maggiore. E similmente il tempo impiegato dalla Terra per muoversi attorno al sole aumenterà o diminuirà. Questo è il motivo per cui qualche volta vediamo che l’ordine stagionale non mantiene un adeguato parallelismo con i mesi: questo dimostra che il cambiamento sta avvenendo velocemente. Come risultato di questo cambiamento, non solo si perderà il parallelismo tra i mesi e le stagioni, ma sarà disturbato anche l’ordine ambientale e l’equilibrio ecologico della Terra. Di conseguenza a questa disgregazione avverranno dei cambiamenti fisici e biologici nelle strutture di tutti i corpi viventi, di tutte le creature viventi, incluse le piante (Vedi effetti sulle produzioni agricole).

Secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: la causa dominante del riscaldamento osservato fin dalla metà del XX secolo è costituita da attività umane. … il rapporto (AR4) dell’IPCC e ne rafforza la validità con nuove evidenze scientifiche, prodotte da una più vasta serie di osservazioni e di modelli climatici di nuova generazione, nonché da una miglior comprensione dei processi climatici e dei feedback.

Tra i contenuti del Rapporto si legge che, secondo la comunità scientifica internazionale impegnata nella ricerca climatica, è “estremamente probabile” (probabilità al 95-100%) che l’attività antropogenica (emissioni di gas-serra, aerosol e cambi di uso del suolo) sia la causa dominante del riscaldamento osservato fin dalla metà del XX secolo”.

Secondo P.R. Sarkar, nel suo articolo “Conservazione dell’acqua”, sono 3 le cause fondamentali della siccità e in parte dei cambiamenti climatici in atto, una parte dovuta alle attività umane e le altre due a questioni magnetiche e cosmologiche.

Sarkar nei suoi tre articoli, conferenze tenute tra il 1986 e il 1990, descrive in sintesi le possibili cause dei mutamenti in corso e propone dei rimedi molto articolati.

 il primo articolo 

I Poli Terrestri spostano le loro rispettive posizioni”, indica che è iniziato lo spostamento dei Poli Terrestri dalla loro posizione originaria verso l’equatore (n.d.t). Questo proposto spostamento dei Poli è evidenziato da Richard Gautier con l’analisi del movimento dell’asse terrestre, definito Chandler Wobble, un movimento spiraliforme dell’asse di rotazione del Polo Nord, la cui ampiezza è variata da 16mt a 32mt, nel 1990. Poco, ma significativo.

Un altro aspetto da considerare è la direzione lineare nella quale si sta muovendo attualmente il Polo Nord: da Est verso Ovest, di qualche decimo di grado (Fig. 1).

polo-nord

Figura 1. Il grafico indica la posizione media del polo geografico dall’anno 1900 ad oggi.

 

 

Sarkar afferma nell’articolo, che lo spostamento definitivo del Polo Nord sarà verso Est. A questo proposito è di qualche anno fa la notizia che il Polo Magnetico si sta spostando di circa 64Km/anno verso Est (Larry Newitt, del Geological Survey of Canada). Che non sia una coincidenza? Ai posteri la ricerca. L’aeroporto di Tampa in Florida ha dovuto cambiare le rotte di volo dei propri aerei…

 polo-Magnet

Scrive ancora Sarkar in questo articolo: Le piante del Terziario non si ritrovarono più nel Cretaceo. Le piante e gli animali del Cretaceo non poterono essere ritrovati nelle ere più tarde, nel Pliocene, Miocene, Oligocene, Mesozoico e Cenozoico perché la loro esistenza, la loro nascita e morte dipendono anche dall’equilibrio ecologico”.

 Tutti si muovono – certamente i Poli si muovono – e hanno già cominciato la loro funzione di cambiamento delle loro rispettive posizioni. E vedrete apparire su questa Terra, come risultato di tale cambiamento, specialmente se il cambiamento avviene in modo repentino, un’altra era glaciale”.

Vedi articolo:  I Poli Terrestri spostano le loro rispettive posizioni  

 

 il secondo articolo dal titolo  

“L’avvento della prossima era glaciale”,  descrive i sintomi dell’avvento della prossima era glaciale:

… “Sappiamo che un’altra era glaciale sta arrivando sulla terra. Porterà un cambiamento globale nella struttura della terra. Prima della prossima era glaciale, negli esseri umani e negli animali – in ogni entità, animata e inanimata – ci saranno cambiamenti a livello intellettuale e grandi cambiamenti biologici.

Troverete cambiamenti nell’ordine stagionale, nell’arena psichica, nelle sfere socio-economico-politiche e culturali, nella struttura biologica. Tutto sta subendo una trasformazione. I poli terrestri hanno cominciato a spostarsi. Siete pronti?

Ci saranno cambiamenti nelle regioni tropicali, cambiamenti biologici enormi e dopo la prossima era glaciale, sarà creato uno speciale ordine biologico. Sentite che l’ordine stagionale sta cambiando ed è stato disturbato?

Il Polo Nord si sta muovendo più vicino alle regioni tropicali e il Polo Sud si sta avvicinando sempre più vicino all’emisfero occidentale sul lato opposto dell’area tropicale. Se nell’emisfero orientale il Polo Nord si muove da nord a sud e nell’emisfero occidentale il Polo Sud si muove da sud a nord, quale sarà l’effetto sulla idrosfera terrestre?

I ghiacci del polo si scioglieranno e il livello degli oceani si alzerà. Ciò avrà un impatto sulla dimensione delle onde marine in tutto il globo. L’Oceano Pacifico diverrà più freddo e poi gelerà. Molti dei porti esistenti chiuderanno. I modelli stagionali cambieranno. Le piogge e le variazione climatiche avranno un grosso impatto sulla flora e sulla fauna”…

La domanda più interessante che fa Sarkar è: “Siete pronti?”. In qualche modo ciò significa che si può resistere a tali eventi preparandosi dal punto di vista fisico e psichico e strutturale.

Vedi articolo:  L’avvento della prossima era glaciale

 nel terzo articolo  dal titolo ”Conservazione dell’acqua”, Sarkar analizza le cause della siccità, l’eccesso di piovosità, e problemi di reperimento di acqua potabile, allo stesso tempo offre anche delle soluzioni, semplici ed efficaci per mitigare l’effetto dei cambiamenti climatici.

Le 3 cause principali sono:

  1. L’enorme distruzione di piante o deforestazione
  2. Il sistema di bassa pressione che si genera sugli oceani
  3. La variazione della velocità angolare del sole e di altri corpi celesti come comete, nebulose, galassie.

Se:

  • per la prima causa potremmo fare qualche cosa, aumentando la riforestazione, utilizzando piante che hanno la capacità di attirare le nuvole (Felci, Ferulae…), creando dei bacini supplementari per l’acqua potabile,
  • per la seconda causa (bassa pressione sugli oceani) Sarkar suggerisce di creare pioggia artificiale utilizzando ad es. l’Elio,
  • per la terza causa si dice, dobbiamo … affidarci alla provvidenza.

Vedi articolo: (In preparazione)

Ci fermiamo qui, invitandovi a leggere i tre articoli di Sarkar che già dal 1986, dal momento che i Poli Terrestri hanno iniziato il loro movimento di spostamento delle proprie posizioni, ci aveva offerto indizi e possibili soluzioni. Buona lettura.

Articoli correlati:

 I Poli Terrestri spostano le loro rispettive posizioni  
 L’avvento della prossima era glaciale
“Conservazione dell’acqua” (In preparazione)

[1] REPORT: CAMBIAMENTO CLIMATICO: PIU’ VELOCE, PIU’ FORTE, PIU’ VICINO – Un aggiornamento europeo della scienza del clima – A cura della Dr.sa Tina Tin – http://www.amblav.it/download/dossier_CLIMA_20_10_08.pdf

[2] 10 dicembre 2015 by Consulenti Agronomi – http://www.consulenteagronomo.it/clima-con-il-surriscaldamento-cambiano-le-colture/

 

L’impresa agricola aggregata: una risposta ai problemi dell’agricoltura italiana

l’impresa aggregata: una risposta ai problemi dell’agricoltura italiana

Una risposta ai problemi strutturali dell’agricoltura arriva dall’aggregazione delle imprese… contenuta nel decreto legislativo n. 99 del 2004, che ha introdotto una nuova forma societaria, la società agricola,… In base alle nuove norme la società agricola può esercitare attività che vanno dalla trasformazione alla commercializzazione fino alla fornitura di servizi. 

agricoltura11

 In Italia ed Europa il 95% delle aziende agricole è molto frazionato e occupano un’area da 1 ettaro a 10 ettari complessivi. Troppo poco per essere remunerative, sostenibili e produttive secondo le necessità dei nostri giorni. Per la loro dimensione ridotta infatti non riescono a meccanizzarsi e sono fagocitate da poteri economici forti che spesso nulla hanno a che fare con l’agricoltura. (IRP)


 Alcune note introduttive 

Il sistema agroalimentare italiano presenta alcune peculiarità riconducibili da un lato alla sua complessità, dall’altro alla sua forte eterogeneità. La complessità, che si ritrova anche nelle altre realtà europee, deriva dal forte processo di integrazione fra le diverse componenti del sistema, dall’agricoltura all’industria di trasformazione, alla grande distribuzione, fino ai rapporti con il consumo finale e la sicurezza alimentare, ma anche dall’affermarsi di collegamenti sempre più stretti con gli altri paesi, in particolare europei, con un notevole incremento degli scambi di beni agricoli e alimentari, che hanno reso la realtà italiana sempre più aperta verso l’esterno.

La forte eterogeneità deriva dalle profonde differenziazioni struttali e territoriali, esistenti nella realtà italiana, che si riflettono in misura rilevante sulle interrelazioni prima accennate. Le differenziazioni riguardano le strutture, i livelli di trasformazione incorporati nei beni alimentari che comportano organizzazioni differenti, le diverse modalità con cui le imprese e territori si rapportano alla distribuzione e ai rilevanti mutamenti della domanda alimentare. Eterogeneità e complessità possono rappresentare un punto di forza o un punto di debolezza nella ricerca di nuove competitività del sistema agroalimentare italiano nel nuovo scenario dell’Unione Europea allargata, ma dipendono in misura sostanziale dalle politiche adottate ai differenti livelli, nazionale, regionale e locale.

