ECONOMIA BILANCIATA

 principi di economia bilanciata      

Ci sono tre ragioni principali a spiegazione del fatto che città e stati nel passato hanno perduto l’equilibrio economico e sono decaduti dopo aver raggiunto l’apice della prosperità. Primo, se le città, o gli stati si sviluppavano seguendo il corso di un sistema fluviale ed il fiume improvvisamente cambiava direzione o si prosciugava, la loro economia ne veniva danneggiata. In secondo luogo se le industrie si allontanavano dai villaggi rurali, anche qui l’equilibrio dell’economia veniva distrutto. La terza ragione era un imperfetto sistema d’istruzione. Se ci sono dei difetti nel sistema d’istruzione rurale e nel sistema sociale, viene perso l’equilibrio economico.


   Per costruire una sana economia, in una determinata area, dal trenta al quaranta per cento della popolazione – né più, né meno -dovrebbe dipendere direttamente dall’agricoltura. Se la percentuale è inferiore, l’agricoltura risulta trascurata. Al contrario, se la percentuale è più alta, c’è una grande pressione sull’agricoltura. Questo è esattamente ciò che è successo nel Ra’r’h – e non solo lì ma anche nel Bengala, in India, in Cina e nell’Asia sudorientale. Per risolvere questo problema, oggi è necessaria una nuova analisi socio-economica.

 Situazione italiana 

ISTAT: http://www.istat.it/it/lavoro

ISTAT: http://www.istat.it/it/lavoro

Nell’agricoltura italiana sarebbe occupato il 3,63% della forza lavoro italiana. Se sommiamo il 27,25% di lavoratori di ogni tipo di industria arriviamo al 30,88% della forza lavoro occupata in attività produttive/manifatturiere. Mentre i lavoratori/trici dei Servizi compresi, gli statali e del Commercio, ammontano a 69,12%. In poche parole il 30,88% produce per mantenere il 69,12% della forza lavoro.


 Come dovrebbe essere 

Proprio come l’agricoltura dovrà basarsi su un sistema scientifico, anche l’industria dovrà essere organizzata in perfetto accordo con l’agricoltura. … Per un ambiente economico perfettamente bilanciato, si richiede che una percentuale oscillante tra il trenta ed il quaranta per cento della popolazione dipenda direttamente dall’agricoltura e che

  • circa il venti per cento dipenda dalle agro-industrie, ‘post-raccolto’
  • il venti per cento dalle industrie ‘pre-raccolto’, agrico-industrie,
  • il dieci per cento dallo scambio e dal commercio generali e
  • il dieci per cento dal lavoro intellettuale, i cosiddetti colletti bianchi. 
La struttura Produttiva secondo il PROUT

La struttura Produttiva secondo il PROUT

Il termine “industrie non-agricole” (come le acciaierie, l’industria per la lavorazione dell’ottone, quella per la lavorazione dei metalli, le raffinerie di petrolio, le industrie del sale, quelle chimico-farmaceutiche) indica quelle industrie che non sono direttamente legate all’agricoltura (come quelle per la produzione di picconi, accette, badili e trattori) e le industrie che non sono direttamente agrico-industrie (come i mulini per la farina, quelli per la iuta, i frantoi, gli opifici per i tessuti, le cartiere e gli opifici per la produzione di medicinali a base di erbe). La percentuale delle persone impegnate in industrie non agricole dovrebbe derivare dalla riduzione della percentuale delle persone che dipendono direttamente dall’agricoltura, dalle agro-industrie e dalle industrie per l’agricoltura. La percentuale di persone impiegate in industrie non-agricole dovrebbe essere mantenuta tra il venti ed il trenta per cento della popolazione totale.

Se tale percentuale in un paese è inferiore al venti per cento, si dice che quel paese è industrialmente sottosviluppato. Il reddito pro capite della popolazione non può essere molto alto. Anche il tenore di vita non può essere molto elevato, perché il potere d’acquisto rimane molto limitato. A causa della scarsa capacità d’acquisto di beni di consumo, l’indice d’importazione rimane sempre al di sotto di quello di esportazione o, in altre parole, l’area resterà un satellite di un paese sviluppato. Di conseguenza l’equilibrio del potere nel mondo è compromesso e la guerra è sempre possibile.

Se la percentuale di persone impegnate nelle industrie non agricole è mantenuta tra il venti ed il trenta per cento della popolazione, questa è la condizione di un’economia bilanciata – una struttura socio-economica realmente equilibrata. Se la percentuale supera il trenta per cento l’area diventa industrialmente sviluppata. Poi, più la percentuale supera il trenta per cento, più l’area diventa super industrializzata.

Problema: Per procurarsi prodotti agricoli i paesi super sviluppati cercano di impossessarsi di  regioni o paesi agricoli produttivi e renderli loro satelliti. Trovano anche necessario mantenere sotto il loro controllo i paesi industrialmente sottosviluppati in modo da poterli usare come mercato per i propri prodotti finiti. Se non trovassero un mercato dove vendere i beni di consumo prodotti nei loro rispettivi paesi, soffrirebbero di depressione economica e crescente disoccupazione.

