Previsioni e Rivoluzioni: Conversazione con Ravi Batra su Tecnologia ed Economia

Previsioni e Rivoluzioni: Conversazione con Ravi Batra su Tecnologia ed Economia

di Apek Mulay, CEO, Mulay’s Consultancy Services
12/28/2016


Dr. Ravi Batra, professore di economia presso la Southern Methodist University di Dallas, è stato elogiato da molti organi di informazione per le sue inquietanti previsioni degli scenari socio-economici. Ha iniziato a far previsioni nel 1978, con un libro intitolato “La caduta del capitalismo e del comunismo”, nel quale ha predetto la caduta del comunismo sovietico entro la fine del secolo, e la fine del capitalismo monopolistico intorno al 2010.


Nessuno ha preso il libro sul serio fino a quando non è crollato il muro di Berlino, nel 1989, e l’Unione Sovietica si è disintegrata subito dopo. E’ stata così sorprendente e veloce la caduta dell’impero russo che l’Italia ha assegnato al Dr. Batra una medaglia del Senato italiano per la sue accurate previsioni. Ha aggiornato il suo libro nel 2006, con un’altra opera intitolata “The New Golden Age: The Coming Revolution in political corruption and economic caos.

Le previsioni descritte in questo libro sono mozzafiato, simili a quelle inserite nei suoi precedenti lavori. Anche in questo caso, prevedeva una serie di rivoluzioni a partire dal 2009 fino al 2019 e come per i suoi precedenti lavori, anche questo è un misto di storia e di economia.

Prof. Ravi Batra, Southern Methodist University, Dallas, Texas (USA)

Batra ha predetto una grande recessione a partire dal 2008, scaturita da un forte aumento della concentrazione di ricchezza e l’aumento del prezzo del petrolio, che ricorderete è arrivato a 147 dollari al barile. Ha anche previsto il crollo del prezzo del petrolio dopo il 2011. Per quanto riguarda la politica, ha previsto una rivoluzione nel 2009 e poi di nuovo nel 2016.

Dal momento che molte delle sue previsioni sono state accurate, ho raggiunto con il Dr. Batra poco prima di Natale e l’ho intervistato sulle sue previsioni, concentrandomi sul ruolo della tecnologia nel campo dell’economia e della storia. Egli è stato così gentile da passare qualche ora a dialogare con me e poi ha inviato risposte scritte alle mie domande, spiegando come e perché è riuscito a vedere ciò che nessun altro ha potuto intravvedere. Ecco un resoconto di quell’intervista.

Mulay: Grazie Dr. Batra per aver accettato di spiegare la natura del suo lavoro. La mia prima domanda riguarda il ruolo della tecnologia all’interno della sua analisi economica e storica. Ho sentito dire da molti economisti che una buona dose di disoccupazione americana deriva dall’uso di nuove tecnologie che rendono il lavoro ridondante. Cosa ne pensa?

Batra: Vorrei iniziare ringraziandola per l’offerta di mandare in onda le mie opinioni. Gli economisti moderni hanno una visione miope della tecnologia, perché non sono riusciti a guardare all’andamento della storia. Le nuove invenzioni non sono una novità; sono state realizzate fin dalla nascita della Repubblica americana. Prima c’erano le carrozze trainate dai cavalli, poi sono arrivate le ferrovie, poi le automobili, e ora aerei, computer, telefoni cellulari, robotica e così via. La lista delle nuove invenzioni è infinita. Tuttavia, per gran parte della storia degli Stati Uniti c’è stata piena occupazione. Quindi la nuova tecnologia non è causa della disoccupazione, almeno da un studio della storia.

Mulay: Ma dovrebbe concordare che l’uso del computer, ecc. ha nettamente aumentato la produttività del lavoro che in effetti ha portato ad una certa disoccupazione.

Batra: “Lasciate che vi dica perché la tecnologia non è qui la colpevole, ma è la politica del governo ad essere in difetto. Vedete, ci sono due tipi di tecnologie: sostitutrici di lavoro e creatrici di lavoro. I computer infatti hanno sostituito il lavoro, ma la produzione di questi computer ha creato nuovi posti di lavoro e più redditizi. In passato, abbiamo avuto il commercio con l’estero, ma non  l’outsourcing, l’esternalizzazione della produzione che gli economisti di oggi credono che operi allo stesso modo del commercio estero. Questo, tuttavia, è sbagliato e ha distrutto gli effetti positivi della nuova tecnologia.

Da un lato, le nuove invenzioni hanno reso il lavoro ridondante ma, dall’altra, generano nuovi prodotti. In passato, quando a causa delle innovazioni il lavoro è diventato ridondante, i lavoratori eccedenti hanno trovato posti di lavoro ben pagati nelle industrie che hanno fabbricato i nuovi prodotti. Oggi le nuove invenzioni si realizzano ancora nei laboratori delle università come il MIT, ma i nuovi prodotti sono prodotti all’estero a causa dell’esternalizzazione della produzione. Apple ha scoperto un prodotto meraviglioso come lo smartphone, ma la sua produzione avviene in Cina. Perciò al giorno d’oggi, le nuove tecnologie cancellano il lavoro in America e creano posti di lavoro in altri paesi. Così, la colpa non è della tecnologia, ma della politica del governo che permette l’esternalizzazione.

Mulay: Così abbiamo avuto piena occupazione per gran parte della nostra storia, mentre il nostro tenore di vita ha continuato a aumentare, perché i nuovi prodotti sono stati costruiti negli Stati Uniti, e hanno aumentato pure la nostra produttività.

Batra: Sì, ha capito bene.

Mulay: Ma l’esternalizzazione della produzione da sola non può generare tutta la disoccupazione che abbiamo ancora. Il nostro dipartimento del lavoro ci dice che se contiamo i lavoratori disoccupati e part-time a lungo termine che vogliono lavorare a tempo pieno, allora il tasso di disoccupazione va oltre il 9%. Inoltre oggi in America, vi è un’enorme povertà.

Batra: Anche in questo caso la mia risposta è la stessa. Gli economisti moderni semplicemente non conoscono l’economia. Infatti con l’aumento di 18 trilioni di dollari di debito federale dal 1981, potremmo pensare che sia la disoccupazione, sia la povertà fossero già scomparse completamente. Il 1972 è un anno importante nella storia americana, quando il salario reale ha raggiunto il picco massimo e da allora è stato via, via ridotto. Questo è anche l’anno in cui gli economisti hanno cominciato ad adottare il finanziamento in deficit per curare qualsiasi problema economico. Quando il prezzo del petrolio è salito alle stelle nel 1973, il governo ha aumentato il deficit di bilancio per combattere la disoccupazione in aumento, mentre la Federal Reserve (Fed) ha doverosamente stampato più soldi per finanziare un deficit in rapido aumento. Questo è il ‘finanziamento del disavanzo’. Nel 1979 l’inflazione è stata così pesante che è salita la disoccupazione; poi la Fed ha ridotto il flusso di denaro per portare l’inflazione sotto controllo. Questo passo  ha reso la disoccupazione ancora peggiore e nel 1981 abbiamo avuto una mega recessione, simile a quella del 2007. Il mio punto è che gli economisti non credono più nel libero mercato; così continuiamo a saltellare da una crisi all’altra e in questo processo la povertà continua d aumentare.

