{"id":1882,"date":"2014-12-02T11:55:49","date_gmt":"2014-12-02T11:55:49","guid":{"rendered":"http:\/\/irprout.it\/?page_id=1882"},"modified":"2014-12-02T11:55:49","modified_gmt":"2014-12-02T11:55:49","slug":"quella-voglia-latente-di-cooperazione","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/irprout.it\/?page_id=1882","title":{"rendered":"Quella voglia (latente) di cooperazione"},"content":{"rendered":"<div class=\"attribute-header\">\n<h1>Quella voglia (latente) di cooperazione<\/h1>\n<\/div>\n<div class=\"date\">01\/12\/2014<br \/>\nfonte: www.sbilanciamoci.info<\/div>\n<div>\n<hr \/>\n<\/div>\n<div class=\"attribute-short\">\n<p>A distanza di quasi 90 anni dalla grande depressione, il dibattito economico non sembra abbia fatto grandi passi in avanti. Riflessioni a partire dai libri di Piketty e Rifkin<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"attribute-long\">\n<p>Dall\u2019inizio dell\u2019800, quando in Inghilterra il sistema capitalistico si era gi\u00e0 consolidato e veniva mostrato agli altri paese la strada che avrebbero seguito (<i>De te fabula <\/i><i>narratur<\/i> \u2013 come scriver\u00e0 pi\u00f9 tardi Marx), ogni crisi economica che si \u00e8 presentata ha sollevato movimenti di protesta che mettevano in discussione il paradigma economica dominate, basato sulla propriet\u00e0 privata dei mezzi di produzione.<\/p>\n<p>Sino al 1989, l\u2019anno della caduta del muro di Berlino, la maggioranza di questi movimenti \u00e8 raggruppabile sotto la bandiera del Socialismo, sistema fondamentalmente basato sulla propriet\u00e0 pubblica dei mezzi di produzione.<\/p>\n<p>Da quella data per\u00f2 il paradigma della propriet\u00e0 pubblica ne \u00e8 uscito talmente screditato che nelle crisi successive, in particolare quella drammatica scoppiata nel 2007, nessuno si \u00e8 fatto portavoce di soluzioni socialistiche, se non movimenti marginali.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 non significa che in alcuni casi non ci sia stato un richiamo alla necessit\u00e0 di processi di nazionalizzazione, come per esempio per il sistema bancario o, nel caso italiano, della produzione dell\u2019acciaio.<\/p>\n<p>La cosa davvero strana e paradossale \u00e8 come di fronte a questa gravissima crisi si stiano scontrando due paradigmi economici che la storia ha gi\u00e0 in qualche modo considerati inefficienti, il paradigma neo-classico e il paradigma keynesiano.<\/p>\n<p>La visione neo-classica aveva gi\u00e0 mostrato i propri limiti con la crisi del 1929, ma, a partire dagli anni \u201980 scorsi, \u00e8 diventata il pensiero dominante. Questa incredibile ascesa \u00e8 avvenuta con un investimento culturale di proporzioni inaudite, come documentato da Susan Strange (L\u2019America in pugno \u2013 2008 Feltrinelli).<\/p>\n<p>La teoria neo-classica dimostra che solo l\u2019economia perfettamente concorrenziale \u00e8 in grado di coniugare la piena occupazione delle risorse con la capacit\u00e0 di auto controllarsi. Le funzioni dello stato sono ridotte al minimo e riguardano fondamentalmente garantire l\u2019ordine e la giustizia interna e la difesa dei confini nazionali. Ora se l\u2019economia reale conosce una crisi, deve essere per forza intervenuto un elemento estraneo a rompere quest\u2019armonia. Chi meglio dello Stato, somma dell\u2019inefficienza burocratica e dell\u2019inefficienza politica, pu\u00f2 finire sul banco degli imputati?<\/p>\n<p>Gli economisti neo-classici sono soliti illustrare le loro tesi facendo sfoggio di un linguaggio matematico, per dimostrare il grado di scientificit\u00e0 del loro pensiero. Metodo decisamente contradditorio, perch\u00e9 per potere rappresentare matematicamente i comportamenti umani occorre introdurre delle enormi semplificazioni. Allora nel mondo neo-classico qualunque persona di fronte allo stesso problema assume le medesime decisioni perch\u00e9 il grado d\u2019informazione e le preferenze sono gli stessi. Il mondo neo-classico \u00e8 decisamente popolato da persone noiose!