A questo riguardo non c’è differenza tra paesi comunisti e non-comunisti. Essi sono parimenti aggressivi nel loro approccio. Cercano disperatamente la ka’madhenu. (Dhenu significa “mucca” e ka’ma “desiderio”. Ka’madhenu è una mucca mitologica che dà tanto latte quanto richiede il suo padrone). La tengono legata alla greppia, dandole una quantità minima di foraggio. Vogliono la massima produzione con il minimo investimento. Ecco perché c’è una così grande psicosi della guerra e tanto tintinnare di sciabole nel mondo oggi.

Si deve compiere ogni sforzo affinché ogni singolo paese del mondo possa godere di equilibrio economico sia nell’agricoltura che nell’industria, altrimenti l’equilibrio socio-economico del mondo è destinato alla distruzione.


 Super-industrializzazione e degenerazione psichica 

Le dannose conseguenze interne della super-industrializzazione non interessano solo la salute personale, sociale e nazionale della popolazione, esse provocano anche una graduale degenerazione psichica sia a livello individuale che collettivo. Può sorgere una sorta di epidemia psichica che può avvelenare quasi tutte le espressioni della vita e distruggerle. Può darsi che questo non accada oggi, ma sicuramente accadrà in un futuro molto vicino.

Dove il sistema industriale – le agro-industrie, le industrie per l’agricoltura e quelle non agricole – dipende da lavoratori esterni, la situazione diverrà estremamente precaria. La velocità di degenerazione psichica aumenterà velocemente e la gente dovrà affrontare una permanente scarsità di cibo. Ci sarà poca possibilità di ampliare i mercati per i loro prodotti. Invece si contrarranno gradualmente i mercati esistenti.

Come esempi possono essere citati Howrah, Hooglhy, Parganas 24 e Burdwan nel Bengala occidentale. La gran parte dei lavoratori manuali in questi distretti viene da fuori, perciò, come conseguenza, la popolazione non potrà mai sperimentare un buon tenore di vita. Per quanto industrialmente sviluppati o super sviluppati questi distretti possano diventare, saranno seriamente interessati dalle dannose conseguenze interne della super-industrializzazione e non godranno mai di nessuno dei benefici dell’industrializzazione. Questo triste quadro può essere visto ogni mattina e sera nel distretto Howrah.

Abbiamo una situazione simile anche in Italia. Lavoratori/trici dell’Est, ed immigrati, oltre ad aumentare in modo assoluto le entrate fiscali, espatriano parte dei guadagni, depauperando la ricchezza locale e non investono in Italia. Non crediamo che questa situazione sostenuta dai trattati WTO, di Globalizzazione Economica, possa portare alla lunga dei benefici. Il nostro tessuto produttivo è stato smantellato, la povertà è aumentata (17 milioni di italiani a rischio povertà: Caritas Italiana), la disoccupazione diventa cronica.

Il sistema agricolo dovrebbe essere strutturato come un’industria. Cioè: i prezzi del prodotto agricolo dovrebbero essere fissati considerando i fattori fondamentali quali il reddito agricolo, le spese e le necessità. Gli agricoltori di Burdwan e Birbhum non devono essere obbligati a vendere il loro riso a prezzi da realizzo. I coltivatori del distretto Hooghly non devono essere costretti a vendere le loro patate a tariffe molto basse ed i contadini del distretto Nadia non devono essere obbligati a vendere la loro iuta a prezzi stracciati per estinguere i propri debiti.

 Calcutta, 6 Aprile 1986 

 


 Equilibrio tra settore agricolo, industriale, commerciale 

Sapete, in una economia bilanciata ci dovrebbe essere una corretta armonia tra agricoltura, industria e commercio. Ad esempio una percentuale fissa di persone dovrebbe essere impiegata nell’agricoltura, un’altra percentuale fissa nell’industria ed una certa percentuale nel commercio. Altrimenti non ci sarà né armonia né equilibrio nella sfera socio-economica dell’esistenza.

Sfortunatamente oggi non esiste in nessun paese del mondo una tale armonia. Perfino in paesi industrialmente avanzati come la Gran Bretagna non c’è una corretta armonia. Mentre l’Inghilterra è sviluppata, la Scozia è arretrata. Perfino tra le contee dell’Inghilterra alcune sono sviluppate ed altre sono arretrate. Il Lancaster per esempio è altamente sviluppato, ma lo Yorkshire è sottosviluppato. Sussex, Essex e Kent non sono sviluppati allo stesso grado.

Nel Bengala alcuni distretti sono altamente sviluppati mentre altri sono arretrati. La struttura economica non è propriamente bilanciata e per questo motivo la gente soffre.

…Allora si deve cercare di iniziare una rivoluzione industriale nel paese. Proprio come c’è stata una Rivoluzione Francese, ci dovrebbe essere una rivoluzione industriale nel Bengala.

 Rivoluzione industriale 

Per questa rivoluzione industriale non dobbiamo dipendere da paesi stranieri in quanto a materie prime. Si ricordi che nessun paese dovrebbe dipendere da materie prime importate per svilupparsi. A tale scopo devono essere utilizzate le materie prime locali cioè quelle disponibili all’interno del paese stesso. Coloro che amano la società – quanti amano la gente del proprio paese e sono pronti a determinarne l’elevazione socio-economica – devono pensare in termini di rivoluzione industriale basata sulle materie prime disponibili nella loro unità socio-economica.

Voi dovreste realizzare questa rivoluzione. Voi dovreste delineare collettivamente piani e programmi ed esigere un tale cambiamento, una tale rivoluzione. Non perdete tempo.

 Calcutta, 17 Settembre 1987