Mulay: Penso che lei sia sulla strada giusta. I recenti deficit di bilancio sono stati i più alti dal 2008 e la Fed ha continuato a stampare denaro. Ho sentito parlare di ‘Elicottero Ben’, poichè Ben Bernanke è stato il presidente della Fed quando ci ha colpito la grande recessione, e si dice che Bernanke abbia stampato moneta a volontà per combattere la disoccupazione.

Batra: Ho sentito parlare anche di questo, ma penso sia uno scherzo. Il settore privato è il principale creatore lavoro, e se questo settore continua a non funzionare correttamente, i soldi del governo diventano solo un cerotto e problemi aumentano.

Mulay: Allora qual’è la vera causa della povertà e della disoccupazione?

Batra: La vera causa è l’aumento del divario tra il salario reale e la produttività. Se la produttività aumenta più velocemente dei salari, sia la disoccupazione sia la povertà salgono; è solamente una questione di domanda e offerta. La produttività è la principale fonte di produzione o di offerta e i salari reali sono la principale fonte di domanda. Se la produttività aumenta più velocemente del salario reale, l’offerta aumenta più rapidamente della domanda, si verifica la sovrapproduzione, che a sua volta si traduce in licenziamenti e povertà. Abbiamo bisogno di vietare l’esportazione di nuova tecnologia, che aumentano la produttività, ma la loro esportazione attraverso l’esternalizzazione non crea posti di lavoro in America. Quindi questo è un doppio smacco. Mentre la produttività aumenta il salario reale può effettivamente scendere, come è avvenuto dal 1973.

Mulay: Cosa pensa di Mr. Trump, il presidente eletto e delle sue politiche. Sembra che sia contro l’esternalizzazione del lavoro che ha appena descritto.

Batra: Mr. Trump sta certamente facendo la cosa giusta in questa materia. Tuttavia, ha anche intenzione di aumentare bruscamente il deficit di bilancio, che farà male alla nazione allo stesso modo in cui ciò è stato deleterio fin dal 1973. A proposito nel libro “The New Golden Age” [La nuova età dell’Oro], a pagina 174, avevo previsto l’arrivo di una personalità come il signor Trump, per sconfiggere il dominio del denaro in politica, almeno nella politica presidenziale.

Mulay: Che cosa? Ho letto quel libro e so che ha predetto delle rivoluzioni in America per il 2009 e il 2016. Questo libro è stato scritto nel 2006; come si possono fare profezie, da far tremare la terra, dieci anni prima?

Batra: Obama è diventato presidente nel 2009 e Mr. Trump è stato eletto nel 2016. Avevo scelto questi anni come anni di rivoluzioni sociali. Dal momento che prevedevo l’inizio di una grande recessione nel 2007, è stato facile prevedere le sue conseguenze politiche, perché in ogni elezione una cattiva economia significa una perdita per l’inquilino della Casa Bianca. Obama non ha perso, ma hanno perso i suoi protetti.

Mulay: Ma i presidenti cambiano ogni quattro o otto anni, mentre le rivoluzioni si verificano una volta in un secolo. Come ha fatto a capire che i cambiamenti presidenziali in arrivo sarebbero stati delle rivoluzioni?

Batra: Beh, questa non è la prima volta in cui avevo previsto delle rivoluzioni. L’ho fatto nel mio lavoro del 1978, con la caduta dell’Unione Sovietica e nel 1980 con la sostituzione dello Scià di Persia con l’ayatollah. E ‘possibile prevedere rivoluzioni esaminando i cicli storici che ho descritto nei miei libri.

Mulay: Così ha anche previsto l’arrivo degli ayatollah in Iran. In ogni caso, ciò che il signor Trump ha fatto ci ha stupiti e sembra davvero una rivoluzione. Anche Obama ha fatto la stessa cosa?

Batra: Sì, certo. In primo luogo, entrambi avevano un messaggio anti-establishment che si è concentrato sulla classe media in decadenza. Poi Obama ha fatto quello che nessuno ha realizzato in 5000 anni di storia documentata. A mia conoscenza, è il primo uomo di colore a capo di una nazione che probabilmente era, e forse è, la più ricca e militarmente la più potente. Niente come questo è  mai successo in qualsiasi altro luogo sulla terra.

Mulay: Che cosa prevede ora?

Batra: Penso che la presidenza di Mr. Trump sia come quella del signor Reagan – due anni cattivi seguiti da diffusa prosperità. Il 2017 potrebbe aprirsi come un brutto sogno derivante da una cattiva gestione dell’economia sin dal 1981. Mentre il signor Trump ha una buona politica in materia di commercio internazionale, le sue altre idee ci ricordano il sistema di finanziamento in deficit, che per me può creare sia problemi interni che per il mondo intero.

Mulay: Qual è allora la cosa giusta da fare?

Batra: La nazione, anzi il mondo, ha bisogno delle riforme di libero mercato che ho descritto in dettaglio nel mio nuovo libro End Unemployment Now: How to Eliminate Joblessness, Debt and Poverty Despite Congress”. [Stop disoccupazione ora: come eliminare la disoccupazione, il debito e la povertà nonostante il Congresso- McMillan]

Mulay: Avete inviato questo libro al presidente Trump?

Batra: L’ho spedito alla responsabile della sua campagna elettorale.

Mulay: Qual è stata la sua risposta?

Batra: Per ora nulla.

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Traduzione: Tarcisio Bonotto
Dal sito: http://www.ebnonline.com/author.asp?section_id=3315&doc_id=282269&

Predictions & Revolutions: A Conversation with Ravi Batra

 Predictions & Revolutions: a Conversation about Electronics & Economics with Ravi Batra 

Apek Mulay, CEO, Mulay’s Consultancy Services
12/28/2016


Dr. Ravi Batra, a professor of economics at Southern Methodist University in Dallas, has made a great career from his uncanny forecasts. He started making predictions in 1978 when he wrote a book called The Downfall of Capitalism and Communism, which predicted the fall of Soviet Communism by the end of the century, and the demise of monopoly capitalism around 2010.


No one took the book seriously until the Berlin Wall fell in 1989 and the Soviet Union collapsed soon thereafter. So stunning and swift was the fall of the Russian empire that Italy awarded Dr. Batra a medal of the Italian Senate for his accurate prediction. He updated his book in 2006 in another work titled The New Golden Age: The Coming Revolution in Political Corruption and Economic Chaos.

Forecasts he made in this book were as breathtaking at those in his earlier work. Again, he foresaw a variety of revolutions beginning in 2009 and going all the way to 2019. As with his earlier work, this one also is a mixture of history and economics.

Prof. Ravi Batra, Southern Methodist University, Dallas, Texas (USA)

He predicted a big recession starting in 2008 from a major rise in wealth concentration and the price of oil, which you may recall peaked at $147 per barrel. He also foresaw a collapse in the oil price after 2011.  Regarding politics, he predicted a revolution in 2009 and then again in 2016.