<\/p>\n<p>I principali oppositori del paradigma neo-classico sono gli economisti keynesiani che si vantano di avere salvato il sistema capitalistico gi\u00e0 una volta nel 1929 e, finita la seconda guerra mondiale, di avere avuto la capacit\u00e0 di smontare lo stato bellico con il welfare state, avviando quel \u2018glorioso trentennio\u2019 di massima crescita ed eguaglianza economica che la storia umana abbia mai conosciuto.<\/p>\n<p>Se Keynes aveva dimostrato l\u2019importanza del ruolo dello Stato nello stabilizzare la domanda aggregata, un altro grande liberale, Lord Beveridge, aveva dimostrato la possibilit\u00e0 di creare lo stato assistenziale. Tanto Keynes che Beveridge oggi sono idoli della sinistra democratica.<\/p>\n<p>Quello che gli economisti neo-keynesiani fanno finta di dimenticare \u00e8 come questo regime alla fine degli anni \u201970 fosse imploso, chiuso nella morsa della stagnazione e dell\u2019inflazione (stagflation), lasciando il campo libero al ritorno delle ricette neo-classiche, allora rappresentate da R. Reagan e M. Thatcher.<\/p>\n<p>A distanza di quasi 90 anni dalla grande depressione, il dibattito economico non sembra abbia fatto grandi passi in avanti!. Recentemente sono stati pubblicati due libri molto interessanti che hanno riscosso un successo internazionale. In entrambi i casi, anche se in modo blando, viene supposto un nuovo paradigma economico teso a superare la dicotomia propriet\u00e0 privata vs propriet\u00e0 pubblica, avanzando l\u2019idea di una terza forma di propriet\u00e0, quella collettiva o cooperativa.<\/p>\n<p>Nel suo monumentale libro, <i>Il Capitale nel XXI Secolo<\/i> (2014 Bompiani), T. Piketty analizza, attraverso un formidabile apparato statistico, il fenomeno della disuguaglianza (di reddito e di propriet\u00e0) sia fra paesi che all\u2019interno di ogni paese. Questo secondo aspetto \u00e8 quello che qui maggiormente ci interessa. Piketty dimostra gli effetti negativi (crisi) della crescente disparit\u00e0 economica che finisce per bloccare la crescita. Questo fenomeno \u00e8 oggettivo e dipende dalle contraddizioni interne della produzione capitalistica (considerazioni che ci riportano a Marx), sintetizzabili nell\u2019espressione r &gt; g, secondo cui il tasso di remunerazione del capitale (r) \u00e8 sempre maggiore del tasso di crescita dell\u2019economia (g).<\/p>\n<p>Per rompere questa disuguaglianza la prima misura da prendere sarebbe l\u2019istituzione di una forte imposta mondiale sul capitale, cio\u00e8 una robusta e continua imposta patrimoniale, il cui fine principale \u201c\u2026 non \u00e8 quello di finanziare lo Stato sociale, quanto di regolare il capitalismo\u201d (pag. 818), accompagnata da un altissimo grado di trasparenza finanziaria internazionale.<\/p>\n<p>In alcuni passaggi per\u00f2 l\u2019autore accenna ad un\u2019altra possibile soluzione, tesa a portarci fuori dall\u2019economia capitalista. \u201cPi\u00f9 in generale, mi pare importante insistere, per concludere, sul fatto che uno dei pi\u00f9 grandi obiettivi del futuro \u00e8 sicuramente lo sviluppo di nuove forme di propriet\u00e0 e di controllo democratico del capitale. Il confine fra capitale pubblico e capitale privato \u00e8 tutt\u2019altro che netto: non cos\u00ec netto come si \u00e8 stati inclini a pensare dopo la caduta del Muro. Come abbiamo notato, esistono gi\u00e0 ora molti settori di attivit\u00e0 \u2013 istruzione, sanit\u00e0, cultura, media \u2013 in cui le forme prevalenti di organizzazione di propriet\u00e0 non hanno nulla a che vedere con i due paradigmi antitetici, del capitale puramente privato (con il modello della societ\u00e0 per azioni, interamente nelle mani degli azionisti) o del capitale puramente pubblico (con una logica ugualmente top\/down, secondo la quale l\u2019amministrazione deciderebbe in piena sovranit\u00e0 l\u2019investimento da realizzare)\u201d (pag. 914).<\/p>\n<p>Lo stesso autore pone le basi di forme proprietarie alternative sin dalle prime pagine del libro quando scrive: \u201cD\u2019altra parte, se la propriet\u00e0 del capitale fosse ripartita in modo rigorosamente ugualitario e se ciascun salariato ricevesse una quota pari ai profitti e complementare al salario, la questione della divisione profitti\/salari non interesserebbe (quasi) pi\u00f9 nessuno\u201d (pag. 69).