Autunno

Racconto di Amal – Ilario Carrer

Il sentiero penetrava nel bosco e vi si perdeva. Avevo deciso di lasciarmi prendere per mano dalla solitudine e dalla tristezza e trovare qualche posto dove nascondermi in silenzio per qualche ora.

Era trascorsa un’estate calda e i conflitti interiori, invece di assopirsi, avevano scavato dentro di me gallerie profonde. A sessant’anni avevo ancora tanti dubbi e la mia vita e il mio lavoro cercavano ancora risposte.

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  • Signore?

Mi girai di scatto. Non c’era nessuno. Il bosco era chiuso intorno a me; c’era un silenzio cupo, in piena sintonia con il mio stato d’animo. Eppure quella sentita sembrava la voce di un bambino. Una voce bella, calda e chiara.

Fermai il respiro; ero sicuro di aver sentito qualcuno chiamarmi. Non scorsi nessuno, ero solo. Ripresi a camminare lentamente ascoltando con attenzione. Sentivo i miei passi, ora sui sassi del sentiero, ora sulle radici che affioravano, ora sulle foglie accumulate dalle stagioni. Ero veramente solo.

Pian piano il pensiero riprese le mie malinconie. L’estate era finita eppure non mi pareva di riconoscere i luoghi comuni della stagione autunnale; le foglie avevano appena cominciato a cambiare pelle e il colore verde restava ancora aggrappato ai rami. Il mio malumore, quello sì, era grigio e lamentoso come le giornate d’autunno.

  • Signore?
  • Chi è? Dove sei?

Mi rispose solo il silenzio e l’inquietudine. Mi guardai attorno con maggiore attenzione e cominciai a preoccuparmi per la mia salute mentale. Non bevo alcolici e non avevo bevuto neppure quel giorno, eppure stavo sentendo una voce vicino a me, forte.

  • Chi mi chiama? Dove ti nascondi, piccolo?
  • Sono qui.
  • Stai scherzando? Se tu fossi qui sarei in grado di vederti.

Continuavo a girarmi intorno, cercando di capire se quella voce fosse nascosta dietro a qualche albero, ai cespugli di more lungo il sentiero, ai tronchi caduti che marcivano al suolo. Ma per quanto cercassi non riuscivo a scorgere anima viva.

  • Perché non ti fai vedere?
  • Perché tu sei un musicista e sai ascoltare.
  • Non ti capisco. Che vuoi dirmi?
  • Ti va di camminare insieme?

Non risposi subito, ero inquieto, nervoso. La mia malinconia aveva lasciato spazio alla preoccupazione, non capivo cosa stesse succedendo, cosa mi capitasse. Ripresi a camminare, sicuro che quella cosa, quella voce, mi avrebbe seguito. Non ero stato io a chiamarla, a evocarla.

Avanzavo lentamente, tenendo la testa bassa, concentrato su ogni minimo rumore e cercando di individuare presenze fisiche. Dopo qualche minuto mi fermai e osai chiedere:

  • Ci sei ancora?
  • Sì.
  • Perché non mi dici nulla?
  • Ti stavo aspettando.
  • Mi aspettavi?
  • Proprio te. Aspettavo te e nessun altro. Ti ho atteso da tanto tempo; finalmente sei venuto.
  • Ma chi sei? Come facevi a sapere che oggi sarei venuto in questo bosco? Non lo sapevo neppure io fino a qualche ora fa.
  • Non ti preoccupare: lo sapevo e non ha importanza come. Dai, riprendiamo a camminare.
  • Adesso ero incuriosito: camminavo con la compagnia di una voce invisibile, una voce di bambino che sembrava conoscermi e mi attendeva.
  • Come ti chiami, bambino?
  • Mi chiamo Giuseppe, come te.
  • Giuseppe …

Il sentiero adesso saliva ed io, non più allenato ed in sovrappeso, avevo iniziato a sudare e ansimare. Mi ero calmato; l’inquietudine aveva lasciato spazio alla curiosità. La voce di un bambino ispira simpatia, non incute timore. Avanzavo lentamente, cercando di non inciampare sulle radici che affioravano ovunque. Mi chiedevo se riconoscessi il timbro della voce; non avevo familiarità con altri Giuseppe, specialmente tra i bambini. Una volta era un nome più comune ma ora i Giuseppe non sono molti; tra i miei allievi ne ricordavo solo uno con quel nome, tanti anni prima.