Since many of his forecasts have been accurate, I caught up with Dr. Batra just before Christmas and interviewed him about his predictions, focusing on the role of technology in the economy and history. He was gracious enough to spend a few hours with me and later offered written answers to my questions, explaining why and how he saw what no one else did. Here is an account of that interview.

Mulay: Thank you Dr. Batra for agreeing to explain the nature of your work. My first question is about the role of technology in your economic and historical analysis. I have heard from many economists that a good deal of American unemployment arises from the use of new technology that makes labor redundant. What do you think?

Batra: Let me start by thanking you for offering to air my views. Modern economists have a myopic view of technology, because they have failed to look at history. New inventions are nothing new; they have been occurring from the very birth of the American Republic. First came horse-driven carriages, then came railroads, then automobiles, and now airplanes, computers, cellphones, robotics and so on. The list of new inventions is endless. Yet for much of US history there has been full employment. So new technology is not the cause of unemployment, at least from a study of history.

Mulay: But you have to agree the use of computers etc. has sharply increased labor productivity and indeed led to some unemployment.

Batra: “Let me tell you why technology is not the culprit here. It is the government policy which is at fault. You see, there are two types of technologies: labor replacing and job creating. Computers indeed are labor replacing, but building those computers creates new and more lucrative jobs. In the past, we had foreign trade but no outsourcing, which today’s economists believe works like foreign trade. This, however, is wrong and has destroyed the positive effects of new technology.

On the one hand, new inventions make labor redundant, but they generate new products on the other. In the past, when labor became redundant from innovations, the displaced workers found high-paying jobs in industries that built new products. But now new inventions still occur in the labs of universities like MIT, but new products are produced abroad because of outsourcing. Like, Apple discovered a wonderful product as the smartphone, but its production occurs in China. So nowadays, new technologies only displace labor in America while creating jobs in other countries. Thus, the fault lies not with technology but with government policy that permits outsourcing.

Mulay: So we had full employment for much of our history, while our living standard kept rising because new products were built in the U.S., and they raised our productivity as well.

Batra: Yes, you got it.

Mulay: But outsourcing alone cannot generate so much unemployment that we still have? Our own labor department tells us that if we count the long-term unemployed and part-time workers who want to work full time then the unemployment rate is still more than 9%. Furthermore, there is tremendous poverty in America today.

Batra: Here again my answer is the same. Modern economists just don’t know economics, or else after adding $18 trillion to federal debt since 1981, you would think both unemployment and poverty would have vanished completely. 1972 is an important year in American history, because that is when the real wage peaked and has been gradually declining ever since. That is also the year when economists began to adopt deficit financing to cure any economic problem. When oil price skyrocketed in 1973, the government raised the budget deficit to fight the rising unemployment, while the Federal Reserve (the Fed) dutifully printed more money to finance the rocketing deficit. This is what deficit financing is. By 1979 inflation was so bad that joblessness soared; then the Fed cut down on money supply to bring inflation under control. This made unemployment even worse and by 1981 we had a mega recession, almost as bad as the recession of 2007. My point is that economists don’t believe in free markets anymore; so we keep hopping from one crisis to another. In the process poverty keeps rising.

Mulay: I think you are onto something. Recent budget deficits have been higher than ever since 2008 and the Fed has continued to print money. I have heard about Helicopter Ben, as Ben Bernanke was the Fed chairman when the Great Recession hit us, and he is said to have had a helicopter printing press for money to fight unemployment. 

Batra: I have also heard about this, though it may be a joke. The private sector is the main job creator, and if this sector continues to malfunction, the government money works only as a band aid and problems fester.

Mulay: Then what is the real cause of poverty and unemployment?

Batra: The true cause is a rise in the gap between the real wage and productivity. If productivity rises faster than wages, then both unemployment and poverty go up; this is purely a matter of supply and demand. Productivity is the main source of production or supply and real wages are the main source of demand. If productivity rises faster than the real wage, supply increases faster than demand, and overproduction occurs, which in turn results in layoffs and poverty. We need to ban the export of new technology, which raises productivity, but its export through outsourcing does not create jobs in America. So this is double whammy. While productivity rises the real wage may actually fall, as has been happening since 1973.

Mulay: What do you think of Mr. Trump, the president-elect and his policies. He seems to be against the kind of outsourcing you have just described.

Batra: Mr. Trump is certainly doing the right thing in this matter. However, he also intends to raise the budget deficit sharply, and that will hurt the nation in the same way it has been hurting us ever since 1973. By the way in The New Golden Age, on page 174, I had predicted the rise of a personality like Mr. Trump to defeat the rule of money in politics, at least presidential politics.

Mulay: What? I have read that book and I know you predicted revolutions in America for 2009 and 2016. That book was written in 2006; how could you make earth-shaking prophecies ten years ago?

Batra: Mr. Obama became president in 2009 and Mr. Trump was elected in 2016. I  had selected these years as years of revolutions. Since I foresaw the start of a huge recession in 2007, it was easy to forecast its political consequences, because in every election a bad economy means a loss for the incumbent in the White House. Mr. Obama did not lose but his protégé did.

Mulay: But presidents change every four or eight years, whereas revolutions occur once in a century. How did you know that the incoming presidential changes would be revolutions?

Batra: Well, this is not the first time I predicted revolutions. I foresaw the fall of the Soviet Union in my 1978 work and the Ayatollahs replacing the Shah of Iran in my 1980 work. It is possible to forecast revolutions by examining the patterns of history that I have described in my books.

Mulay: So you also predicted the rise of Ayatollahs in Iran. Anyway, what Mr. Trump has done astonished everyone and is indeed a revolution. Did Mr. Obama achieve the same thing?

Batra: Yes, of course. First, both had an anti-establishment message that focused on the vanishing middle class. Then Mr. Obama did what no one has done in 5,000 years of recorded history. To my knowledge, he is the first black man to head a nation that arguably was, and perhaps is, the richest and militarily the most powerful. Nothing like this ever happened at any other place on earth.

Mulay: What do you foresee now?

Batra: I think Mr. Trump’s presidency would be like that of Mr. Reagan—two bad years followed by wide-spread prosperity. 2017 could open up as a bad dream resulting from a mismanaged economy since 1981. While Mr. Trump has a good policy on international commerce, his other ideas remind you of deficit financing, which to me is likely to create really bad problems for the world.

Mulay: What then is the right thing to do?

Batra: The nation, indeed the world, needs free-market reforms that I have described in detail in my new book, End Unemployment Now: How to Eliminate Joblessness, Debt and Poverty Despite Congress.

Mulay: Have you sent this book to Mr. Trump.

Batra: I have sent it to his campaign manager.

Mulay: What is her response?

Batra: No reply yet.

http://www.ebnonline.com/author.asp?section_id=3315&doc_id=282269&

Lo stato dell’economia globale. Recensione libro di R. Batra.