<\/p>\n<p>Ma con questi riferimenti (sporadici) Piketty non apre forse l strada alla ripresa del progetto cooperativo?<\/p>\n<p>Il secondo libro \u00e8 <i>La societ\u00e0 a costo marginale zero<\/i> di J. Rifkin (2014 Mondadori).<\/p>\n<p>Rifkin \u00e8 decisamente un autore pi\u00f9 fantasioso di Piketty (confesso che a volte mi viene da pensare ad un Charles Fourier informatizzato) e la sua base di partenza pi\u00f9 che la divisioni in classi \u00e8 rappresentata dalle trasformazioni che il progresso tecnologico finisce per imporre a tutti. La caratteristica di questo processo \u00e8 che i costi fissi di produzione saranno sempre pi\u00f9 bassi e una volta coperti, la produzione potr\u00e0 avvenire a costo marginale zero che rappresenta la condizione dove i profitti si annullano. Oggi certi tipi di produzione, per esempio un libro, una canzone o un filmato, possono essere divulgati tramite internet gratuitamente. Sono beni a costo marginale zero. Ma domani potrebbe succedere per altri genere di produzioni, grazie alle stampanti 3D, sino ad ipotizzare la costruzione di un casa!<\/p>\n<p>Un sistema a costo marginale zero, che annulla il profitto, non \u00e8 compatibile con la propriet\u00e0 capitalistica. Secondo Rifkin il sistema dominate sar\u00e0 quello dei \u2018Commons collaborativi\u2019. Nel declinare questo nuovo genere di propriet\u00e0, Rifkin fa pi\u00f9 espliciti riferimenti di Piketty, alla propriet\u00e0 cooperativa, inserendoli nel XII capitolo non a caso intitolato \u201cLa lotta per definire e controllare l\u2019infrastruttura intelligente\u201d. Rifkin si basa sull\u2019esperienza del New Deal degli anni trenta interessandosi della Tenesse Valley Authority, con cui il governo Roosvelt, rivoluzion\u00f2 il sistema della produzione e della distribuzione di energia elettrica. La TVA \u00e8 stata oggetto d\u2019innumerevoli studi, ma pochi hanno messo in luce, come Rifkin, che il sistema di distribuzione elettrico si bas\u00f2 sulla costruzione di Cooperative elettriche che \u2018avrebbero funzionato come Commons autogestiti\u2019, arrivando a definire questo sistema come il pi\u00f9 grande successo del New Deal!<\/p>\n<p>Proprio partendo da questa esperienza Rifkin rilancia il progetto cooperativo \u201ceppure \u2013 scrive \u2013 gran parte dell\u2019umanit\u00e0 ha gi\u00e0 strutturato almeno alcune parti della propria vita economica in associazioni cooperative che operano in Commons. Solo che non ne sentiamo mai parlare.\u201d (pag. 298).<\/p>\n<p>L\u2019art. 42 della nostra costituzione recita: \u201cLa propriet\u00e0 \u00e8 pubblica o privata\u201d. In sede di discussione, da pi\u00f9 parti, si voleva introdurre il concetto di \u2018propriet\u00e0 cooperativa\u2019, ma il relatore Ghedini respinse ogni emendamento osservando che \u201cnon si pu\u00f2 ancora dire che la cooperazione rappresenti un <i>tertium genus<\/i> nel campo dei diritti di propriet\u00e0\u201d. Ora che autori di grande successo come T. Piketty e J. Rifkin introducono ragionamenti di queste genere, non sono forse indice della necessit\u00e0 di approfondire questo aspetto del nostro futuro e di superare questa assurda forma di <i>conventio ad excludendum<\/i>?<\/p>\n<p>Fra non molto la principale organizzazione cooperativa italiana, Legacoop, terr\u00e0 il proprio congresso, chiss\u00e0 che non siano gli stessi cooperatori a battere il primo colpo in questa direzione!<\/p>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p>http:\/\/www.sbilanciamoci.info\/Sezioni\/alter\/Quella-voglia-latente-di-cooperazione-27394<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quella voglia (latente) di cooperazione 01\/12\/2014 fonte: www.sbilanciamoci.info A distanza di quasi 90 anni dalla grande depressione, il dibattito economico non sembra abbia fatto grandi passi in avanti. 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