L’impresa agricola aggregata: una risposta ai problemi dell’agricoltura italiana

l’impresa aggregata: una risposta ai problemi dell’agricoltura italiana

Una risposta ai problemi strutturali dell’agricoltura arriva dall’aggregazione delle imprese… contenuta nel decreto legislativo n. 99 del 2004, che ha introdotto una nuova forma societaria, la società agricola,… In base alle nuove norme la società agricola può esercitare attività che vanno dalla trasformazione alla commercializzazione fino alla fornitura di servizi. 

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 In Italia ed Europa il 95% delle aziende agricole è molto frazionato e occupano un’area da 1 ettaro a 10 ettari complessivi. Troppo poco per essere remunerative, sostenibili e produttive secondo le necessità dei nostri giorni. Per la loro dimensione ridotta infatti non riescono a meccanizzarsi e sono fagocitate da poteri economici forti che spesso nulla hanno a che fare con l’agricoltura. (IRP)


 Alcune note introduttive 

Il sistema agroalimentare italiano presenta alcune peculiarità riconducibili da un lato alla sua complessità, dall’altro alla sua forte eterogeneità. La complessità, che si ritrova anche nelle altre realtà europee, deriva dal forte processo di integrazione fra le diverse componenti del sistema, dall’agricoltura all’industria di trasformazione, alla grande distribuzione, fino ai rapporti con il consumo finale e la sicurezza alimentare, ma anche dall’affermarsi di collegamenti sempre più stretti con gli altri paesi, in particolare europei, con un notevole incremento degli scambi di beni agricoli e alimentari, che hanno reso la realtà italiana sempre più aperta verso l’esterno.

La forte eterogeneità deriva dalle profonde differenziazioni struttali e territoriali, esistenti nella realtà italiana, che si riflettono in misura rilevante sulle interrelazioni prima accennate. Le differenziazioni riguardano le strutture, i livelli di trasformazione incorporati nei beni alimentari che comportano organizzazioni differenti, le diverse modalità con cui le imprese e territori si rapportano alla distribuzione e ai rilevanti mutamenti della domanda alimentare. Eterogeneità e complessità possono rappresentare un punto di forza o un punto di debolezza nella ricerca di nuove competitività del sistema agroalimentare italiano nel nuovo scenario dell’Unione Europea allargata, ma dipendono in misura sostanziale dalle politiche adottate ai differenti livelli, nazionale, regionale e locale.

Un aspetto critico dell’agricoltura italiana è senz’altro quello relativo al mancato ammodernamento delle strutture aziendali nel corso degli ultimi decenni. Il numero delle imprese agricole è assai più limitato rispetto all’universo aziendale censito, ma permane comunque una loro limitata dimensione fisica ed economica e ciò può avere importanti riflessi nella ricerca di nuove opportunità competitive per l’agricoltura italiana. Soltanto le imprese di più grandi dimensioni hanno e avranno infatti la capacità di adottare innovazioni tecnologiche, di inserirsi nelle filiere agroalimentari e di attuare efficienti strategie produttive, con una progressiva diminuzione dei costi di transazione interni, nonché di fronteggiare efficacemente le ripercussioni delle politiche comunitarie.
Le cause del mancato ammodernamento strutturale sono molteplici: dalle norme relative alla successione ereditaria che non tengono conto della specificità dell’azienda/impresa agricola, alle quotazioni elevate dei terreni nel mercato fondiario, che impediscono l’ampliamento delle superfici attraverso l’affitto o l’acquisto. Ma il mancato ammodernamento va anche ricercato nel forte impatto delle politiche comunitarie protezionistiche, che spesso hanno piuttosto prodotto la ricerca di flessibilità nell’utilizzazione del capitale umano (pluriattività) e nella organizzazione dei processi produttivi (contoterzismo).

Non esistono analisi approfondite delle tipologie aziendali esistenti nell’agricoltura italiana in base ai dati censuari del 2000, a parte i lavori di Russo, Sabbatini (2005) e di Sotte (2006), in Agriregionieuropa n.5 [link], rispetto al dettaglio raggiunto nei decenni precedenti (Fabiani, Gorgoni, 1973; Fabiani, Scarano, 1995, Fanfani, 1986, Montresor, 2000).

Ciò rappresenta una grave lacuna, in quanto poco sappiamo delle loro nuove peculiarità e vulnerabilità, degli effetti derivanti dalla diminuzione delle politiche di protezione e dall’andamento dei mercati, con ripercussioni sui loro redditi e in alcuni casi sulla loro persistenza. Dalle indagini condotte sulla presenza di giovani conduttori (Sotte, Carbone, Corsi in Agriregionieuropa, n.2, 2005 [link]) risulta che l’impresa agricola italiana, di dimensioni fisiche ed economiche limitate e con scarsa propensione agli investimenti, è in larga prevalenza “anziana”. Più che in altri paesi europei questa situazione è frutto della mancanza di prospettive occupazionali e di reddito per i giovani, ma poco sappiamo sul potenziale ricambio generazionale nelle famiglie agricole a livello territoriale. Già negli anni Novanta il quadro della famiglia agricola metteva in evidenza la forte riduzione della sua numerosità, con adeguamento alle tendenze demografiche più generali del paese.