 Recensione del libro di Ravi Batra


“End Unemployment Now:  How to Eliminate Joblessness, Debt and Poverty”

 by Apek Mulay, Truthout, Op-Ed 

End_Unempl_Now_pIl crollo [economico-finanziario] iniziato nel 2007, è ora conosciuto come La Grande Recessione. Alcune persone, come il Premio Nobel e professore di economia alla Princeton University, Paul Krugman, lo definiscono depressione. Indipendentemente da ciò che lo si definisca, è chiaro per la maggior parte di noi che, anche dopo otto anni di immissione di carta-moneta ed enormi deficit di bilancio, l’economia globale è ancora stagnante. Secondo le ultime stime del governo, la crescita del PIL degli Stati Uniti, nel primo trimestre di quest’anno, è stata praticamente nulla.

Ora, uno dei migliori economisti americani, il professor Ravi Batra, spiega perché gli approcci economici convenzionali sono stati un clamoroso insuccesso e perché non sarebbero mai in grado di ripristinare le economie mondiali al livello del 2007.

In un nuovo libro, End Unemployment Now: How to Eliminate Joblessness, Debt and Poverty, Batra sostiene che fino a quando i salari reali non si mettono al passo con la produttività dei lavoratori, né la disoccupazione di lunga durata né la povertà spariranno dagli Stati Uniti o dalle altre nazioni. Il libro ha attirato insoliti apprezzamenti dalle migliori riviste di Recensioni. Kirkus Review lo definisce “un approccio innovativo”, Publishers Weekly parla della “saggezza delle idee di Batra”, Booklist vuole che i cittadini “chiamino i propri Membri del Congresso”, per sostenere le raccomandazioni dell’autore.

Ho indicato l’analisi economica di Batra anche nel mio recente libro dal titolo “Capitalismo di massa: un progetto per la ripresa economica”, e ho scoperto il crescente divario tra il salario reale e della produttività del lavoro nel campo dell’informatica statunitense e delle industrie elettroniche. Il motivo per cui questo divario è tanto importante per qualsiasi economia è che l’aumento della produttività aumenta la produzione o l’offerta di una nazione, e se il salario reale è stagnante, anche la domanda è stagnante. Con il calo della domanda rispetto all’offerta, vi è sovrapproduzione e, di conseguenza, disoccupazione o cassa integrazione. Così la prosperità potrà ritornare solo se il salario reale è allineato alla produttività, e questo, dice Batra, non è successo in nessuna parte del mondo. Per questa ragione, il mondo intero sta ancora affrontando grossi problemi.

Le nazioni hanno aumentato i disavanzi di bilancio e tagliato i tassi di interesse per  aumentare l’indebitamento dei consumatori. Ma queste misure non potranno mai essere sufficienti, perché la principale fonte della domanda sono i redditi e i salari delle persone e fino a quando questi non cresceranno abbastanza, tutte le altre misure saranno insufficienti. Questo è il motivo per cui la povertà in America è oggi la peggiore da oltre cinquanta anni a questa parte.

Secondo l’autore, la causa principale del divario salariale, in aumento, è il capitalismo di monopolio, a causa del quale molti settori sono dominati da imprese giganti che limitano la concorrenza. Quindi la soluzione alla povertà risiede nella creazione di un capitalismo concorrenziale o del libero mercato, che richiede la suddivisione delle imprese giganti in unità più piccole. Tuttavia, dal punto di vista politico, ciò è un compito impossibile (minoranza al Congresso USA. n.d.t). Così Batra offre diversi altri modi attraverso i quali il Presidente USA, può utilizzare le leggi esistenti per creare maggiore concorrenza tra le imprese giganti.

Attraverso grafici illustrativi e tabelle, Batra offre la prova concreta dell’impatto della concentrazione della ricchezza sull’aumento della povertà globale e mostra anche un modo per sradicarla riducendo al minimo il divario tra salari e produttività.

I politici “nulla-facenti” delle democrazie di oggi rendono impossibile la realizzazione di qualsiasi riforma significativa in economia. I rappresentanti eletti in genere soddisfano gli interessi delle élite e non quelli dei cittadini che li eleggono al potere. In un tale sistema come potrà esserci qualche possibilità di una libera economia di mercato?

Batra offre alcuni suggerimenti sul come utilizzare le leggi esistenti per generare concorrenza tra le imprese giganti. Presenta infatti un sacco di idee per generare concorrenza. Per me, l’idea più interessante è quella di creare una banca FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation). Secondo una legge approvata nel 1987, la FDIC può creare una “banca ponte” per qualsiasi banca in fallimento, e investire denaro in essa per renderla solvibile. Ma invece di venderla ad una grande banca, quale è stata la prassi finora, la FDIC deve nominare i propri dirigenti e dare loro il compito di creare maggiore concorrenza nel settore finanziario. In questo modo, il tasso di interesse sui saldi delle carte di credito può essere ridotto al solo il 5% rispetto alla media attuale del 15%.

Sembra troppo bello per essere vero, ma la legge per creare una banca ponte è stata approvata nel 1987, e può essere utilizzata per ridurre di molto la povertà nel paese. Se una persona povera paga solo il 5% invece degli attuali 15% – 30% sui saldi dei prestiti, la povertà crollerà immediatamente. Batra ha dimostrato che con gli oneri finanziari delle banche, al momento quasi zero, un interesse del 5% potrà ancora portare un adeguato profitto alla banca ponte.

Queste sono le idee esposte nel suo ultimo libro per le quali Batra, ha ricevuto, nelle recensioni, lodi entusiastiche.

Questo articolo è stato ristampato da Truthout con permesso o licenza dell’autore. Esso non può essere riprodotto in nessuna forma senza l’autorizzazione o la licenza dell’autore.

 


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APEK MÛLÂY

Apek Mulay è un CEO della Mulay’s Consultancy Services. E’ analista senior, blogger, imprenditore e macroeconomista del settore statunitense dei semiconduttori. Ha completato il suo MSEE alla Texas Tech University, Lubbock ed è unico autore del brevetto “Surface Imaging with Materials Identified by Colors”. Ha lavorato come analista in un gruppo di sviluppo della tecnologia CMOS avanzata, di Jack Kilby Labs, Texas Instruments Inc. E’ registrato USCIS con residenza permanente, negli USA, sotto la categoria di cittadini stranieri per le loro straordinarie capacità nel campo della scienza e delle tecnologie senza aver perseguire un dottorato di ricerca in ingegneria . Collabora a pubblicazioni riconosciute quali Truthout, EBN,Semiwiki, electronics.ca publications, EDFAS Journal, PROUT Globe and Military & Aerospace Electronics Magazine. E’ autore del libro “Capitalismo Messa: un progetto per la ripresa economica”.

Mercoledì, 13 Maggio 2015

Traduzione: Tarcisio Bonotto


 Originale in lingua inglese 

 The State of the Global Economy – Apek Mulay

Le cause della disoccupazione – Ravi Batra


Qual è la maggior fonte di offerta? La produttività. Qual è la principale fonte di domanda? I salari. Se, attraverso l’educazione o l’uso di migliori tecnologie, diventate più efficienti, produrrete o offrirete più beni. Se il vostro salario aumenta, allora voi consumerete o chiederete più beni. Perché l’economia sia in salute e sia libera da disoccupazione, l’offerta deve uguagliare la domanda:

OFFERTA = DOMANDA
questa è una semplice equazione, che però ci aiuterà a capire le ragioni per cui si ha la disoccupazione. Se l’offerta e la domanda non sono uguali, allora, come un aeroplano con ali molto diverse, l’economia a un certo momento si schianterà.