  • Perché sei triste? Cosa sei venuto a cercare in questo bosco?
  • Non lo so cosa cerco. Avevo bisogno di stare da solo e la montagna, con il suo bosco, mi ha sempre dato rifugio. Talvolta vengo a leggere, mi porto una bottiglia d’acqua e leggo finché la tristezza evapora.
  • Fermati dopo la svolta. C’è un tronco d’albero su cui puoi sederti e riposare.

Ubbidii. In quel posto si apriva uno spiazzo ed il sole vi entrava riscaldandolo. Un tronco liberato dalla corteccia era stato sagomato a formare una piccola panchina a ridosso di un albero robusto. Mi sedetti; con il fazzoletto iniziai ad asciugare la fronte. Ero più rilassato e quel luogo mi piaceva e mi faceva sentire a mio agio. Chiusi gli occhi, in parte disturbato dal sole. Avevo mille domande nella testa ma preferivo aspettare che la voce del piccolo Giuseppe parlasse per prima.

Lavoravo con i ragazzi e le ragazze delle medie da tanti anni e ora la scuola mi angosciava. Ancora un paio di giorni e le riunioni, i collegi e gli incontri tra colleghi sarebbero ripresi. Non ne avevo voglia; l’anno prima mi ero scontrato con i colleghi a causa di Laura, una ragazzina con tante difficoltà familiari e con grossi problemi mentali e caratteriali. Laura era un disturbo continuo, parlava senza sosta, a volte usciva dalla classe all’improvviso, non disdegnava di menar le mani su qualcuno. Provocatrice, aveva un linguaggio spesso pesante e sapeva insultare con grettezza e rabbia compagni e docenti.

  • Ti manca Laura?
  • Sai leggere il mio pensiero?
  • Non necessariamente.
  • Sì e no. Mi ci sono affezionato a quella ragazzina, ne provo pena, ma ora ho mille dubbi e non so come uscire da una situazione così ingarbugliata. Mi sento come se fossi alle prime armi, come se non avessi mai insegnato. Mi sento isolato e stanco; forse ho sbagliato tutto …

Una leggera brezza mitigava i raggi di sole che illuminavano la radura. Dal mio zaino estrassi gli occhiali da sole e li inforcai. Allungai le gambe e aspettai che Giuseppe bambino parlasse. Intanto rivedevo le scenate di Laura quando usciva dall’aula sbattendo la porta; io le correvo dietro, la raggiungevo, riuscivo a farla ragionare, la convincevo a rientrare in classe. Quante volte ho interrotto la lezione per lei, per ascoltarla nei suoi lunghi discorsi, nei ragionamenti contorti, nella sua sofferenza interiore. C’era qualcuno che avesse mai amato quella ragazzina? Che le avesse garantito la serenità di un affetto familiare? C’era qualcuno, nella sua famiglia, in grado di fare dieci parole senza urlare, imprecare, inveire?