Un aspetto critico dell’agricoltura italiana è senz’altro quello relativo al mancato ammodernamento delle strutture aziendali nel corso degli ultimi decenni. Il numero delle imprese agricole è assai più limitato rispetto all’universo aziendale censito, ma permane comunque una loro limitata dimensione fisica ed economica e ciò può avere importanti riflessi nella ricerca di nuove opportunità competitive per l’agricoltura italiana. Soltanto le imprese di più grandi dimensioni hanno e avranno infatti la capacità di adottare innovazioni tecnologiche, di inserirsi nelle filiere agroalimentari e di attuare efficienti strategie produttive, con una progressiva diminuzione dei costi di transazione interni, nonché di fronteggiare efficacemente le ripercussioni delle politiche comunitarie.
Le cause del mancato ammodernamento strutturale sono molteplici: dalle norme relative alla successione ereditaria che non tengono conto della specificità dell’azienda/impresa agricola, alle quotazioni elevate dei terreni nel mercato fondiario, che impediscono l’ampliamento delle superfici attraverso l’affitto o l’acquisto. Ma il mancato ammodernamento va anche ricercato nel forte impatto delle politiche comunitarie protezionistiche, che spesso hanno piuttosto prodotto la ricerca di flessibilità nell’utilizzazione del capitale umano (pluriattività) e nella organizzazione dei processi produttivi (contoterzismo).

Non esistono analisi approfondite delle tipologie aziendali esistenti nell’agricoltura italiana in base ai dati censuari del 2000, a parte i lavori di Russo, Sabbatini (2005) e di Sotte (2006), in Agriregionieuropa n.5 [link], rispetto al dettaglio raggiunto nei decenni precedenti (Fabiani, Gorgoni, 1973; Fabiani, Scarano, 1995, Fanfani, 1986, Montresor, 2000).

Ciò rappresenta una grave lacuna, in quanto poco sappiamo delle loro nuove peculiarità e vulnerabilità, degli effetti derivanti dalla diminuzione delle politiche di protezione e dall’andamento dei mercati, con ripercussioni sui loro redditi e in alcuni casi sulla loro persistenza. Dalle indagini condotte sulla presenza di giovani conduttori (Sotte, Carbone, Corsi in Agriregionieuropa, n.2, 2005 [link]) risulta che l’impresa agricola italiana, di dimensioni fisiche ed economiche limitate e con scarsa propensione agli investimenti, è in larga prevalenza “anziana”. Più che in altri paesi europei questa situazione è frutto della mancanza di prospettive occupazionali e di reddito per i giovani, ma poco sappiamo sul potenziale ricambio generazionale nelle famiglie agricole a livello territoriale. Già negli anni Novanta il quadro della famiglia agricola metteva in evidenza la forte riduzione della sua numerosità, con adeguamento alle tendenze demografiche più generali del paese.

 Le forme di aggregazione delle imprese agricole 

Una risposta ai problemi strutturali dell’agricoltura arriva dall’aggregazione delle imprese, cioè dai nuovi strumenti di sviluppo messi a disposizione delle aziende agricole per lo sviluppo di nuove strategie orientate alla competitività.
Le fonti di queste nuove forme di aggregazione si trovano nelle importanti novità contenute nel decreto legislativo n. 99 del 2004, che ha introdotto una nuova forma societaria, la società agricola, ma anche nella riforma del diritto societario, entrata in vigore dal 2004, e nelle semplificazioni introdotte con il decreto legislativo n. 102 del 2005 per le Organizzazioni di produttori (1).

In base alle nuove norme la società agricola può esercitare non solo le attività previste dall’art. 2135 del Codice civile per l’imprenditore agricolo, ma anche, in base al decreto legislativo 228/2001, tutta una serie di attività connesse, che vanno dalla trasformazione alla commercializzazione fino alla fornitura di servizi. Nell’esercizio di queste attività l’impresa aggregata può usufruire delle agevolazioni fiscali (2), delle procedure burocratiche semplificate, degli specifici interventi di sostegno previsti per i coltivatori diretti.

Le società agricole possono infatti assumere la qualifica di imprenditore agricolo professionale, con i relativi benefici, purché, se società di persone, almeno un socio e, se società di capitali, un amministratore siano imprenditori agricoli professionali (cioè dedichino almeno il 50% del loro tempo all’azienda e ricavino almeno il 50% del suo reddito da tale attività). Le società possono essere di persone (semplici, in nome collettivo, in accomandita semplice); di capitali (per azioni, a responsabilità limitata, accomandita per azioni), cooperative (a mutualità prevalente o meno) (3), consorzi (con attività esterna e interna).

L’aggregazione delle imprese può avvenire attraverso due modalità. La prima è quella che prevede forme di collaborazione, senza la perdita di identità, da parte delle singole imprese che decidono di adottare strategie comuni per l’utilizzo dei fattori produttivi o per singole fasi produttive o per l’accesso al mercato o, infine, per la condivisione di alcune idee imprenditoriali. La seconda modalità è quella che si concretizza nella nascita di un nuovo soggetto, senza ripercussioni sugli aspetti di carattere patrimoniale; si tratta di un’impresa di maggiori dimensioni che consente una migliore efficienza nell’utilizzo dei fattori produttivi e una maggiore redditività rispetto alle singole imprese aggregate.

Una recente indagine, condotta a livello nazionale, dalla società Agri2000 (4) ha messo in luce le principali peculiarità delle imprese aggregate presenti nella realtà italiana. Si tratta di imprese diffuse in larga parte nelle regioni settentrionali, che operano prevalentemente nella commercializzazione diretta dei prodotti (35% delle unità rilevate), seguita dalla gestione di terreni e di allevamenti (25%) e dalla trasformazione (15%); altre attività sono la gestione dei servizi, della manodopera, l’acquisto e la gestione comune dei mezzi tecnici, nonché la valorizzazione dei prodotti.

Sotto un profilo settoriale, i comparti più coinvolti sono quello zootecnico, seguito da quello ortofrutticolo. Le modalità di aggregazione sono le più diversificate, anche se la maggior parte delle aggregazioni predilige la forma cooperativa (40% dei casi), soprattutto nella forma di piccola società cooperativa, e la società semplice (20%). Minore diffusione hanno invece le società di capitali e le associazioni, in genere per la valorizzazione dei prodotti, le società di persone e gli accordi scritti.

 Le opportunità ed i limiti dei nuovi strumenti di aggregazione 

agricoltura33Le opportunità offerte da questi nuovi strumenti di aggregazione delle strutture agricole sono numerosi; essi consentono infatti:

  • il raggiungimento di maggiori economie di scala, superando i limiti della singola azienda, con conseguente diminuzione dei costi di produzione;
  • una maggiore possibilità di accesso al credito, facilitando gli investimenti aziendali e le innovazioni tecnologiche, aspetti cruciali nell’attuale fase dello sviluppo;
  • un incremento della specializzazione in determinate produzioni e in determinati processi produttivi per le singole unità e, al tempo stesso, un aumento della diversificazione delle produzioni e dei servizi (prodotti di qualità, agriturismo, il che comporta una maggiore flessibilità produttiva dell’impresa aggregata, fondamentale importanza per fronteggiare la concorrenza in un mercato sempre più aperto;
  • l’incremento della redditività agricola, soprattutto nel caso della vendita diretta, in quanto il maggiore valore aggiunto viene trattenuto dalla componente agricola, a scapito degli operatori a valle della filiera.

 

 I limiti sono essenzialmente di due ordini 

Il primo è intrinseco agli strumenti adottati. L’aggregazione può infatti non assumere caratteri di stabilità nel tempo, in quanto si basa sulla fiducia e sulla costruzione del consenso da parte dei singoli imprenditori, che possono venire meno in un arco temporale di medio o lungo periodo. Le strategie adottate possono essere così, per alcuni aspetti, riduttive rispetto alle potenzialità, ma ciò dipende anche dalla scelta della forma societaria prescelta.
Il secondo limite è di carattere più generale. Questo nuovo quadro normativo si rivolge alle imprese che presentano aspetti potenziali di vitalità. Queste potenzialità si trovano nelle aziende con giovani conduttori o in cui vi sia un ricambio generazionale e le strategie imprenditoriali siano rivolte alla permanenza nel settore agricolo. In base alle considerazioni svolte in precedenza, poco sappiamo delle realtà presenti nei differenti contesti territoriali e ciò può ostacolare l’adozione delle opportune misure di supporto a livello locale e regionale.
Non solo nella fase della sua creazione, ma anche nella gestione, l’impresa aggregata necessita di un’azione incisiva da parte delle istituzioni locali per servizi sia di carattere generale (ad esempio la formazione del capitale umano), sia più specifici (supporto tecnico). La scelta di operare insieme implica una dettagliata indagine delle caratteristiche strutturali delle aziende coinvolte ed una verifica puntuale delle potenzialità delle strategie adottate, nonché un’attenzione particolare alla modalità di aggregazione prescelte. L’aggregazione delle imprese rischia dunque di non essere utilizzata nelle aree più deboli del paese, con minore densità istituzionale, in cui un’ampia quota di territorio deve raggiungere adeguate condizioni di vita economica, sociale e ambientale.

Nonostante questi limiti, l’impresa aggregata può rappresentare una risposta ai problemi dell’agricoltura italiana.

Non a caso questo strumento è stato posto al centro dell’attenzione nei Piani di Sviluppo Rurale (ne sono esempi Emilia-Romagna e Veneto), gli interventi dovranno essere i più flessibili, in modo da adattarsi al mosaico delle situazioni presenti. Questo percorso rinvia alla necessità in precedenza accennata: gli economisti agrari debbono riprendere le indagini sulle differenti tipologie esistenti, per comprenderne le differenti capacità di risposta alle molte funzioni che la società rivolge al settore primario.