 

Una nuova teoria in Macroeconomia

cosa causa veramente la disoccupazione?

ravi-batraIl Prof. Ravi Batra parla così della crisi economica americana:

Secondo le statistiche nel 2013 la povertà americana e’ stata la peggiore in 50 anni. Come può succedere questo, quando i profitti delle multinazionali e la borsa stavano fiorendo e il l governo stava  facendo il meglio dall’inizio della recessione per sradicare la povertà? Sia l’amministrazione che la Federal Reserve hanno speso trilioni di dollari per trattare la malattia, ma con poco successo.

Come entrammo nel 2014, i rapporti sulla povertà divennero ancora più tristi, dato che il record dei passati cinquant’anni viene battuto. Questo è ciò che accade quando la disoccupazione persiste nonostante si dichiari che la recessione è passata. Per eliminare la povertà, dobbiamo eliminare la disoccupazione, e questo ci porta ad esaminarne la causa. Questo ci porta anche a pensare alle ragioni per cui si ha una recessione.

Molti pensano che solamente le industrie creino posti di lavoro, ma ciò è vero solo in parte. In realtà, la creazione di posti di lavoro avviene per effetto dell’azione combinata di industrie e di consumatori. Le industrie da sole provvedono ai mezzi per fare dei prodotti e assumono lavoratori, ma se i loro prodotti rimangono invenduti e perdono denaro, licenziano i lavoratori. Per iniziare un’attività sono necessari sia il lavoro che il capitale. Inoltre, grossa parte della domanda, per beni e servizi, viene dai lavoratori. Ciò significa che le industrie offrono dei beni e i lavoratori ne acquistano la maggior parte. Sono sicuro che tutti avete sentito parlare della legge della domanda e dell’offerta, anche se non avete mai studiato economia. L’offerta e la domanda sono come le due ali di un aeroplano: devono essere ugualmente forti e pesanti, altrimenti l’aereo si schianterà. Allo stesso modo, offerta e domanda devono essere in equilibrio per conservare i posti di lavoro.

Qual è la maggior fonte di offerta? La produttività. Qual è la principale fonte di domanda? I salari.

Se, attraverso l’educazione o l’uso di migliori tecnologie, diventate più efficienti, produrrete o offrirete più beni. Se il vostro salario aumenta, allora voi consumerete o chiederete più beni. Perché l’economia sia in salute e sia libera da disoccupazione, l’offerta deve uguagliare la domanda:

OFFERTA = DOMANDA

questa è una semplice equazione, che però ci aiuterà a capire le ragioni per cui si ha la disoccupazione. Se l’offerta e la domanda non sono uguali, allora, come un aeroplano con ali molto diverse, l’economia a un certo momento si schianterà.

Per chiarire i termini:

offerta significa il valore di tutti i beni prodotti in una economia,

domanda significa tutto ciò che viene speso dai consumatori e investitori su beni prodotti in una certa nazione.

Accade poi che, a causa di investimenti e nuove tecnologie, la produttività e quindi l’offerta cresca di anno in anno. Questo significa che i salari, e quindi la domanda, devono anche crescere di anno in anno, e nella stessa proporzione. Altrimenti lo squilibrio che ne risulta creerà problemi inaspettati. Se i salari reali restano indietro rispetto alla crescita di produttività, l’offerta supererà la domanda, provocando una sovrapproduzione. Le industrie non potranno vendere tutto quello che producono nelle loro fabbriche e si avranno licenziamenti. Perciò la sola causa di disoccupazione, in una economia sviluppata, è l’aumento del divario tra quello che voi producete e quello che il vostro datore di lavoro vi paga. Nelle economie in via di sviluppo, la mancanza di lavoro si ha a causa di una offerta insufficiente; in poche parole non ci sono abbastanza fabbriche per dare lavoro a chi lo cerca.

Invece, in una economia sviluppata ci sono molte fabbriche, ma alcune di esse rimangono inattive a causa di una domanda inadeguata che è conseguenza di salari bloccati.

La domanda che ci poniamo ora è: chi sbaglia quando in una economia si ha disoccupazione? Alcuni luminari, credeteci o no, pensano che la disoccupazione sia volontaria. In passato questi vennero chiamati gli economisti classici. Oggi sono conosciuti come economisti neo-classici. Dal loro punto di vista nessuno viene licenziato, i lavoratori semplicemente lasciano il lavoro per godersi il far nulla. Questo non è solo assurdo è palesemente illogico e  falso. La disoccupazione c’e’ solo se il vostro capo non vi paga abbastanza da equilibrare la vostra produttività dovuta a duro lavoro, educazione e abilità, così a livello nazionale la domanda è minore dell’offerta. Quando la produzione totale dei lavoratori eccede la spesa totale di quei lavoratori a causa di bassi salari, allora ci sarà sovrapproduzione e quindi licenziamenti nell’economia.

Se voi siete lavoratori onesti e diligenti e nonostante questo venite licenziati, allora questo è un errore del datore di lavoro non il vostro. Se state facendo il vostro lavoro di essere produttivi da un lato e dall’altro create domanda con il vostro salario, allora non c’è ragione perché voi siate licenziati. Se le vostre spese diminuiscono oppure non crescono abbastanza, è perché il vostro capo non vi ha dato un aumento o addirittura ha tagliato il vostro salario.


A livello macro economico una spesa insufficiente significa che dei lavoratori come voi hanno prodotto così tanto per le loro aziende che l’offerta eccede la domanda, così alcune persone devono essere lasciate a casa per eccesso di produzione. Dov’è in tutto questo lo sbaglio del lavoratore? È l’ingordigia dei datori di lavoro, e niente altro, che genera disoccupazione.


robert_lucasGli economisti neoclassici danno la colpa della disoccupazione ai lavoratori, che secondo loro lasciano il lavoro quando i salari si abbassano, o scelgono di divertirsi e spassarsela piuttosto che lavorare in condizioni disagiate. Uno dei maggiori oppositori di questa idea è un  premio Nobel, professor Robert Lukas. Nonostante questa idea possa sembrare assurda, gli esperti neoclassici l’hanno difesa per più di 200 anni.

Invece, come abbiamo detto prima, è l’ingordigia del  datore di lavoro che genera estesa disoccupazione. Questa teoria deriva semplicemente dai concetti di domanda e offerta, e anche i non addetti ai lavori possono capire che una sovrapproduzione deve condurre a licenziamenti.