  • Hai finito?
  • Scusa?
  • Stai parlando con te stesso come due comari al mercato. Di cosa ti devi convincere? Proviamo invece a cambiare discorso: conosci la leggenda di questo bosco?
  • A cosa ti riferisci?
  • Lo sai perché in autunno cadono le foglie?
  • Beh, certo. Con il cambio climatico della stagione le foglie diventerebbero un peso inutile e …
  • Stai facendo l’insegnante e mi stai offrendo una ragione scientifica. No, lascia che provi a suggerirti un’altra spiegazione.
  • Ascolto.
  • Le foglie cadono, come la pioggia; hanno colori diversi e danzano ciascuna a modo suo nel vento. Qualcuna accenna a un minuetto, altre si avventurano in sensuali tango, altre ancora si divertono con il cha-cha-cha. Alla fine toccano terra, ma non tutte vi rimangono; qualche foglia si trasforma in un nuovo albero, altre diventano nutrimento per le piante, altre marciscono, si disintegrano e la bu-fera invernale sparpaglia quel che resta in mille direzioni.

autunno02Le foglie cadono, come la pioggia, e la gente si ferma e le osserva: alcune persone le guardano e pensano “Com’è fragile la vita! Com’è facile cadere a terra!”. Altre tentano di consolarsi: “le foglie cadono, muoiono, ma in primavera sono pronte a riprendere il loro posto sui rami, più vigorose di prima”. Alcuni adulti sanno cogliere nella caduta delle foglie un preciso suggerimento: “Abbassati, non restare sempre in alto, guarda con gli occhi di chi è piccolo”.

  • Non capisco … Chi si deve abbassare?
  • Tu non mi vedi, Giuseppe. Da dove ti arriva la mia voce?
  • Ti sento proprio di fronte a me.
  • E tu pensi che un bambino sia alto quanto un adulto?
  • Immagino tu sia in piedi ed io ti sento davanti a me perché sono seduto.
  • Ti sei seduto, abbassandoti alla mia altezza. Sono pochi gli adulti che sanno abbassarsi ad altezza dei bambini e delle bambine. Le foglie lo suggeriscono continuamente. Guarda sulla tua destra.

Un po’ in controluce, con il sole che illuminava i loro contorni, le foglie di un alto faggio iniziarono tutte insieme a volteggiare in aria. Una nota melodia si accese nella mia mente e le foglie, come tante ballerine in punta di piedi, evocavano la danza della fata Confetto al suono della celesta. Rosse, arancioni, gialle, marroni, le foglie scendevano, poi un refolo di vento le riportava più su; scendevano ancora e ancora riprendevano quota, fino a quando, un po’ alla volta, toccavano terra. Qui qualcuna di loro si accartocciava come colta da una profonda sofferenza, altre marcivano nell’umidità del suolo, altre ingiallivano secche secche ed altre ancora venivano colpite da un raggio di sole e iniziavano una trasformazione sbalorditiva. Diventavano grandi, si trasformavano velocemente in fusti alti e robusti fino a raggiungere dimensioni ancora più grandi rispetto agli altri alberi.

Osservavo incantato la scena, trasportato per magia sullo schermo di tanti film per bambini, ricchi di effetti speciali e momenti magici. Ma avevo capito il senso di tutto questo. Noi adulti abbiamo paura di abbassarci e guardare i bambini ponendoci alla loro altezza.

  • Tu, Giuseppe, ti stai dando pena perché senti di aver fallito il tuo compito con Laura. In realtà proprio le difficoltà incontrate ti hanno insegnato quello che hai appena realizzato.
  • Che stai dicendo?
  • Noi bambini abbiamo colori mentali diversi, proprio come le foglie in autunno. Tutto dipende dalle tante variabili della vita: alcuni nascono in ambienti familiari sereni e propositivi, altri risentono di difficoltà di salute o della precarietà dei rapporti tra i genitori, altri ancora sono condizionati dai pro-blemi economici della famiglia. Quando l’adulto si mette di fronte a noi con la presunzione che tutti dobbiamo seguire le stesse strade, le medesime strategie di crescita e apprendimento, allora ca-diamo, cadiamo, cadiamo e moriamo come le foglie. Chi di noi, invece, trova l’adulto che sa ascoltarci, capirci, stimolarci con affetto e pazienza, una volta cresciuto si trasforma a sua volta in adulto forte, con le radici ben piantate a terra, i rami allargati al massimo, la cima puntata in alto, verso il sole.
  • Cosa mi vuoi dire veramente?
  • Con Laura ti sei messo in posizione di ascolto. Non puoi rimproverarti per averlo fatto. Devi continuare a farlo, con tutti i tuoi allievi.
  • Ma questo ha provocato delle situazioni di conflitto con altri colleghi.