Note

(1) Questo provvedimento ha ridotto a 5 il numero minimo di produttori e il volume di produzione dei soci che può essere commercializzato direttamente, pari a 3 milioni di Euro.
(2) Le attività connesse sono soggette a tassazione come redditi agrari, non più come redditi di impresa. Per i servizi svolti in altre aziende con mezzi provenienti dall’impresa agricola è previsto un regime forfetario di tassazione.
(3) Le cooperative sono a mutualità prevalente quando o le attività svolte (vendita di beni e di servizi) o le prestazioni di lavoro dei soci o gli apporti di beni e di servi sono prevalenti. Nel caso della cooperativa agricola la prevalenza fa riferimento anche alla quantità dei beni conferiti, anziché al valore degli stessi.
(4) Agri2000 e’ una società di servizi, ricerca e sperimentazione per il settore agroalimentare e per l’ambiente: http://www.agri2000.it/

Riferimenti bibliografici

  • Corsi A., Carbone A., Sotte F., “Giovani e impresa in agricoltura”, Agriregionieuropa, n. 2., 2005 [link]
  • Fabiani G., Gorgoni M., “Un’analisi delle strutture dell’agricoltura italiana”, Rivista di Economia Agraria, n. 6, 1973
  • Fabiani G., Scarano G., “Una stratificazione socio-economica delle aziende agricole: pluralismo funzionale e sviluppo territoriale”,La Questione Agraria, n. 59, 1995
  • Fanfani R., “Le aziende agrarie negli ultimi cinquanta anni”, in La Questione Agraria, n. 23, 1986
  • Montresor E., “L’articolazione territoriale nell’agricoltura italiana”, in Fanfani R., Montresor E. (eds), La struttura sociale dell’agricoltura italiana verso il 2000, Franco Angeli, Milano, 2000
  • Russo C., Sabbatini M., “Analisi esplorativa delle differenziazioni strategiche nelle aziende agricole”, Rivista di Economia Agraria, n. 4, 2005
  • Sotte F., “Quante sono le imprese agricole in Italia”, Agriregionieuropa, n. 5, 2006 [link]
Università di Verona, Dipartimento di Economie, Società e Istituzioni

Costituzione Italiana: qualche ritocco per un’esistenza dignitosa

di Tarcisio Bonotto, Franco Bressanin

Art.36-costituzioPrendo l’occasione del bell’articolo di Luigi Pecchioli su www.scenarieconomici.it, ‘La Costituzione Economica’ per integrarne alcuni aspetti e prospettare un possibile scenario di sviluppo.

Anche se la Costituzione Italiana è una tra le più copiate al mondo, certamente dopo molti anni dalla sua nascita, può necessitare di qualche ritocco per adattarsi ai tempi.

In particolare l’articolo 36, che attesta:

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, dovrebbe spiegare due assunti:

  • la proporzione della retribuzione rispetto alla qualità del lavoro, quindi il metodo per determinare un diverso livello retributivo per le varie professioni e lavori, e
  • quali elementi possano assicurare una vita dignitosa e libera.

Oggi c’è infatti la necessità di specificare tali concetti stabilendo “che cosa debba essere garantito dalla retribuzione” e di conseguenza “quale dovrebbe essere il livello retributivo”, meglio ancora “quale dovrebbe essere il livello di potere di acquisto”, per permettere che ciò avvenga. Non possiamo lasciare alla trattativa privata o sindacale e governativa, con parametri aleatori, la decisione del livello salariale o al puro calcolo matematico senza avere precisi obiettivi sociali e umanistici.

Nel periodo in cui la retribuzione dei lavoratori era regolata dalla Scala Mobile[1], che legava il salario all’indice dei prezzi al consumo, il livello di vita medio, in un periodo di boom economico, era migliorato.

Se dovessimo determinare ciò che serve per una vita libera dalla povertà e dall’indigenza, e perciò dignitosa, scopriamo che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Art. 25 e 26, e la teoria economica PROUT, elencano in maniera puntuale, le cosiddette Minime Necessità (i bisogni primari): alimenti, vestiario, abitazione, cure mediche e istruzione. Queste dovrebbero essere garantite, dal Governo in carica.

La teoria PROUT, del 1967, in effetti avvalla la proposta della Dichiarazione del 1948, ma oltre a elencare le Necessità Basilari, come diritti fondamentali per la sopravvivenza e il proprio sviluppo, propone un metodo per la loro attuazione: un Sistema Economico Collettivo (non statale), non privatistico, né statale ma a gestione collettiva. In effetti la dichiarazione è rimasta tale in un’ambiente capitalistico che non potrà mai realizzarla perché fondato sul profitto e sul concetto di arricchimento personale attraverso lo sfruttamento degli altri.

Sarkar, autore del Prout, afferma che tali minime necessità dovrebbero essere inserite nella Costituzione e potranno così obbligare il Governo a garantirle ai propri cittadini attraverso un lavoro o per coloro che non possono lavorare, attraverso una rendita o altri strumenti, pena la sua decadenza. Per avere garantiti tali diritti, dovrebbe essere disponibile un lavoro, ciò che la Costituzione attuale afferma essere il fondamento della Repubblica.

Per avere la massima occupazione l’economia dovrà essere necessariamente AUTOSUFFICIENTE, per lo meno nella produzione e distribuzione delle Minime Necessità. Un’autosufficienza aperta al commercio internazionale, ma non distrutta dalle regole internazionali.

Autosufficienza significa che si dovrà produrre in loco tutto ciò di cui si necessita e si può produrre, al massimo grado. Antitetica alla Globalizzazione. Oggi importiamo di tutto e le nostre produzioni vengono distrutte. Non è vero che i prodotti importati costano meno, è un mito che è necessario sfatare. Nei prodotti importati infatti non mai incluso il prezzo della disoccupazione locale che quesi creano, dei conflitti sociali che generano, dei morti per indigenza.

Un’economia Autosufficiente dovrà svilupparsi in maniera equilibrata nei suoi vari settori, agricoltura, agro e agrico industrie, industrie non agricole, commercio e servizi. Oggi i servizi occupano il 62% della popolazione, industria il 29% e l’agricoltura solo il 3,8%, troppo poco per avere i conti in regola. Secondo il PROUT dall’agricoltura dovrebbe dipendere circa il 30-40% della popolazione, agro e agrico-industria il 20-30%, industria non agricola 20%, commercio 10% e servizi 10%

Un secondo aspetto importate è il rapporto salari/produttività. Per eliminare la disoccupazione, la povertà e le bolle speculative l’economista Ravi Batra, afferma:

  • i salari devono seguire di pari passo la produttività aziendale
  • salari elevati mantengono i posti di lavoro e possono perciò garantire le necessità basilari. (http://irprout.it/?p=2450).

Il sistema di lavoro, per essere maggiormente efficiente, dovrebbe essere improntato alla COOPERAZIONE COORDINATA, non SUBORDINATA come nel presente sistema economico, per attivare tutte le energie della popolazione lavoratrice e non tarparle in un rapporto tra imprenditori, lavoratori, sindacati e governo di natura conflittuale e antitetico.

Dove questa cooperazione coordinata e condivisa è presente vi è più elevata produttività, solidarietà, coesione sociale, e migliore distribuzione della ricchezza.

In conclusione, dovremmo poter inserire nell’Art. 36 della Costituzione italiana, una specifica:

  • “E’ necessario garantire a tutti le minime necessità per l’esistenza in particolare: alimenti, vestiario, abitazione, cure mediche, istruzione, come diritto di nascita. Inclusi, in una società avanzata, trasporti e comunicazioni.
  • Il potere di acquisto è il metro di misura del benessere della popolazione e deve essere tale da garantire le minime necessità.
  • I livelli salariali devono andare di pari passo con la produttività, per mantenere occupazione, eliminare la povertà e assicurare la garanzia delle necessità basilari. Il Gap-Salariale dovrebbe essere tale da mantenere l’equilibrio tra Domanda-Offerta.”

 “La nostra conclusione principale è che l’aumento del differenziale salario-produttività, a causa delle politiche del governo, è la causa primaria, se non l’unica, delle recessioni, della disoccupazione, degli enormi profitti e, di conseguenza, dell’eccessiva concentrazione della ricchezza”. Ravi Batra

Vedi Riforme Costituzionali: http://irprout.it/?page_id=333

Gap-Salariale – Una Rivoluzione in Macroeconomia: http://irprout.it/?p=2450

[1] La scala mobile è uno strumento economico di politica dei salari volto ad indicizzare automaticamente i salari in funzione degli aumenti dei prezzi, al fine di contrastare la diminuzione del potere d’acquisto dovuto all’aumento del costo della vita, secondo quanto valutato con un apposito indice dei prezzi al consumo (wikipedia)

Una riforma Agraria per l’Italia?

cooperare per salvare l’agricoltura italiana

Definizione degli Appezzamenti Agricoli Sostenibili.

ALBERO

 

Da un po’ di tempo ormai l’Europa sta giocando al ribasso su tutte le norme sociali, economiche, alimentari, ambientali etc. che hanno regolato una collettività sufficientemente civilizzata.

Sappiamo pure che per i forti interessi economici in gioco, i poteri forti stanno facendo quadrato per ricavare sempre più linfa vitale dalla società, hanno sparso ai quattro angoli della terra i loro tentacoli velenosi, per ottenere la supremazia socio-economica.

L’Europa ha accettato e ogni paese ha firmato i Trattati WTO (TRIM, TRIP, GAT), sviluppati in 27.000 pagine, redatti da circa 400 multinazionali, spesso senza conoscere a fondo il loro contenuto. Infatti per l’Italia ha firmato Piero Fassino il quale, alla domanda perché avesse firmato per noi senza leggere nemmeno una riga, rispose: “Era un atto dovuto”. Di solito chi firma dal notaio legge bene il testo prima di accettare qualsiasi clausola.

Sta di fatto che tutti i cambiamenti visti finora: privatizzazioni Acqua, Poste, ENI etc., eliminazione dell’articolo 18, importazioni selvagge anche dalla Cina di prodotti alimentari, delocalizzazioni, sono il frutto di questi trattati che stanno letteralmente mettendo in ginocchio il tessuto produttivo italiano e la sua popolazione.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e il WTO lavorano in tandem: per entrare nel WTO ogni paese deve accettare le 160 regole del FMI, definite SAP (Programma di Adeguamento Strutturale). Se un paese vuole avere dei prestiti dalla Banca Mondiale, deve sottoscrivere le 160 regole del FMI. Questi organismi sono rappresentati della grosse banche mondiali, in particolari americane.

Gli strumenti adottati dal FMI e gli eventuali risultati sono ben evidenziati dal FMI stesso e li vediamo in queste due diapositive.

SAP1

 

SAP2

Il problema che si pone perciò è come sopravvivere alla destrutturazione sociale ed economica del nostro paese e degli altri paesi. Qualche cosa la Lega della Terra ha messo in campo: il De.CO, vale a dire la denominazione Comunale di ogni prodotto. Questo credo a significare che vi è la necessità impellente di proteggere le nostre risorse locali dalla speculazione e la necessità di favorire uno sviluppo che parta da vicino per rimettere la barra dell’economia a dritta.

Nella teoria economica PROUT, si insiste sullo sviluppo locale con una strategia adeguata a fronteggiare le multinazionali: la creazione di “Zone Socio-Economiche Autosufficienti”. Delle aree definite in base ad alcuni parametri essenziali: “la produttività della terra, risorse presenti, clima, topografia, sentimento di appartenenza  sociale, livello di sviluppo economico”, che diventino autosufficienti nella produzione delle necessità basilari all’esistenza, che soddisfino i bisogni primari, senza dipendere da terzi. Certamente una autosufficienza aperta alle esportazioni del surplus, ma non all’importazione di beni e servizi che possono essere prodotti o essere presenti in loco. Questa è la stortura presente nell’attuale meccanismo del WTO.