La disoccupazione crea problemi non solo a chi è senza lavoro ma anche agli amministratori che sono stati eletti, perché chi è disoccupato ha pur sempre il diritto di votare. I politici cercano di essere rieletti rendendo felici i loro elettori. Ad essi non piace la disoccupazione meno di quanto piaccia a me, il che significa che devono trovare metodi creativi per innalzare la spesa nazionale o la domanda al livello dell’offerta. In questo hanno due scelte: o scelgono di alzare i salari reali finché sono proporzionati al livello della produttività – cosa etica e giusta – oppure possono scegliere di adottare misure per indurre la gente a fare più debiti, in modo che i consumatori spendano di più, non attraverso un aumento salariale, ma un aumento dei prestiti. In questo modo le politiche ufficiali alzano la domanda al livello dell’offerta generando una spesa artificiale.


Indurre il pubblico a indebitarsi per essere rieletti, è pura corruzione, io penso. Questa corruzione c’è perché i politici, che cercano sempre finanziatori per la  loro campagna elettorale, non vogliono toccare gli interessi degli industriali che amano i bassi salari.


Con gli stipendi che rimangono indietro rispetto alla produttività dal 1981, alcuni esperti incaricati dagli amministratori eletti hanno applicato quella che si chiama politica monetaria, che induce la gente a fare debiti sempre più grandi. Ciò elimina la disoccupazione dato che la spesa aumenta al livello dell’offerta, perché ora:

OFFERTA = DOMANDA + DEBITI DEI CONSUMATORI

con questa politica monetaria, la Federal Reserve stampa più moneta per abbassare gli interessi, cosa che poi spinge le persone a chiedere più prestiti, generando nuovo debito. L’interesse è il costo del denaro, e quando l’offerta di qualcosa cresce il suo prezzo cala. Perciò quando la Federal Reserve aumenta l’offerta di denaro, il costo del credito diminuisce. Però la distanza salario-produttività è cresciuta così rapidamente che il governo ha dovuto aumentare le sue spese e il suo debito costantemente, in modo che la spesa totale bilanci l’offerta di beni. In questo caso:

OFFERTA = DOMANDA + DEBITI DEI CONSUMATORI + DEFICIT DEL  GOVERNO

questo fatto di aumentare il debito del governo in modo da posporre il problema della disoccupazione si chiama politica fiscale espansionista.


Adesso capite perché la nostra nazione è annegata nel debito. Molti governi con le loro leggi hanno frequentemente usato la creazione di debito per essere rieletti, cercando però di dare l’impressione che stavano facendo qualcosa a favore dei lavoratori, preservando loro i posti di lavoro. In realtà questi politici stavano preservando i loro posti di lavoro e, in questo modo, arricchendo ulteriormente chi era già ricco, come vedremo nella successiva analisi.


Finora ho dato  una semplice idea della ragione per cui vengono persi posti di lavoro. Ora vedremo qualche esempio numerico che illustrerà i punti di cui sopra. Anche se questi dati si riferiscono all’economia statunitense, il loro andamento è pur sempre simile in ogni nazione, secondo la teoria che stiamo illustrando.

Ci sono due teorie popolari riguardo alla disoccupazione–quella classica e quella Keynesiana. Ambedue si sono dimostrate inadeguate, altrimenti i loro proponenti  avrebbero fermato la disoccupazione da molto tempo.

  • keynesLa teoria classica dice che la perdita di posti di lavoro avviene se i salari reali sono troppo alti, cosicché,  se il livello dei salari si abbassa, il problema verrà risolto.
  • Per contrasto l’economia keynesiana attribuisce il problema alla domanda che è minore dell’offerta, e ciò ha senso ma John Maynard Keynes, il fondatore di questa scuola di pensiero, non ci disse qual è la ragione che tiene la domanda bassa per molto tempo.

Facciamo ora un esempio: supponiamo che la Fiat costruisca 20 automobili e le metta in vendita. Se ne vende solo 15, allora la Fiat rimane con cinque macchine invendute, e quindi dovrà licenziare degli operai. In altre parole, se un’industria non può vendere tutto il suo prodotto, deve licenziare dei lavoratori e produrre solo fino al livello della domanda relativa al suo prodotto.

Estendiamo ora questo esempio alla macro economia. Come detto prima, se l’offerta eccede la domanda, ne conseguono dei licenziamenti.

Offerta macro significa il valore dei beni e dei servizi prodotti da una nazione nel suo complesso, e macro domanda significa il livello di spesa dei consumatori e investitori in quei prodotti. Ambedue questi fattori sono misurati in una valuta, dollari o euro o altro. Per ora ignoriamo il ruolo del governo nel generare della domanda attraverso la spesa e la tassazione. Abbiamo visto che:

OFFERTA = DOMANDA

dove l’offerta è semplicemente il Pil, cioè il valore del prodotto di una nazione in un anno, mentre la domanda ha due componenti. Una è il denaro speso dai consumatori, che proviene dalle loro entrate, l’altra è l’investimento, cioè il denaro speso dalle compagnie e dalle persone per ciò che si conosce come beni di investimento, macchinari e immobili.

Perciò

domanda = spesa dei consumatori + investimenti

supponiamo che per ora non ci sia nessun prestito di alcun genere. Supponiamo che l’offerta ai prezzi correnti sia € 1000, la domanda dei consumatori sia € 800 e gli investimenti € 200. Allora:

domanda = € 800 più € 200 = € 1000 = offerta

 

qui abbiamo un’economia in equilibrio, in cui l’offerta è uguale alla domanda, così non ci sono licenziamenti. Supponiamo ora che i salari diminuiscano secondo le prescrizioni della teoria classica. Allora la spesa dei consumatori scenderà, perché il vostro salario è la maggior componente della vostra spesa. Supponiamo che la spesa diminuisca di € 200, così adesso:

domanda = € 600+ € 200= € 800 < Offerta = € 1000

poiché l’offerta eccede la domanda, allora ci saranno licenziamenti; così vedete che la teoria classica è totalmente falsa. Invece di risolvere i problemi, questo approccio li peggiora. In realtà poi, pure l’investimento diminuirà a causa di una diminuzione della spesa dei consumatori e si avranno ulteriori licenziamenti.

Cosa dire ora sul punto di vista Keyensiano? Esso è certamente valido, ma non  dice perché la domanda può rimanere scarsa per lungo tempo, come  durante la grande depressione e ancora oggi dal 2007.

Definiamo ora il concetto di gap (divario) salario-produttività, o più semplicemente gap salariale:

gap salariale = produttività / salario reale

in questa formula il salario reale è il potere di acquisto del salario di un lavoratore, e la produttività è quanto produce il lavoratore. Se questa produttività aumenta più in fretta del salario reale, il gap salariale aumenta. Abbiamo esplorato il caso classico, nel quale il salario reale diminuisce e aumenta questo gap salariale. Esaminiamo ora l’altro caso dove solo la produttività aumenta, per esempio del 10%, l’offerta allora aumenterà del 10% ai prezzi correnti. Ora l’offerta è € 1100. Se i salari restano costanti, anche la spesa dei consumatori e la domanda rimarrà costante. Ricordiamo che inizialmente l’economia era in equilibrio, con la domanda di € 1000. Dopo l’aumento di produttività, si avrà:

offerta = € 1100 > domanda = € 1000

di nuovo avremo licenziamenti a causa di sovrapproduzione. Ora diventa chiara la vera causa della disoccupazione: Ogni qual volta il divario salariale aumenta, diventano inevitabili i licenziamenti. Ciò perché la produttività è la maggior fonte di offerta e i salari sono la maggior fonte di domanda, e se i salari restano indietro rispetto alla produttività, allora la domanda rimane indietro rispetto all’offerta, e alcuni lavoratori vanno in sovrannumero.