Lo sentii sospirare e poi non avvertii più la sua presenza. Lo chiamai, una, due, più volte. Pensai di averlo offeso, di aver provocato in qualche modo la sua scomparsa. Dopo un po’ ripresi il sentiero che si addentrava ancora nel bosco.

Mi accorsi, allora, di non aver portato la mia macchina fotografica. Mi piaceva scattare foto durante le mie passeggiate; soprattutto mi piaceva cogliere alcuni particolari del bosco: tronchi centenari che spalancano con enfasi il loro abbraccio, rami che intrecciano l’un con l’altro un fitto dialogo, alberi parzialmente abbattuti dal forte vento o da eccessivi carichi di neve sostenuti da altri fusti, liane che scendevano contorte e rinsecchite a terra, muschi, felci, licheni, tronchi divorati da insetti e ricoperti di funghi duri e colorati, rovi e bacche, qualche fiore nei punti con maggiore luminosità… Quanta diversità in un bosco e quanta vita, anche nei tron-chi di alberi caduti tanti anni prima. Cominciavo a capire.

Il bosco dei nostri ragazzi, delle nostre ragazze, è ricchissimo di diversità e il nostro approccio di insegnanti è invece uniformato. Abbiamo programmi da seguire, illustriamo la nostra conoscenza, chiediamo loro di restituirci le nostre parole o quelle lette sui libri. E non lo ascoltiamo il bosco, non lo ascoltiamo, come se non avesse nulla da dirci.

  • Il vento del bosco viene ascoltato dai poeti, dai musicisti, dai pittori, dagli artisti e dai bambini. Ciascuno di loro vede, sente e interpreta i messaggi portati dai colori e dai suoni che vi provengono e li trasforma in poesie, musiche, canzoni, quadri. L’arte è la capacità di ascoltare con l’orecchio interiore, di vedere con occhi creativi, di restituire forme creative sempre nuove e originali.
  • Ancora una volta il Giuseppe bambino si era intromesso nei miei pensieri e mi suggeriva di ascoltare per trasformare quelle vibrazioni in individui nuovi, unici, originali e creativi. Improvvisamente mi misi a cantare i versi di una canzone di Gaber “non indicate per loro una via conosciuta / ma se proprio volete / insegnate soltanto la magia della vita.” … “Non insegnate ai bambini / ma coltivate voi stessi il cuore e la mente / stategli sempre vicini / date fiducia all’amore il resto è niente”.
  • Dopo qualche altro minuto la voce del bambino riprese:
  • Ci sono dei versi che gli insegnanti fanno conoscere ai bambini dimenticando che sono stati scritti per gli adulti.
  • Adesso non ti seguo.
  • Parole di Rodari:

“Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età,
di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?”
Rispose gentilmente: “Dica pure che son vecchio.
Di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.
È un orecchio bambino, mi serve per capire
le cose che i grandi non stanno mai a sentire:
ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,
capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose…”

Mi fermai. Non riuscivo ad andare avanti e non riuscivo a dire una sola parola. Il vuoto: fisico, mentale. Che stava succedendo?

Ero arrivato in cima alla montagna senza accorgermene e ora il panorama si apriva tutto intorno a me. Ero uscito dal bosco e i polmoni si riempivano di sconvolgente bellezza. Iniziai a piangere, senza motivo. Non riuscivo a smettere, piangevo forte, ne sentivo un bisogno incontrollabile.