Queste aree dovrebbero fare sistema e includere:

  • “Appezzamenti Agricoli Sostenibili”, somma di più proprietà agricole piccole, che lavoreranno col sistema di cooperazione–coordinata e dove si possa realizzare l’agricoltura integrata, vale a dire: colture estensive, orticoltura, frutticoltura, floricoltura, apicoltura, sericoltura, piscicoltura, erbe medicinali, allevamento, prodotti caseari, anticrittogamici, industrie artigianali di trasformazione e macchinari, produzione di energia, legna, centri di ricerca e progetti per la conservazione dell’acqua.
  • Scuole di ogni grado e ordine
  • Attività per la salute, attività culturali …

agric-integrata

L’agricoltura integrata, favorita dalla cooperazione di molti addetti ai lavori, renderebbe il settore altamente meccanizzabile, competitivo, efficiente,  autosufficiente e sostenibile dal punto di vista economico. In effetti se un’annata per uno dei su menzionati settori andasse male, il sistema sosterrebbe comunque i lavoratori/trici componenti il progetto, attraverso la rendita degli altri settori.

Inoltre si acquisterebbero ad es. 1 solo trattore invece di 10, 1 sola macchina operatrice invece di alcune etc. Si avrebbe più peso nella contrattazione sui fertilizzanti, e maggiori ricavi nelle vendite ai consumatori locali. Infatti è la grande distribuzione a strozzare i piccoli produttori

Nella UE in effetti il 95% circa delle aziende agricole, possiedono da 1 a 10 ettari di terreno agricolo coltivabile. Troppo piccole per avere una buona meccanizzazione e una sostenibilità economica. Il loro destino è di essere fagocitate dai grossi capitali o multinazionali. In India in circa 10 anni, vi sono stati 250.000 suicidi di agricoltori a causa sia degli OGM, sia dell’insostenibilità economica della propria attività. Gran parte delle loro attività sono state vendute.

Questa è una proposta strutturale e pratica per unire le forze, in modo tale che i piccoli e produttivi appezzamenti agricoli non vadano nelle mani di grossi gruppi industriali, il che potrebbe dare il colpo di grazia al settore primario da sempre colonna portante dello sviluppo socio-economico italiano.

Tarcisio Bonotto
29/06/2015

 

Unctad: cambiare paradigma della globalizzazione, aumentare i salari dei poveri per “dopare” la crescita mondiale

26 ottobre 2010 alle ore 13.45

E’ “stranamente” passato quasi sotto silenzio in Occidente il rapporto dell’United Nation Conference on Trade and Development (Unctad) pubblicato il 19 ottobre 2010. Mette in discussione l’attuale paradigma economico della globalizzazione che basa la competitività di un Paese sulle esportazioni e la produttività (che si traducono in bassi salari). Infatti secondo l’Unctad “L’aumento dei salari sarebbe in grado di dinamicizzare la crescita mondiale”.

Il rapporto Unctad 2010 sul commercio e lo sviluppo sottolinea che «Quest’aumento passa però per un riorientamento delle politiche macroeconomiche ed un rafforzamento delle istituzioni che permetteranno di far aumentare i redditi».

AfricaSecondo il documento al centro del nuovo paradigma deve esserci la creazione di nuovi posti di lavoro: «E questo è ancora più importante perché, in numerosi Paesi, la crisi finanziaria ed economica ha provocato un aumento della disoccupazione che raggiunge livelli ineguali».

Ma gli economisti che l’Unctad ha chiamato a stilare il documento sfatano un’altro tabù economico che sentiamo ripetere come un mantra anche dagli imprenditori e dai politici italiani: «Le prospettive di una crescita trainata dalle esportazioni diminuiscono, perché gli Stati Uniti non saranno più il principale mercato di esportazioni e ci sono poche possibilità che le altre potenze economiche prendano rapidamente il loro posto». Ma il coltello nella piaga della politica economica tradizionale (sia capitalista che del socialismo reale) il rapporto dell’Unctad lo mette quando dice: «Nelle strategie di sviluppo che hanno dominato gli ultimi 30 anni limitare la pressione salariale è stato il principale modo di procurare un vantaggio concorrenziale nei differenti settori dell’esportazione sui mercati internazionali. Questo approccio dimentica il ruolo macroeconomico del rialzo dei salari che possono stimolare la domanda interna e dinamizzare il lavoro».

Come se ne esce da questo gatto che si morde la coda (ci vogliono più consumi ma la base dei consumatori guadagna poco per sostenere il mercato o sono disoccupati)? Lo spiega nell’introduzione del rapporto il segretario generale dell’Unctad, Supachai Panitchpakdi:«Una strategia promettente per creare rapidamente dei posti di lavoro potrebbe consistere nel privilegiare maggiormente la dinamica degli investimenti e fare in modo che i guadagni di produttività così ottenuti vengano ripartiti tra il lavoro e il capitale in maniera da “dopare” la domanda interna, Tutte questi misure applicate insieme, offrirebbero grandi possibilità di gestire la domanda facendo in modo di combattere la disoccupazione, gestendo intanto l’inflazione e riducendo la dipendenza di fronte alle esportazioni».

Sembrerebbe che il turbo-capitalismo globalizzato abbia bisogno di una specie di droga socialdemocratica che per alcuni versi somiglia al riassestamento che sta mettendo in atto il Partito comunista cinese in Cina con il nuovo piano quinquennale. Ma sembra una ricetta per i Paesi emergenti e in via di sviluppo più che per il satollo Occidente dove sembra problematico garantire l’espansione regolare della domanda interna. Sembra invece destinata anche a noi un’altra delle raccomandazioni: «Rafforzare il potere d’acquisto collettivo, stimolando gli investimenti in capitale fisso e nell’innovazione tecnologica».

Infatti il rapporto fa il bilancio di 30 anni di globalizzazione e sviluppo partendo dal vero teatro nel quale si è svolta la battaglia economica e sociale planetaria:: i mercati del lavorio dei Paesi in via di sviluppo e le loro risorse. Paesi che non sono in grado di assorbire un eccesso di manodopera eppure sempre più dipendenti dalle esportazioni verso i Paesi sviluppati. «Ma tutto questo non può proseguire allo stesso tempo con le strategie di sviluppo e riuscire – dice l’Unctad – Bisogna quindi concentrarsi maggiormente sulle forze interne che sono la crescita e la creazione di posti di lavoro».

UNCTADInfatti, se il rapporto Unctad è stato praticamente ignorato in Europa (per non parlare dell’Italia), sta invece facendo molto discutere in Africa, c visto che è in quel continente che ci sono i più poveri dei Paesi in via di sviluppo e dove i programmi pubblici per il lavoro sarebbero più utili per lottare contro disoccupazione e miseria. Programmi che secondo il rapporto «Non solo hanno un effetto diretto sulla riduzione della disooccupazione, ma creano potere di acquisto che avrà degli effetti indiretti sui posti di lavoro in tutta l’economia e fissano una soglia di remunerazione e condizioni di lavoro minime».

Dopo una contrazione di circa il 2% nel 2009 (la prima dalla seconda guerra mondiale) il Pil mondiale dovrebbe crescere del 3,5% nel 2010, ma nello stesso tempo il valore del commercio mondiale è precipitato del 23% nel primo trimestre del 2009, iniziando a riprendersi d solo alla fine dell’anno. Ma mentre i prezzi dei prodotti di base aumentano velocemente rispetto al primo trimestre del 2009 non fanno altrettanto le entrate fiscali degli Stati, in parte a causa della forte domanda dei Paesi emergenti in rapida industrializzazione, ma anche per il riapparire della speculazione finanziaria nelle sue forme peggiori.

«La ripresa è fragile ed ineguale – avverte l’Unctad – I Paesi africani, meno direttamente toccati dalla tormenta finanziaria perché sono molto meno integrati di altre regioni in via di sviluppo nei mercati finanziari internazionali, dovrebbero conoscere una crescita del 5% nel 2010. In Africa sub sahariana (non compreso il Sudafrica) la crescita sarà più vicina al 6%. Ma la creazione di posti di lavoro e particolarmente di impieghi ad alta produttività e ben remunerati resta difficile».

Le decantate riforme politiche liberiste applicate per più di 20 anni hanno prodotto risultati limitati: «Molti Paesi africani negli anni ’80 e ’90 hanno registrato una contrazione del Pil per abitante e delle attività manifatturiere – spiega l’Unctad – Alla fine degli anni ’90, la struttura produttiva ricordava quella del periodo coloniale, con un posto preponderante dell’agricoltura e delle attività estrattive».

Questo ha prodotto l’ampliamento del debito, l’aumento del costo del cibo e una serie di conflitti interni, solo la fine di queste turbolenze a permesso il recupero del trend della crescita e l’aumento delle entrate a partire dal 2003, crescita che è proseguita negli anni successivi nonostante la crisi mondiale. «Ma niente indica fino ad ora che la struttura del lavoro sia realmente evoluta – sostiene il rapporto – Il tasso di impiego ufficiale resta elevato nell’Africa subsahariana, il che conferma che il problema in termini assoluti non riguarda una penuria di posti di lavoro, ma l’assenza di posti di lavoro accettabili e produttivi».

Il lavoro agricolo, essenzialmente informale, è diminuito con il progredire dell’urbanizzazione, ma in Africa rappresenta ancora il 60% del totale. Intanto aumenta il lavoro nero e informale nei servizi urbani e nel piccolo commercio. Nell’Africa sub sahariana, se si esclude il Sudafrica i salariati in settori “strutturati” sono solo il 13% dei lavoratori e il 60% della forza lavoro sono “lavoratori poveri”, cioè che b non riescono con il loro salario a soddisfare i bisogni primari di sussistenza delle loro famiglie. L’Unctad conclude: «Perché la situazione del lavoro possa migliorare grazie ad una crescita più rapida del Pil, bisogna quindi che l’aumento dei redditi nelle industrie dell’esportazione abbia delle ricadute benefiche per iol resto dell’economia. Ma questo poi dipenderà dalla domanda produttiva delle imprese, dalla crescita dei consumi di beni e prodotti nel Paese e dall’aumento delle spese pubbliche grazie alle tasse più elevate pagate dagli esportatori».