Questa teoria non dipende da ciò che succede ai prezzi, che in qualche modo diminuiscono mentre l’offerta cresce e il valore dei beni prodotti cresce di meno del 10%. Qualcuno può obiettare che la diminuzione dei prezzi dovrebbe alzare la domanda al livello dell’offerta. Però, con i salari fermi, l’offerta continuerà ad eccedere la domanda, culminando in licenziamenti. Se i prezzi dovessero cadere in maniera sostanziale, allora ci sarebbe disoccupazione su larga scala, come avvenne durante la grande depressione, per la ragione che una caduta dei prezzi decima i profitti e causa una diffusa perdita di posti di lavoro.

– Possiamo ancora osservare che i prezzi possono anche non cadere per niente se il pubblico e il privato, con i prestiti, alzano la domanda al livello della maggior offerta -.

L’idea appena espressa spiega la ragione per cui la domanda può essere insufficiente rispetto all’offerta per lungo tempo. Se la produttività continua ad aumentare e i salari rimangono stagnanti per lungo tempo, com’è stato nel 2007, allora l’offerta rimarrà più alta della domanda, cosicché ci sarà o il persistere dei licenziamenti o pochi nuovi posti di lavoro. Finché il gap salariale non si chiude, finché non si ritorna ai livelli precedenti la recessione, la disoccupazione non se ne andrà.

La teoria del gap salariale presentata qui spiega molti dei fenomeni osservati nell’economia americana (ma anche di altre nazioni) dal 1980. Come spiegato sopra, l’aumento del gap salariale fa anche salire il deficit corrente, specialmente in una democrazia dove ogni due o quattro anni vi sono elezioni. Nessun politico desidera confrontarsi con un elettorato travolto da una disoccupazione galoppante. Così mentre il gap salariale cresce e cominciano i licenziamenti, i politici devono fare una scelta dolorosa: o seguono una politica che aumenta il salari e quindi diminuisce il divario salariale, o scontentano i loro elettori e perdono le loro poltrone.

Possiamo anche calcolare quale livello di deficit di bilancio serve per evitare i licenziamenti. Se l’offerta = € 1100 e la domanda è di € 1000, allora ci sono beni invenduti per € 100. Se nessun consumatore prende a prestito il denaro, allora il deficit di bilancio deve essere uguale al valore dei beni invenduti, cioè € 100, per ridurre il divario tra domanda e offerta. D’altra parte, se il deficit di bilancio non può aumentare fino a quel livello, allora sono necessari anche i prestiti ai consumatori in modo da preservare l’equilibrio economico. Cioè ora:

valore dei beni invenduti = deficit di budget + prestiti ai consumatori

a questo punto dobbiamo riformulare la nostra teoria:

quando il divario salariale aumenta, o si hanno licenziamenti oppure il debito deve aumentare o dalla parte dei consumatori e/o da quella  del governo per conservare i posti di lavoro.

Se la produttività continua ad aumentare e il salari rimangono fermi per molti anni, allora il debito dei consumatori e del governo deve aumentare di anno in anno per conservare i posti di lavoro. Questo è successo nel 1980 negli Stati Uniti, quando le politiche del governo hanno stimolato la produttività da una parte e condotto a salari bassi dall’altra.


 

Altri temi dell’articolo, li trovate nell’articolo completo che potete scaricare più sotto:

Concentrazione della ricchezza

Bolle speculative e Gap-Salariale


Articolo completo: 

Le cause della disoccupazione

Rivoluzione in Macroeconomia – oltre le teorie classiche della disoccupazione

La nostra conclusione principale è che l’aumento del differenziale salario-produttività, a causa delle politiche del governo, è la causa primaria, se non l’unica, delle recessioni, della disoccupazione, degli enormi profitti e, di conseguenza, dell’eccessiva concentrazione della ricchezza. Questo capitolo individua i maggiori difetti del pensiero convenzionale, che ha bisogno di cambiare, se il mondo vuole sfuggire al collo di bottiglia della stagnazione e della povertà.

 

ravi-batra

“Il Gap-Salariale – Causa principale della disoccupazione e recessioni” Scarica l’opuscolo completo

Tratto dal nuovo libro di Ravi Batra:
“End unemployment now”
Palgrave-Mcmillan, USA

Per una spiegazione semplice della
Teoria del GAP-SALARIALE, vedere la pagina

 “Le cause della Disoccupazione” 

 

 La Globalizzazione e il Gap Salario-Produttività 

Il professor Robert Shiller, premio Nobel e best-seller, ha sottolineato in un recente articolo: “E’ un grande imbarazzo, per la teoria macroeconomica moderna, il non aver mai raggiunto alcun consenso sulle questioni fondamentali: ciò che crea l’ascesa o la caduta del mercato azionario e ciò che provoca, in ultima analisi, le recessioni. . . non siamo stati in grado di individuare in ultima analisi, le cause delle recessioni.”[1]

Queste parole sono sorprendenti, ma molto credibili. Sono sorprendenti perché dopo tutto ciò che è stato scritto in macroeconomia negli ultimi 200 anni, si potrebbe pensare che avremmo ormai compreso la causa principale della disoccupazione o delle recessioni.

Sono anche credibili perché una profonda crisi iniziata in tutto il mondo nel 2007 e, ancora presente sette anni più tardi, con i suoi effetti negativi di alta povertà e disoccupazione, ha continuato ad affliggere il pianeta. Se davvero ne conoscevamo la causa ultima, la disoccupazione doveva scomparire subito dopo che il NBER[2] proclamò, nel 2010, la fine della recessione.

Invece, nel 2012 il tasso di disoccupazione ufficiale negli Stati Uniti, ha superato l’8 per cento e se si includono anche i lavoratori a tempo parziale e i lavoratori scoraggiati, si supera il 16 per cento. Nel 2014 il livello di occupazione a malapena corrispondeva al livello raggiunto nel 2007.

La situazione non è risultata per nulla brillante nel resto del mondo. In realtà, l’Europa era di nuovo in recessione nel 2011, anche se per un breve periodo, con un tasso di disoccupazione che superava 11 per cento, il più alto record da quando è nata, nel 1995. Nel 2014 il tasso di disoccupazione fu ancora più elevato.

Il professore Paul Krugman, un altro premio Nobel, altrettanto schietto come Shiller scrisse, “Pochi economisti hanno visto arrivare la nostra attuale crisi, ma questo fallimento predittivo era l’ultimo dei problemi del settore economico. Più importante era la cecità dei professionisti per la stessa possibilità di terremoti catastrofici in un’economia di mercato”.[3]

Ammettiamolo: le teorie popolari di macroeconomia, sia classiche sia keynesiane, ci dicono molto poco su ciò che provoca in ultima analisi, una recessione o un alto tasso di disoccupazione, altrimenti il pianeta sarebbe stato libero da questo flagello subito dopo la proclamazione della fine della recessione.