Mi sedetti, tolsi dalla tasca il fazzoletto, asciugai le lacrime senza smettere di piangere, chiusi gli occhi. Continuavo a non avere alcun pensiero e piano piano il respiro si fece più rilassato, più calmo. Rimasi in ascolto di questo mio silenzio molto a lungo fino a quando nella mia memoria risuonarono le note di Bach, la Sara-banda dalla Suite n° 2, nell’esecuzione di Alison Balsom. Il suono della tromba si allargava nella vallata come le ombre di quel tardo pomeriggio, le lunghe frasi melodiche seguivano il ritmo calmo e rilassato del diaframma.

Non avevo il coraggio di muovermi. Temevo di rompere quel delicato incanto, quella inconsueta pace interiore che sperimentavo forse per la prima volta.

  • Va meglio?

Rimasi in silenzio. Non ce la facevo proprio a parlare.

  • L’autunno sta arrivando con le giornate sempre più corte, la pioggia, la nebbia. Sta a te dare un significato creativo e nuovo a questa stagione. Il cielo oggi è rimasto terso, azzurro, pieno di luce. Hai camminato nel bosco e il sentiero, così tenebroso e incerto, alla fine ti ha portato su questo pano-rama mozzafiato. Le foglie, staccandosi dai rami, ti hanno suggerito che per crescere devi prima abbassarti e saper ascoltare.
  • La vita non è un sogno. La tua voce non l’ho mai sentita quando Laura urlava e i miei colleghi si infuriavano. La tua voce non mi ha mai aiutato nei consigli di classe quando la loro unica preoccupazione era quella di liberarsi dal peso di Laura. Tu non esisti! Sei solo il frutto della mia stanchezza.

Avevo urlato. L’effetto magico del momento era scomparso in un istante. Avevo ripreso a respirare con affanno e la rabbia si stava facendo risentire.

Fu allora che lo vidi.

Ne rimasi sconvolto.

La voce così dolce, serena, confortante di Giuseppe apparteneva al corpo ferito di un bambino spastico. Un corpo contorto come un tronco d’ulivo, la bocca era di traverso su una faccia magra, tirata e sofferente; le spalle asimmetriche, le mani rattrappite, la testa piegata su una spalla, le gambe storte.

Dio mio. Dio mio.

  • L’autunno sta arrivando con le giornate sempre più corte, la pioggia, la nebbia. Sta a te dare un significato creativo e nuovo a questa stagione.
  • Me lo hai detto poco fa – dissi con voce stentata e soffocata dallo sconcerto.
  • Non fermarti alla tua sofferenza e occupati di quella altrui.
  • Ti chiedo scusa. Non sapevo, non volevo urlare.
  • Poco fa nella tua mente risuonavano le note di Bach. So che ami questo musicista, capace come nessun altro di padroneggiare il contrappunto. A volte l’ascolto di una sua composizione risulta difficile se non sei capace di riconoscere e seguire i temi della fuga che si intrecciano nelle diverse voci strumentali o vocali. Se sei capace di ascoltare i bambini a maggior ragione devi essere capace di riconoscere e seguire la voce della sofferenza negli adulti, anche tra i tuoi colleghi.
  • Ma …
  • Sei un artista e musicista: la sofferenza di Laura fa da contrappunto a quella dei tuoi colleghi, a quella del padre, del dirigente scolastico. Continua a suonare la tua fuga e dai la stessa importanza alle diverse voci. Solo così la tua esecuzione sarà equilibrata ed efficace.

Non lo incontrai più. Per quanto ritornassi a ripercorrere lo stesso sentiero non udii più la voce del Giuseppe bambino, fino a quando dubitai di aver veramente vissuto quella strana e indimenticabile esperienza.

Ma qualcosa è cambiato da allora e vivo ogni anno l’arrivo dell’autunno con occhi diversi. Per me è la stagione che inizia il nuovo anno, quando finalmente, dopo l’estate, incontro ancora i miei ragazzi e i miei colleghi.