Peccato che fino ad ora la globalizzazione imprenditoriale guidata dalle multinazionali si sia basata proprio sul sogno di trovare sempre un Paese dove si pagano meno gli operai e non si pagano tasse. Forse siamo arrivati alla fine della corsa e tutte le caselle della scacchiera sono state percorse e occupate e bisognerà pensare alla redistribuzione e del benessere globale. E per l’occidente saranno dolori.


 Questo articolo: http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=7279 

 UNCTAD Report 2010, pag IX-X: http://unctad.org/en/Docs/tdr2010_en.pdf 

 

PROUT: Socialismo Umanistico e Democrazia Economica

 PROUT: Socialismo Umanistico e Democrazia Economica 


Le economie oligarchiche, con la caduta del comunismo e nell’euforia della globalizzazione economica, hanno esteso il loro controllo in tutti i settori, sui mezzi di produzione ed il mercato.

In questo loro folle desiderio di monopolizzare il potere economico, controllano e influenzano anche le istituzioni sociali, religiose, educative, culturali, i mass media, ecc. La strategia è di instillare, nella psicologia delle masse, la cultura edonistica e consumistica per perpetrare la loro loro strategia di sfruttamento psico-economico. In tali circostanze le idee proprie del socialismo sono state relegate nello sfondo della vita collettiva.


di Ac. Krtashivananda Avt.

L’Internazionale Socialista, in una conferenza tenuta a Francoforte, in Germania nel 1951, aveva adottato una risoluzione con questi punti fondamentali:

ISocial

  • I socialisti si sforzeranno di costruire una nuova società in libertà e con mezzi democratici
  • Senza libertà non ci può essere socialismo. Il socialismo può essere implementato solo attraverso la democrazia. La democrazia si può realizzare completamente solo attraverso il socialismo.
  • La Pianificazione Socialista non presuppone la proprietà pubblica di tutti i mezzi di produzione. È compatibile con l’esistenza di proprietà privata in settori importanti, per esempio nell’agricoltura, nell’artigianato, nel commercio al dettaglio e nelle piccole e medie industrie. Lo Stato deve impedire ai proprietari privati di approfittarsi dei loro poteri. Dovrebbe assisterli nell’aumentare la produzione e il benessere all’interno della cornice di una economia pianificata.
  • Mentre il principio guida del capitalismo è il profitto privato, il principio guida del socialismo è soddisfare le necessità umane.
  • Socialismo significa molto di più di un sistema economico e sociale. Il progresso economico e sociale ha un valore morale fintantoché serve a liberare e sviluppare la personalità umana.
  • Il socialismo lotta per liberare gli esseri umani dalle paure e dalle ansietà che sono intimamente connesse con tutte le forme di insicurezza politica ed economica. Questa liberazione aprirà la via allo sviluppo spirituale degli esseri umani consci delle proprie responsabilità e dell’evoluzione culturale della loro intera personalità. Il socialismo è un potente fattore nel promuovere questo sviluppo culturale.

Dagli anni 90, tutti i paesi europei, che avevano implementato lo stato sociale e  adottato i principi di cui sopra , sopraffatti dal potere e dal flusso della globalizzazione, lentamente hanno diluito i propri ideali socialisti.

Stiamo anche osservando che, con il recente collasso delle istituzioni economiche e la recessione mondiale, il capitalismo è entrato nella sua zona d’ombra. I sintomi del fallimento del capitalismo spingono le persone sane ad appoggiare le idee di un nuovo umanesimo o umanesimo radicale che sono emerse come protesta contro la “disumanizzazione del carattere sociale”[1] e la nascita della “arida religione industriale cibernetica”[2].

Benché i vari umanisti radicali differiscano ampiamente nell’approccio e nell’analisi, in generale essi condividono le seguenti idee e attitudini:

  • la produzione deve soddisfare le reali necessità della popolazione, non la domanda del sistema economico;*
  • si deve stabilire una nuova relazione, di cooperazione e non di sfruttamento, tra le persone e la natura;
  • il mutuo antagonismo deve essere sostituito dalla solidarietà;
  • l’obiettivo di tutte le azioni sociali deve essere il benessere degli esseri umani e la prevenzione del malessere;*
  • non si deve ricercare il “massimo consumo” ma un “sano consumo”, che migliora il benessere;
  • l’individuo deve essere parte attiva e non passiva nella vita sociale.*

Nota: Le parole contrassegnate con * sono state riprese da libro di Eric Fromm “To Have or To Be”.

logo_IRP_albero300CorLe idee degli umanisti radicali relative all‘economia decentralizzata, alla democrazia dei lavoratori e all‘essenza umanistica del sistema socio-economico, hanno una forte rassomiglianza con quelle del PROUT. Inoltre è ovvio che senza il risveglio della coscienza sociale e umanistica, non può emergere una società che crede in una equa distribuzione, nel benessere e nella visione di una comunità mondiale.

La ricerca della libertà è la genesi dell’evoluzione sociale. L’essere umano non è nato libero. In questo mondo relativo esso è costantemente in balia delle costrizioni delle limitazioni fisiche, dell’ignoranza psichica e dell’imperfezione spirituale. Lo sforzo sincero per liberarsi da questi limiti è la forza motivante che sottende ogni evoluzione sociale. Libertà significa “eliminazione progressiva di tutti gli ostacoli nel cammino del progresso sociale, intellettuale o spirituale”, alla fine la rottura di tutti i limiti, il superamento di tutti gli impedimenti e stabilire sé stessi nel regno di una più alta coscienza.

La bontà di qualunque progresso sociale viene misurata dalla possibilità di provvedere, ad ogni membro della società, l’opportunità di raggiungere la propria libertà e non solo dalla capacità di costruire strade, edifici o materiali bellici. Lo sviluppo economico o la stabilità politica non sono il vero “indice di progresso umano” ma solo i mezzi oggettivi per arrivare ad una “totale libertà soggettiva”.

Un sistema socio-economico giusto e razionale emergerà solo all’interno di una congeniale psicologia sociale e tradizione culturale. Devono essere simultanei, a questo scopo, l’impegno a 360° per una trasformazione radicale del sistema socio-economico e una rivoluzione culturale, per risvegliare la coscienza delle masse.

“Oggi l’animo dell’essere umano non poggia più su fondazioni sicure. Tutto attorno ad esso è contraddittorio e incerto. Ma la lenta morte del vecchio ordine non deve riempirci di disperazione. È legge di natura che la vita arrivi dopo la morte. Ogni civilta’ è un’espressione di una qualche realizzazione interiore, una prova di creatività, che verrà superata da un nuovo successivo risveglio delle coscienze.”[3]

“E’ un crimine credere nella definitiva sconfitta dell’umanità. L’apparire del puro Sè avverrà al sorgere del sole in una nuova alba. Gli invincibili esseri umani avanzeranno sul sentiero di un cammino vittorioso, supereranno tutte le ostruzioni e recupereranno la loro perduta dignità.”[4]

Oggi l’umanità è sconcertata. Le masse disorientate non sanno in quale direzione la società si stia muovendo. Le classi dirigenti, dello Stato e dei privati, sono solo interessate alla salvaguardia degli interessi dei privilegiati. Una pazza e violenta corsa agli armamenti ha creato una situazione di insicurezza. In questa situazione gli/le amanti della pace, di questo mondo, devono unirsi e ispirare le persone a rivoltarsi contro l’ingiustizia, le diseguaglianza, la povertà, l’oppressione e il dominio di classe. Solo dopo aver eliminato le istituzioni repressive e autoritarie, statali e private, si potrà osservare l’emergere di una società libera, nella forma di un socialismo umanistico e democrazia economica.


[1] Fromm, Erich – “To be or to Have

[2] ibidem

[3] Roy, M.N. – The New Humanism, Renaissance, Publisher, Calcutta 1952

[4] Cackravarti, Shivnath – Introduction to Politics, Modern Book Agency, Kolcata, 1977

Le cause della disoccupazione – Ravi Batra


Qual è la maggior fonte di offerta? La produttività. Qual è la principale fonte di domanda? I salari. Se, attraverso l’educazione o l’uso di migliori tecnologie, diventate più efficienti, produrrete o offrirete più beni. Se il vostro salario aumenta, allora voi consumerete o chiederete più beni. Perché l’economia sia in salute e sia libera da disoccupazione, l’offerta deve uguagliare la domanda:

OFFERTA = DOMANDA
questa è una semplice equazione, che però ci aiuterà a capire le ragioni per cui si ha la disoccupazione. Se l’offerta e la domanda non sono uguali, allora, come un aeroplano con ali molto diverse, l’economia a un certo momento si schianterà.


 

Una nuova teoria in Macroeconomia

cosa causa veramente la disoccupazione?

ravi-batraIl Prof. Ravi Batra parla così della crisi economica americana:

Secondo le statistiche nel 2013 la povertà americana e’ stata la peggiore in 50 anni. Come può succedere questo, quando i profitti delle multinazionali e la borsa stavano fiorendo e il l governo stava  facendo il meglio dall’inizio della recessione per sradicare la povertà? Sia l’amministrazione che la Federal Reserve hanno speso trilioni di dollari per trattare la malattia, ma con poco successo.

Come entrammo nel 2014, i rapporti sulla povertà divennero ancora più tristi, dato che il record dei passati cinquant’anni viene battuto. Questo è ciò che accade quando la disoccupazione persiste nonostante si dichiari che la recessione è passata. Per eliminare la povertà, dobbiamo eliminare la disoccupazione, e questo ci porta ad esaminarne la causa. Questo ci porta anche a pensare alle ragioni per cui si ha una recessione.

Molti pensano che solamente le industrie creino posti di lavoro, ma ciò è vero solo in parte. In realtà, la creazione di posti di lavoro avviene per effetto dell’azione combinata di industrie e di consumatori. Le industrie da sole provvedono ai mezzi per fare dei prodotti e assumono lavoratori, ma se i loro prodotti rimangono invenduti e perdono denaro, licenziano i lavoratori. Per iniziare un’attività sono necessari sia il lavoro che il capitale. Inoltre, grossa parte della domanda, per beni e servizi, viene dai lavoratori. Ciò significa che le industrie offrono dei beni e i lavoratori ne acquistano la maggior parte. Sono sicuro che tutti avete sentito parlare della legge della domanda e dell’offerta, anche se non avete mai studiato economia. L’offerta e la domanda sono come le due ali di un aeroplano: devono essere ugualmente forti e pesanti, altrimenti l’aereo si schianterà. Allo stesso modo, offerta e domanda devono essere in equilibrio per conservare i posti di lavoro.

Qual è la maggior fonte di offerta? La produttività. Qual è la principale fonte di domanda? I salari.