 Le forme di aggregazione delle imprese agricole 

Una risposta ai problemi strutturali dell’agricoltura arriva dall’aggregazione delle imprese, cioè dai nuovi strumenti di sviluppo messi a disposizione delle aziende agricole per lo sviluppo di nuove strategie orientate alla competitività.
Le fonti di queste nuove forme di aggregazione si trovano nelle importanti novità contenute nel decreto legislativo n. 99 del 2004, che ha introdotto una nuova forma societaria, la società agricola, ma anche nella riforma del diritto societario, entrata in vigore dal 2004, e nelle semplificazioni introdotte con il decreto legislativo n. 102 del 2005 per le Organizzazioni di produttori (1).

In base alle nuove norme la società agricola può esercitare non solo le attività previste dall’art. 2135 del Codice civile per l’imprenditore agricolo, ma anche, in base al decreto legislativo 228/2001, tutta una serie di attività connesse, che vanno dalla trasformazione alla commercializzazione fino alla fornitura di servizi. Nell’esercizio di queste attività l’impresa aggregata può usufruire delle agevolazioni fiscali (2), delle procedure burocratiche semplificate, degli specifici interventi di sostegno previsti per i coltivatori diretti.

Le società agricole possono infatti assumere la qualifica di imprenditore agricolo professionale, con i relativi benefici, purché, se società di persone, almeno un socio e, se società di capitali, un amministratore siano imprenditori agricoli professionali (cioè dedichino almeno il 50% del loro tempo all’azienda e ricavino almeno il 50% del suo reddito da tale attività). Le società possono essere di persone (semplici, in nome collettivo, in accomandita semplice); di capitali (per azioni, a responsabilità limitata, accomandita per azioni), cooperative (a mutualità prevalente o meno) (3), consorzi (con attività esterna e interna).

L’aggregazione delle imprese può avvenire attraverso due modalità. La prima è quella che prevede forme di collaborazione, senza la perdita di identità, da parte delle singole imprese che decidono di adottare strategie comuni per l’utilizzo dei fattori produttivi o per singole fasi produttive o per l’accesso al mercato o, infine, per la condivisione di alcune idee imprenditoriali. La seconda modalità è quella che si concretizza nella nascita di un nuovo soggetto, senza ripercussioni sugli aspetti di carattere patrimoniale; si tratta di un’impresa di maggiori dimensioni che consente una migliore efficienza nell’utilizzo dei fattori produttivi e una maggiore redditività rispetto alle singole imprese aggregate.

Una recente indagine, condotta a livello nazionale, dalla società Agri2000 (4) ha messo in luce le principali peculiarità delle imprese aggregate presenti nella realtà italiana. Si tratta di imprese diffuse in larga parte nelle regioni settentrionali, che operano prevalentemente nella commercializzazione diretta dei prodotti (35% delle unità rilevate), seguita dalla gestione di terreni e di allevamenti (25%) e dalla trasformazione (15%); altre attività sono la gestione dei servizi, della manodopera, l’acquisto e la gestione comune dei mezzi tecnici, nonché la valorizzazione dei prodotti.

Sotto un profilo settoriale, i comparti più coinvolti sono quello zootecnico, seguito da quello ortofrutticolo. Le modalità di aggregazione sono le più diversificate, anche se la maggior parte delle aggregazioni predilige la forma cooperativa (40% dei casi), soprattutto nella forma di piccola società cooperativa, e la società semplice (20%). Minore diffusione hanno invece le società di capitali e le associazioni, in genere per la valorizzazione dei prodotti, le società di persone e gli accordi scritti.

 Le opportunità ed i limiti dei nuovi strumenti di aggregazione 

agricoltura33Le opportunità offerte da questi nuovi strumenti di aggregazione delle strutture agricole sono numerosi; essi consentono infatti:

  • il raggiungimento di maggiori economie di scala, superando i limiti della singola azienda, con conseguente diminuzione dei costi di produzione;
  • una maggiore possibilità di accesso al credito, facilitando gli investimenti aziendali e le innovazioni tecnologiche, aspetti cruciali nell’attuale fase dello sviluppo;
  • un incremento della specializzazione in determinate produzioni e in determinati processi produttivi per le singole unità e, al tempo stesso, un aumento della diversificazione delle produzioni e dei servizi (prodotti di qualità, agriturismo, il che comporta una maggiore flessibilità produttiva dell’impresa aggregata, fondamentale importanza per fronteggiare la concorrenza in un mercato sempre più aperto;
  • l’incremento della redditività agricola, soprattutto nel caso della vendita diretta, in quanto il maggiore valore aggiunto viene trattenuto dalla componente agricola, a scapito degli operatori a valle della filiera.