Se, attraverso l’educazione o l’uso di migliori tecnologie, diventate più efficienti, produrrete o offrirete più beni. Se il vostro salario aumenta, allora voi consumerete o chiederete più beni. Perché l’economia sia in salute e sia libera da disoccupazione, l’offerta deve uguagliare la domanda:

OFFERTA = DOMANDA

questa è una semplice equazione, che però ci aiuterà a capire le ragioni per cui si ha la disoccupazione. Se l’offerta e la domanda non sono uguali, allora, come un aeroplano con ali molto diverse, l’economia a un certo momento si schianterà.

Per chiarire i termini:

offerta significa il valore di tutti i beni prodotti in una economia,

domanda significa tutto ciò che viene speso dai consumatori e investitori su beni prodotti in una certa nazione.

Accade poi che, a causa di investimenti e nuove tecnologie, la produttività e quindi l’offerta cresca di anno in anno. Questo significa che i salari, e quindi la domanda, devono anche crescere di anno in anno, e nella stessa proporzione. Altrimenti lo squilibrio che ne risulta creerà problemi inaspettati. Se i salari reali restano indietro rispetto alla crescita di produttività, l’offerta supererà la domanda, provocando una sovrapproduzione. Le industrie non potranno vendere tutto quello che producono nelle loro fabbriche e si avranno licenziamenti. Perciò la sola causa di disoccupazione, in una economia sviluppata, è l’aumento del divario tra quello che voi producete e quello che il vostro datore di lavoro vi paga. Nelle economie in via di sviluppo, la mancanza di lavoro si ha a causa di una offerta insufficiente; in poche parole non ci sono abbastanza fabbriche per dare lavoro a chi lo cerca.

Invece, in una economia sviluppata ci sono molte fabbriche, ma alcune di esse rimangono inattive a causa di una domanda inadeguata che è conseguenza di salari bloccati.

La domanda che ci poniamo ora è: chi sbaglia quando in una economia si ha disoccupazione? Alcuni luminari, credeteci o no, pensano che la disoccupazione sia volontaria. In passato questi vennero chiamati gli economisti classici. Oggi sono conosciuti come economisti neo-classici. Dal loro punto di vista nessuno viene licenziato, i lavoratori semplicemente lasciano il lavoro per godersi il far nulla. Questo non è solo assurdo è palesemente illogico e  falso. La disoccupazione c’e’ solo se il vostro capo non vi paga abbastanza da equilibrare la vostra produttività dovuta a duro lavoro, educazione e abilità, così a livello nazionale la domanda è minore dell’offerta. Quando la produzione totale dei lavoratori eccede la spesa totale di quei lavoratori a causa di bassi salari, allora ci sarà sovrapproduzione e quindi licenziamenti nell’economia.

Se voi siete lavoratori onesti e diligenti e nonostante questo venite licenziati, allora questo è un errore del datore di lavoro non il vostro. Se state facendo il vostro lavoro di essere produttivi da un lato e dall’altro create domanda con il vostro salario, allora non c’è ragione perché voi siate licenziati. Se le vostre spese diminuiscono oppure non crescono abbastanza, è perché il vostro capo non vi ha dato un aumento o addirittura ha tagliato il vostro salario.


A livello macro economico una spesa insufficiente significa che dei lavoratori come voi hanno prodotto così tanto per le loro aziende che l’offerta eccede la domanda, così alcune persone devono essere lasciate a casa per eccesso di produzione. Dov’è in tutto questo lo sbaglio del lavoratore? È l’ingordigia dei datori di lavoro, e niente altro, che genera disoccupazione.


robert_lucasGli economisti neoclassici danno la colpa della disoccupazione ai lavoratori, che secondo loro lasciano il lavoro quando i salari si abbassano, o scelgono di divertirsi e spassarsela piuttosto che lavorare in condizioni disagiate. Uno dei maggiori oppositori di questa idea è un  premio Nobel, professor Robert Lukas. Nonostante questa idea possa sembrare assurda, gli esperti neoclassici l’hanno difesa per più di 200 anni.

Invece, come abbiamo detto prima, è l’ingordigia del  datore di lavoro che genera estesa disoccupazione. Questa teoria deriva semplicemente dai concetti di domanda e offerta, e anche i non addetti ai lavori possono capire che una sovrapproduzione deve condurre a licenziamenti.

La disoccupazione crea problemi non solo a chi è senza lavoro ma anche agli amministratori che sono stati eletti, perché chi è disoccupato ha pur sempre il diritto di votare. I politici cercano di essere rieletti rendendo felici i loro elettori. Ad essi non piace la disoccupazione meno di quanto piaccia a me, il che significa che devono trovare metodi creativi per innalzare la spesa nazionale o la domanda al livello dell’offerta. In questo hanno due scelte: o scelgono di alzare i salari reali finché sono proporzionati al livello della produttività – cosa etica e giusta – oppure possono scegliere di adottare misure per indurre la gente a fare più debiti, in modo che i consumatori spendano di più, non attraverso un aumento salariale, ma un aumento dei prestiti. In questo modo le politiche ufficiali alzano la domanda al livello dell’offerta generando una spesa artificiale.


Indurre il pubblico a indebitarsi per essere rieletti, è pura corruzione, io penso. Questa corruzione c’è perché i politici, che cercano sempre finanziatori per la  loro campagna elettorale, non vogliono toccare gli interessi degli industriali che amano i bassi salari.


Con gli stipendi che rimangono indietro rispetto alla produttività dal 1981, alcuni esperti incaricati dagli amministratori eletti hanno applicato quella che si chiama politica monetaria, che induce la gente a fare debiti sempre più grandi. Ciò elimina la disoccupazione dato che la spesa aumenta al livello dell’offerta, perché ora:

OFFERTA = DOMANDA + DEBITI DEI CONSUMATORI

con questa politica monetaria, la Federal Reserve stampa più moneta per abbassare gli interessi, cosa che poi spinge le persone a chiedere più prestiti, generando nuovo debito. L’interesse è il costo del denaro, e quando l’offerta di qualcosa cresce il suo prezzo cala. Perciò quando la Federal Reserve aumenta l’offerta di denaro, il costo del credito diminuisce. Però la distanza salario-produttività è cresciuta così rapidamente che il governo ha dovuto aumentare le sue spese e il suo debito costantemente, in modo che la spesa totale bilanci l’offerta di beni. In questo caso:

OFFERTA = DOMANDA + DEBITI DEI CONSUMATORI + DEFICIT DEL  GOVERNO

questo fatto di aumentare il debito del governo in modo da posporre il problema della disoccupazione si chiama politica fiscale espansionista.


Adesso capite perché la nostra nazione è annegata nel debito. Molti governi con le loro leggi hanno frequentemente usato la creazione di debito per essere rieletti, cercando però di dare l’impressione che stavano facendo qualcosa a favore dei lavoratori, preservando loro i posti di lavoro. In realtà questi politici stavano preservando i loro posti di lavoro e, in questo modo, arricchendo ulteriormente chi era già ricco, come vedremo nella successiva analisi.


Finora ho dato  una semplice idea della ragione per cui vengono persi posti di lavoro. Ora vedremo qualche esempio numerico che illustrerà i punti di cui sopra. Anche se questi dati si riferiscono all’economia statunitense, il loro andamento è pur sempre simile in ogni nazione, secondo la teoria che stiamo illustrando.

Ci sono due teorie popolari riguardo alla disoccupazione–quella classica e quella Keynesiana. Ambedue si sono dimostrate inadeguate, altrimenti i loro proponenti  avrebbero fermato la disoccupazione da molto tempo.

  • keynesLa teoria classica dice che la perdita di posti di lavoro avviene se i salari reali sono troppo alti, cosicché,  se il livello dei salari si abbassa, il problema verrà risolto.
  • Per contrasto l’economia keynesiana attribuisce il problema alla domanda che è minore dell’offerta, e ciò ha senso ma John Maynard Keynes, il fondatore di questa scuola di pensiero, non ci disse qual è la ragione che tiene la domanda bassa per molto tempo.

Facciamo ora un esempio: supponiamo che la Fiat costruisca 20 automobili e le metta in vendita. Se ne vende solo 15, allora la Fiat rimane con cinque macchine invendute, e quindi dovrà licenziare degli operai. In altre parole, se un’industria non può vendere tutto il suo prodotto, deve licenziare dei lavoratori e produrre solo fino al livello della domanda relativa al suo prodotto.

Estendiamo ora questo esempio alla macro economia. Come detto prima, se l’offerta eccede la domanda, ne conseguono dei licenziamenti.

Offerta macro significa il valore dei beni e dei servizi prodotti da una nazione nel suo complesso, e macro domanda significa il livello di spesa dei consumatori e investitori in quei prodotti. Ambedue questi fattori sono misurati in una valuta, dollari o euro o altro. Per ora ignoriamo il ruolo del governo nel generare della domanda attraverso la spesa e la tassazione. Abbiamo visto che:

OFFERTA = DOMANDA

dove l’offerta è semplicemente il Pil, cioè il valore del prodotto di una nazione in un anno, mentre la domanda ha due componenti. Una è il denaro speso dai consumatori, che proviene dalle loro entrate, l’altra è l’investimento, cioè il denaro speso dalle compagnie e dalle persone per ciò che si conosce come beni di investimento, macchinari e immobili.

Perciò

domanda = spesa dei consumatori + investimenti

supponiamo che per ora non ci sia nessun prestito di alcun genere. Supponiamo che l’offerta ai prezzi correnti sia € 1000, la domanda dei consumatori sia € 800 e gli investimenti € 200. Allora:

domanda = € 800 più € 200 = € 1000 = offerta

 

qui abbiamo un’economia in equilibrio, in cui l’offerta è uguale alla domanda, così non ci sono licenziamenti. Supponiamo ora che i salari diminuiscano secondo le prescrizioni della teoria classica. Allora la spesa dei consumatori scenderà, perché il vostro salario è la maggior componente della vostra spesa. Supponiamo che la spesa diminuisca di € 200, così adesso:

domanda = € 600+ € 200= € 800 < Offerta = € 1000

poiché l’offerta eccede la domanda, allora ci saranno licenziamenti; così vedete che la teoria classica è totalmente falsa. Invece di risolvere i problemi, questo approccio li peggiora. In realtà poi, pure l’investimento diminuirà a causa di una diminuzione della spesa dei consumatori e si avranno ulteriori licenziamenti.

Cosa dire ora sul punto di vista Keyensiano? Esso è certamente valido, ma non  dice perché la domanda può rimanere scarsa per lungo tempo, come  durante la grande depressione e ancora oggi dal 2007.

Definiamo ora il concetto di gap (divario) salario-produttività, o più semplicemente gap salariale:

gap salariale = produttività / salario reale

in questa formula il salario reale è il potere di acquisto del salario di un lavoratore, e la produttività è quanto produce il lavoratore. Se questa produttività aumenta più in fretta del salario reale, il gap salariale aumenta. Abbiamo esplorato il caso classico, nel quale il salario reale diminuisce e aumenta questo gap salariale. Esaminiamo ora l’altro caso dove solo la produttività aumenta, per esempio del 10%, l’offerta allora aumenterà del 10% ai prezzi correnti. Ora l’offerta è € 1100. Se i salari restano costanti, anche la spesa dei consumatori e la domanda rimarrà costante. Ricordiamo che inizialmente l’economia era in equilibrio, con la domanda di € 1000. Dopo l’aumento di produttività, si avrà:

offerta = € 1100 > domanda = € 1000

di nuovo avremo licenziamenti a causa di sovrapproduzione. Ora diventa chiara la vera causa della disoccupazione: Ogni qual volta il divario salariale aumenta, diventano inevitabili i licenziamenti. Ciò perché la produttività è la maggior fonte di offerta e i salari sono la maggior fonte di domanda, e se i salari restano indietro rispetto alla produttività, allora la domanda rimane indietro rispetto all’offerta, e alcuni lavoratori vanno in sovrannumero.

Questa teoria non dipende da ciò che succede ai prezzi, che in qualche modo diminuiscono mentre l’offerta cresce e il valore dei beni prodotti cresce di meno del 10%. Qualcuno può obiettare che la diminuzione dei prezzi dovrebbe alzare la domanda al livello dell’offerta. Però, con i salari fermi, l’offerta continuerà ad eccedere la domanda, culminando in licenziamenti. Se i prezzi dovessero cadere in maniera sostanziale, allora ci sarebbe disoccupazione su larga scala, come avvenne durante la grande depressione, per la ragione che una caduta dei prezzi decima i profitti e causa una diffusa perdita di posti di lavoro.

– Possiamo ancora osservare che i prezzi possono anche non cadere per niente se il pubblico e il privato, con i prestiti, alzano la domanda al livello della maggior offerta -.

L’idea appena espressa spiega la ragione per cui la domanda può essere insufficiente rispetto all’offerta per lungo tempo. Se la produttività continua ad aumentare e i salari rimangono stagnanti per lungo tempo, com’è stato nel 2007, allora l’offerta rimarrà più alta della domanda, cosicché ci sarà o il persistere dei licenziamenti o pochi nuovi posti di lavoro. Finché il gap salariale non si chiude, finché non si ritorna ai livelli precedenti la recessione, la disoccupazione non se ne andrà.

La teoria del gap salariale presentata qui spiega molti dei fenomeni osservati nell’economia americana (ma anche di altre nazioni) dal 1980. Come spiegato sopra, l’aumento del gap salariale fa anche salire il deficit corrente, specialmente in una democrazia dove ogni due o quattro anni vi sono elezioni. Nessun politico desidera confrontarsi con un elettorato travolto da una disoccupazione galoppante. Così mentre il gap salariale cresce e cominciano i licenziamenti, i politici devono fare una scelta dolorosa: o seguono una politica che aumenta il salari e quindi diminuisce il divario salariale, o scontentano i loro elettori e perdono le loro poltrone.

Possiamo anche calcolare quale livello di deficit di bilancio serve per evitare i licenziamenti. Se l’offerta = € 1100 e la domanda è di € 1000, allora ci sono beni invenduti per € 100. Se nessun consumatore prende a prestito il denaro, allora il deficit di bilancio deve essere uguale al valore dei beni invenduti, cioè € 100, per ridurre il divario tra domanda e offerta. D’altra parte, se il deficit di bilancio non può aumentare fino a quel livello, allora sono necessari anche i prestiti ai consumatori in modo da preservare l’equilibrio economico. Cioè ora:

valore dei beni invenduti = deficit di budget + prestiti ai consumatori

a questo punto dobbiamo riformulare la nostra teoria:

quando il divario salariale aumenta, o si hanno licenziamenti oppure il debito deve aumentare o dalla parte dei consumatori e/o da quella  del governo per conservare i posti di lavoro.

Se la produttività continua ad aumentare e il salari rimangono fermi per molti anni, allora il debito dei consumatori e del governo deve aumentare di anno in anno per conservare i posti di lavoro. Questo è successo nel 1980 negli Stati Uniti, quando le politiche del governo hanno stimolato la produttività da una parte e condotto a salari bassi dall’altra.


 

Altri temi dell’articolo, li trovate nell’articolo completo che potete scaricare più sotto:

Concentrazione della ricchezza

Bolle speculative e Gap-Salariale


Articolo completo: 

Le cause della disoccupazione

Rivoluzione in Macroeconomia – oltre le teorie classiche della disoccupazione

La nostra conclusione principale è che l’aumento del differenziale salario-produttività, a causa delle politiche del governo, è la causa primaria, se non l’unica, delle recessioni, della disoccupazione, degli enormi profitti e, di conseguenza, dell’eccessiva concentrazione della ricchezza. Questo capitolo individua i maggiori difetti del pensiero convenzionale, che ha bisogno di cambiare, se il mondo vuole sfuggire al collo di bottiglia della stagnazione e della povertà.

 

ravi-batra

“Il Gap-Salariale – Causa principale della disoccupazione e recessioni” Scarica l’opuscolo completo

Tratto dal nuovo libro di Ravi Batra:
“End unemployment now”
Palgrave-Mcmillan, USA

Per una spiegazione semplice della
Teoria del GAP-SALARIALE, vedere la pagina

 “Le cause della Disoccupazione” 

 

 La Globalizzazione e il Gap Salario-Produttività 

Il professor Robert Shiller, premio Nobel e best-seller, ha sottolineato in un recente articolo: “E’ un grande imbarazzo, per la teoria macroeconomica moderna, il non aver mai raggiunto alcun consenso sulle questioni fondamentali: ciò che crea l’ascesa o la caduta del mercato azionario e ciò che provoca, in ultima analisi, le recessioni. . . non siamo stati in grado di individuare in ultima analisi, le cause delle recessioni.”[1]

Queste parole sono sorprendenti, ma molto credibili. Sono sorprendenti perché dopo tutto ciò che è stato scritto in macroeconomia negli ultimi 200 anni, si potrebbe pensare che avremmo ormai compreso la causa principale della disoccupazione o delle recessioni.

Sono anche credibili perché una profonda crisi iniziata in tutto il mondo nel 2007 e, ancora presente sette anni più tardi, con i suoi effetti negativi di alta povertà e disoccupazione, ha continuato ad affliggere il pianeta. Se davvero ne conoscevamo la causa ultima, la disoccupazione doveva scomparire subito dopo che il NBER[2] proclamò, nel 2010, la fine della recessione.

Invece, nel 2012 il tasso di disoccupazione ufficiale negli Stati Uniti, ha superato l’8 per cento e se si includono anche i lavoratori a tempo parziale e i lavoratori scoraggiati, si supera il 16 per cento. Nel 2014 il livello di occupazione a malapena corrispondeva al livello raggiunto nel 2007.

La situazione non è risultata per nulla brillante nel resto del mondo. In realtà, l’Europa era di nuovo in recessione nel 2011, anche se per un breve periodo, con un tasso di disoccupazione che superava 11 per cento, il più alto record da quando è nata, nel 1995. Nel 2014 il tasso di disoccupazione fu ancora più elevato.

Il professore Paul Krugman, un altro premio Nobel, altrettanto schietto come Shiller scrisse, “Pochi economisti hanno visto arrivare la nostra attuale crisi, ma questo fallimento predittivo era l’ultimo dei problemi del settore economico. Più importante era la cecità dei professionisti per la stessa possibilità di terremoti catastrofici in un’economia di mercato”.[3]

Ammettiamolo: le teorie popolari di macroeconomia, sia classiche sia keynesiane, ci dicono molto poco su ciò che provoca in ultima analisi, una recessione o un alto tasso di disoccupazione, altrimenti il pianeta sarebbe stato libero da questo flagello subito dopo la proclamazione della fine della recessione.


 …I capitoli precedenti hanno già dimostrato che la disoccupazione o le recessioni si verificano quando c’è un aumento persistente del divario salario-produttività. 


In altre parole, quando la produttività del lavoro aumenta più velocemente del salario reale per un certo periodo, si sviluppa un divario salario-produttività che alla fine porta a licenziamenti e un balzo nel tasso di disoccupazione.

Ma non è ciò che le teorie popolari asseriscono. In realtà esse sostengono, a volte assumono, che in un’economia di mercato i salari reali sono proporzionali alla produttività, ma non è stato così per la stragrande maggioranza dei lavoratori americani dal 1981.

 Teorie popolari e la Grande Recessione 

Sapete già che la recessione americana, iniziata nel 2007, è ora chiamata la Grande Recessione e fu la peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Milioni di lavoratori sono stati licenziati, e altri milioni hanno subito perdite salariali e povertà, e continuano a subirle. Il tasso di disoccupazione è passato da meno del 5 per cento nel 2006 al 10 per cento nel 2009. Naturalmente, una domanda sorge spontanea: qualcuno ha previsto una tale calamità? Dopo tutto, una crisi non avviene dal nulla.

C’erano tutti i tipi di premonizioni di cose a venire. C’era una bolla immobiliare e una bolla petrolifera, con un mercato azionario torrido tra il 2003 e il 2007.

Il punto di vista generale, incoraggiato da politici e dal mondo accademico, è che nessuno aveva previsto il prossimo crollo. Ma questo non è vero. Alcuni di coloro che basano il loro pensiero su modelli e ipotesi empiriche, piuttosto che su convinzioni puramente teoriche e spesso ipotetiche relative ai fondamenti microeconomici, senza mezzi termini hanno avvertito il mondo della crisi incombente.