 

 I limiti sono essenzialmente di due ordini 

Il primo è intrinseco agli strumenti adottati. L’aggregazione può infatti non assumere caratteri di stabilità nel tempo, in quanto si basa sulla fiducia e sulla costruzione del consenso da parte dei singoli imprenditori, che possono venire meno in un arco temporale di medio o lungo periodo. Le strategie adottate possono essere così, per alcuni aspetti, riduttive rispetto alle potenzialità, ma ciò dipende anche dalla scelta della forma societaria prescelta.
Il secondo limite è di carattere più generale. Questo nuovo quadro normativo si rivolge alle imprese che presentano aspetti potenziali di vitalità. Queste potenzialità si trovano nelle aziende con giovani conduttori o in cui vi sia un ricambio generazionale e le strategie imprenditoriali siano rivolte alla permanenza nel settore agricolo. In base alle considerazioni svolte in precedenza, poco sappiamo delle realtà presenti nei differenti contesti territoriali e ciò può ostacolare l’adozione delle opportune misure di supporto a livello locale e regionale.
Non solo nella fase della sua creazione, ma anche nella gestione, l’impresa aggregata necessita di un’azione incisiva da parte delle istituzioni locali per servizi sia di carattere generale (ad esempio la formazione del capitale umano), sia più specifici (supporto tecnico). La scelta di operare insieme implica una dettagliata indagine delle caratteristiche strutturali delle aziende coinvolte ed una verifica puntuale delle potenzialità delle strategie adottate, nonché un’attenzione particolare alla modalità di aggregazione prescelte. L’aggregazione delle imprese rischia dunque di non essere utilizzata nelle aree più deboli del paese, con minore densità istituzionale, in cui un’ampia quota di territorio deve raggiungere adeguate condizioni di vita economica, sociale e ambientale.

Nonostante questi limiti, l’impresa aggregata può rappresentare una risposta ai problemi dell’agricoltura italiana.

Non a caso questo strumento è stato posto al centro dell’attenzione nei Piani di Sviluppo Rurale (ne sono esempi Emilia-Romagna e Veneto), gli interventi dovranno essere i più flessibili, in modo da adattarsi al mosaico delle situazioni presenti. Questo percorso rinvia alla necessità in precedenza accennata: gli economisti agrari debbono riprendere le indagini sulle differenti tipologie esistenti, per comprenderne le differenti capacità di risposta alle molte funzioni che la società rivolge al settore primario.

Note

(1) Questo provvedimento ha ridotto a 5 il numero minimo di produttori e il volume di produzione dei soci che può essere commercializzato direttamente, pari a 3 milioni di Euro.
(2) Le attività connesse sono soggette a tassazione come redditi agrari, non più come redditi di impresa. Per i servizi svolti in altre aziende con mezzi provenienti dall’impresa agricola è previsto un regime forfetario di tassazione.
(3) Le cooperative sono a mutualità prevalente quando o le attività svolte (vendita di beni e di servizi) o le prestazioni di lavoro dei soci o gli apporti di beni e di servi sono prevalenti. Nel caso della cooperativa agricola la prevalenza fa riferimento anche alla quantità dei beni conferiti, anziché al valore degli stessi.
(4) Agri2000 e’ una società di servizi, ricerca e sperimentazione per il settore agroalimentare e per l’ambiente: http://www.agri2000.it/

Riferimenti bibliografici

  • Corsi A., Carbone A., Sotte F., “Giovani e impresa in agricoltura”, Agriregionieuropa, n. 2., 2005 [link]
  • Fabiani G., Gorgoni M., “Un’analisi delle strutture dell’agricoltura italiana”, Rivista di Economia Agraria, n. 6, 1973
  • Fabiani G., Scarano G., “Una stratificazione socio-economica delle aziende agricole: pluralismo funzionale e sviluppo territoriale”,La Questione Agraria, n. 59, 1995
  • Fanfani R., “Le aziende agrarie negli ultimi cinquanta anni”, in La Questione Agraria, n. 23, 1986
  • Montresor E., “L’articolazione territoriale nell’agricoltura italiana”, in Fanfani R., Montresor E. (eds), La struttura sociale dell’agricoltura italiana verso il 2000, Franco Angeli, Milano, 2000
  • Russo C., Sabbatini M., “Analisi esplorativa delle differenziazioni strategiche nelle aziende agricole”, Rivista di Economia Agraria, n. 4, 2005
  • Sotte F., “Quante sono le imprese agricole in Italia”, Agriregionieuropa, n. 5, 2006 [link]
Università di Verona, Dipartimento di Economie, Società e Istituzioni
Fine articolo

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