Secondo l’economista Dirk Bezemer, “Non è difficile trovare le previsioni di una crisi del  credito o del debito nei mesi e negli anni precedenti ad esso, e del grave impatto sull’economia che questo avrebbe, non solo da parte di esperti e blogger, ma da seri analisti, dal mondo accademico, istituti politici, gruppi di ricerca e della finanza.”[4]

Il professor Roubini, il professor Shiller e il sottoscritto, tra una dozzina di scrittori, abbiamo previsto l’inizio di una recessione ben prima del suo arrivo. In realtà, in un libro stampato alla fine del 2006 e rilasciato il 9 gennaio 2007, ho anche individuato l’anno in cui ciò poteva accadere. Alcune delle mie parole nel libro The New Golden Age erano:

  • L’economia peggiorerà progressivamente con i prezzi delle case in calo e licenziamenti in aumento. . . (p. 173)
  • La bolla immobiliare sembra essere un evento importante, che un tempo aveva una forte espansione, e ora sta iniziando a diminuire.
  • Il suo punto di partenza era il 2001, quando il tasso di interesse ha iniziato una caduta da panico. E ‘probabile che scoppi nel 2008, anno più o anno.
  • Lo scoppio potrebbe iniziare nel 2007 e continuerà fino al 2009. (p. 175) L’economia potrebbe ancora affrontare una forte recessione a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio, ma evitare la calamità di una depressione.
  • La disoccupazione potrebbe salire al livello del 10 percento o più. (p. 179)[5]

Il resto è storia. La bolla immobiliare scoppiò a metà del 2007, mentre, secondo il NBER, la recessione è iniziata nel dicembre 2007 e si è conclusa nel mese di luglio 2009. Inoltre, i mercati azionari si sono schiantati tra ottobre 2007 e marzo 2009, mentre la disoccupazione si avvicinava al 10 per cento nel novembre 2010 . Così, alcuni economisti hanno previsto l’arrivo della Grande Recessione, ma alcuni esperti di macroeconomia e politici non hanno prestato attenzione.

Perché la maggior parte degli esperti non riescono a prestare attenzione alle avvisaglie anticipate che erano ovvie per alcuni? Perché, come osserva il professor Shiller, le teorie popolari ancora “non sono state in grado di individuare ciò che in ultima analisi, provoca una recessione“.

Concentriamoci sulla parola”individuare“, che suggerisce che ci può essere solo una causa di fondo di una recessione.

 La sola causa della recessione 

 Questo è esattamente ciò che ho sostenuto. Il capitalismo monopolistico, con conseguente aumento del differenziale salariale e/o dei prezzi del petrolio, è l’unica e la sola causa di una recessione. 

Mentre non vi è una sola causa principale, ci sono un sacco di sintomi che mascherano le cause nei modelli macroeconomici diffusi. I teorici classici e neoclassici sostengono che la rigidità dei salari reali, indotta da potenti sindacati o la legislazione sul salario minimo, ha come risultato una disoccupazione di lunga durata.

Pochi politici prendono questa idea sul serio, supportata anche da molti economisti. Inoltre, gli esperti classici sostengono che il salario reale è uguale al prodotto marginale del lavoro, che è il prodotto dell’ultimo lavoratore assunto. Tuttavia, è la media del prodotto, vale a dire, la produttività del lavoro, che, in relazione al salario reale, spiega che cosa provoca recessione e disoccupazione.

Il punto è che, anche se il salario reale è flessibile, come ipotizzato dai classicisti, ed è uguale al prodotto marginale del lavoro, cosa che non si verifica nei mercati oligopolistici, i licenziamenti comunque aumentano se il salario reale non cresce velocemente come la media del lavoro prodotto, a meno che, naturalmente, il debito dell’economia salga sufficientemente per assorbire le merci invendute.

Tuttavia, la crescita del debito non garantisce la prosperità per il grande pubblico.

Dall’altra parte dello spettro, l’economia keynesiana, nella sua teoria della disoccupazione, soffre dello stesso difetto, perché ritiene, inoltre, che il salario reale è determinato dal prodotto marginale del lavoro e presta poca attenzione al ruolo della media del prodotto.

E ‘vero che vi è normalmente un legame positivo tra il prodotto medio e marginale, e il loro collegamento è esatto nei termini della funzione di produzione Cobb-Douglas. Ma allora dobbiamo presumere l’esistenza di una funzione di produzione, e alcuni economisti, in particolare la mitica Joan Robinson della Gran Bretagna, hanno messo in dubbio questa ipotesi.

 La teoria del gap-salariale, non riguarda la questione di ciò che determina il salario reale negli equilibri del mercato del lavoro; si concentra solo sul motivo per cui il tasso salariale segue la crescita della produttività e di come questo provoca inevitabilmente licenziamenti nel lungo periodo, quando il debito non sale a sufficienza per aumentare la domanda aggregata a livello di offerta aggregata. 

La teoria ha anche bisogno di alcune funzioni di produzione per la sua validità. Inoltre, anche se i prodotti marginali e medi si muovono in stretta collaborazione, nel capitalismo monopolistico il salario reale è inferiore al prodotto marginale del lavoro.

 La scuola keynesiana 

I keynesiani e neo-keynesiani danno la colpa delle recessioni, alla domanda aggregata insufficiente e vedono le politiche monetarie e fiscali espansive come panacee per la crisi. Tali politiche hanno davvero successo per lungo tempo nel porre fine recessione, ma, come avete visto, hanno rinviato solo i problemi.

Inoltre, le nuove recessioni di solito richiedono un dosaggio maggiore di misure espansive. Ora i rimedi keynesiani o non funzionano o funzionano molto lentamente, nonostante la massiccia dose somministrata al paziente malato chiamato Economia Globale.

Essi possono stabilizzare la malattia del paziente, ma non lo faranno, e non possono ripristinare il paziente al suo stato di robusta e sana costituzione.

Inoltre, il modello keynesiano non riesce a spiegare il motivo per cui la domanda aggregata può rimanere bassa per lungo tempo, come è avvenuto durante la Grande Depressione e ora fin dal 2007.

Questo è un grande difetto, perché senza una comprensione della ragione di una carenza di domanda, la creazione di debito diventa l’unica opzione politica della teoria keynesiana. Tuttavia, la tesi del gap salariale, sviluppata qui, offre una varietà di opzioni per aumentare consumi e, di conseguenza, la spesa per gli investimenti.

La generazione di debito diventa allora una soluzione minore e temporanea per aumentare la domanda nazionale, da utilizzare solo come ultima risorsa.

 La scuola austriaca 

Un’altra teoria popolare è offerta dalla scuola austriaca, che incolpa delle recessioni l’eccessiva espansione della moneta e del credito da parte delle istituzioni finanziarie e il pesante debito dei consumatori prima della crisi.

Anche questo punto di vista si concentra sui sintomi. La grande domanda è: perché i consumatori vengono enormemente indebitati prima del crollo?.

Non c’è dubbio che i prestiti bancari e il debito dei consumatori siano saliti vertiginosamente negli Stati Uniti durante gli anni che hanno preceduto la recessione.

 Ma la domanda è: perché? La mia risposta sta nel divario salariale in aumento e, infine, nel capitalismo di monopolio. 

Un altro difetto principale delle vedute convenzionali è che non si è in grado di spiegare l’ascesa delle bolle del mercato azionario e del loro scoppio.

Robert Hall, un professore della Stanford University e presidente della American Economic Association nel 2010, una volta disse: “Gli economisti sono perplessi, come chiunque, dal comportamento del mercato azionario”.[6]

Egli è un economista di macroeconomia, il suo popolare libro di testo riconosce un grave difetto delle idee tradizionali. Questo difetto è più grave di quanto possa apparire. Dopo tutto, la stragrande maggioranza degli americani, con i loro piani pensionistici, sono collegati al mercato azionario.

Inoltre, la comprensione dei mercati azionari è cruciale per preservare la prosperità di una nazione, perché i loro incidenti hanno spesso preceduto debilitanti recessioni e depressioni. La teoria del gap salariale, è in grado di fornire risposte a tutte le domande che oggi lasciano perplessi gli economisti.

 Conclusione 

La nostra conclusione principale è che l’aumento del differenziale salario-produttività, a causa delle politiche del governo, è la causa primaria, se non l’unica, delle recessioni, della disoccupazione, degli enormi profitti e, di conseguenza, dell’eccessiva concentrazione della ricchezza.

Le idee espresse sono le stesse di quelle descritte nei capitoli precedenti, ma questa appendice aggiunge chiarezza e li rafforza in termini di quello che gli economisti chiamano teoria rigorosa.

Questo capitolo individua inoltre i maggiori difetti del pensiero convenzionale, che ha bisogno di cambiare, se il mondo vuole sfuggire al collo di bottiglia della stagnazione e della povertà.


 Downloads 

 Scarica l’articolo che spiega in modo semplice il GAP-SALARIALE 
 Intervista di Andrew Mazzone a Ravi Batra sul GAP-Salariale 
 Recensione del libro di Ravi Batra, di Apek Mulay

Intervista a Ravi Batra: L’Economia Americana e la Sua Rinascita.  

A new Theory of Unemployment: Globalisazion and the wage-productivity gap


BIBLIOGRAFIA 

[1] Robert Shiller, “The Mystery of Economic Recessions,” New York Times, February 14, 2001, p. 17.

[2] The National Bureau of Economic Research

[3] Paul Krugman, “How Did Economists Get It So Wrong?” New York Times, September 2, 2009, p. 18.

[4] Dirk Bezemer, “No One Saw This Coming: Understanding Financial Crisis through Accounting Models,” MPRA paper, University of Groningen, Groningen, The Netherlands, 2009, p. 2.

[5] Ravi Batra, The New Golden Age: The Coming Revolution against PoliticalCorruption and Economic Chaos (New York: Palgrave Macmillan, 2007), pp. 173–179; Emma Brockes, “Nouriel Roubini, The Economist Who Predicted a Worldwide Recession,” The Guardian, Friday 23 January 2009; A. Pierce, “The Queen Asks Why No One Saw The Credit Crunch Coming,” The Telegraph, November, 5, 2008.

[6] Robert Hall, “Struggling to Understand the Stock Market,” American Economic Review Papers and Proceedings, 91 (2): 1–11.


Dr. Ravi Batra, professore di economia presso la Southern Methodist University, Dallas, è l’autore di cinque best seller internazionali. E ‘stato Direttore del suo dipartimento dal 1977 al 1980. Nel mese di ottobre del 1978, a seguito di decine di pubblicazioni nelle migliori riviste come l’American Economic Review, Journal of Political Economy, Econometrica, Journal of Economic Theory, Review of Economic Studies, tra gli altri, Batra è risultato terzo nella classifica di un gruppo di economisti “superstar”, selezionati tra tutte le università americane e canadesi inserita in un articolo della rinomata rivista Economic Enquiry. Nel 1990, il primo ministro italiano gli ha conferito la Medaglia del Senato italiano per un libro che correttamente ha previsto il crollo del comunismo sovietico, quindici anni prima che accadesse, ed altre 18 previsioni avveratesi.