 …I capitoli precedenti hanno già dimostrato che la disoccupazione o le recessioni si verificano quando c’è un aumento persistente del divario salario-produttività. 


In altre parole, quando la produttività del lavoro aumenta più velocemente del salario reale per un certo periodo, si sviluppa un divario salario-produttività che alla fine porta a licenziamenti e un balzo nel tasso di disoccupazione.

Ma non è ciò che le teorie popolari asseriscono. In realtà esse sostengono, a volte assumono, che in un’economia di mercato i salari reali sono proporzionali alla produttività, ma non è stato così per la stragrande maggioranza dei lavoratori americani dal 1981.

 Teorie popolari e la Grande Recessione 

Sapete già che la recessione americana, iniziata nel 2007, è ora chiamata la Grande Recessione e fu la peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Milioni di lavoratori sono stati licenziati, e altri milioni hanno subito perdite salariali e povertà, e continuano a subirle. Il tasso di disoccupazione è passato da meno del 5 per cento nel 2006 al 10 per cento nel 2009. Naturalmente, una domanda sorge spontanea: qualcuno ha previsto una tale calamità? Dopo tutto, una crisi non avviene dal nulla.

C’erano tutti i tipi di premonizioni di cose a venire. C’era una bolla immobiliare e una bolla petrolifera, con un mercato azionario torrido tra il 2003 e il 2007.

Il punto di vista generale, incoraggiato da politici e dal mondo accademico, è che nessuno aveva previsto il prossimo crollo. Ma questo non è vero. Alcuni di coloro che basano il loro pensiero su modelli e ipotesi empiriche, piuttosto che su convinzioni puramente teoriche e spesso ipotetiche relative ai fondamenti microeconomici, senza mezzi termini hanno avvertito il mondo della crisi incombente.

Secondo l’economista Dirk Bezemer, “Non è difficile trovare le previsioni di una crisi del  credito o del debito nei mesi e negli anni precedenti ad esso, e del grave impatto sull’economia che questo avrebbe, non solo da parte di esperti e blogger, ma da seri analisti, dal mondo accademico, istituti politici, gruppi di ricerca e della finanza.”[4]

Il professor Roubini, il professor Shiller e il sottoscritto, tra una dozzina di scrittori, abbiamo previsto l’inizio di una recessione ben prima del suo arrivo. In realtà, in un libro stampato alla fine del 2006 e rilasciato il 9 gennaio 2007, ho anche individuato l’anno in cui ciò poteva accadere. Alcune delle mie parole nel libro The New Golden Age erano:

  • L’economia peggiorerà progressivamente con i prezzi delle case in calo e licenziamenti in aumento. . . (p. 173)
  • La bolla immobiliare sembra essere un evento importante, che un tempo aveva una forte espansione, e ora sta iniziando a diminuire.
  • Il suo punto di partenza era il 2001, quando il tasso di interesse ha iniziato una caduta da panico. E ‘probabile che scoppi nel 2008, anno più o anno.
  • Lo scoppio potrebbe iniziare nel 2007 e continuerà fino al 2009. (p. 175) L’economia potrebbe ancora affrontare una forte recessione a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio, ma evitare la calamità di una depressione.
  • La disoccupazione potrebbe salire al livello del 10 percento o più. (p. 179)[5]

Il resto è storia. La bolla immobiliare scoppiò a metà del 2007, mentre, secondo il NBER, la recessione è iniziata nel dicembre 2007 e si è conclusa nel mese di luglio 2009. Inoltre, i mercati azionari si sono schiantati tra ottobre 2007 e marzo 2009, mentre la disoccupazione si avvicinava al 10 per cento nel novembre 2010 . Così, alcuni economisti hanno previsto l’arrivo della Grande Recessione, ma alcuni esperti di macroeconomia e politici non hanno prestato attenzione.

Perché la maggior parte degli esperti non riescono a prestare attenzione alle avvisaglie anticipate che erano ovvie per alcuni? Perché, come osserva il professor Shiller, le teorie popolari ancora “non sono state in grado di individuare ciò che in ultima analisi, provoca una recessione“.

Concentriamoci sulla parola”individuare“, che suggerisce che ci può essere solo una causa di fondo di una recessione.

 La sola causa della recessione 

 Questo è esattamente ciò che ho sostenuto. Il capitalismo monopolistico, con conseguente aumento del differenziale salariale e/o dei prezzi del petrolio, è l’unica e la sola causa di una recessione. 

Mentre non vi è una sola causa principale, ci sono un sacco di sintomi che mascherano le cause nei modelli macroeconomici diffusi. I teorici classici e neoclassici sostengono che la rigidità dei salari reali, indotta da potenti sindacati o la legislazione sul salario minimo, ha come risultato una disoccupazione di lunga durata.

Pochi politici prendono questa idea sul serio, supportata anche da molti economisti. Inoltre, gli esperti classici sostengono che il salario reale è uguale al prodotto marginale del lavoro, che è il prodotto dell’ultimo lavoratore assunto. Tuttavia, è la media del prodotto, vale a dire, la produttività del lavoro, che, in relazione al salario reale, spiega che cosa provoca recessione e disoccupazione.

Il punto è che, anche se il salario reale è flessibile, come ipotizzato dai classicisti, ed è uguale al prodotto marginale del lavoro, cosa che non si verifica nei mercati oligopolistici, i licenziamenti comunque aumentano se il salario reale non cresce velocemente come la media del lavoro prodotto, a meno che, naturalmente, il debito dell’economia salga sufficientemente per assorbire le merci invendute.

Tuttavia, la crescita del debito non garantisce la prosperità per il grande pubblico.

Dall’altra parte dello spettro, l’economia keynesiana, nella sua teoria della disoccupazione, soffre dello stesso difetto, perché ritiene, inoltre, che il salario reale è determinato dal prodotto marginale del lavoro e presta poca attenzione al ruolo della media del prodotto.

E ‘vero che vi è normalmente un legame positivo tra il prodotto medio e marginale, e il loro collegamento è esatto nei termini della funzione di produzione Cobb-Douglas. Ma allora dobbiamo presumere l’esistenza di una funzione di produzione, e alcuni economisti, in particolare la mitica Joan Robinson della Gran Bretagna, hanno messo in dubbio questa ipotesi.

 La teoria del gap-salariale, non riguarda la questione di ciò che determina il salario reale negli equilibri del mercato del lavoro; si concentra solo sul motivo per cui il tasso salariale segue la crescita della produttività e di come questo provoca inevitabilmente licenziamenti nel lungo periodo, quando il debito non sale a sufficienza per aumentare la domanda aggregata a livello di offerta aggregata. 

La teoria ha anche bisogno di alcune funzioni di produzione per la sua validità. Inoltre, anche se i prodotti marginali e medi si muovono in stretta collaborazione, nel capitalismo monopolistico il salario reale è inferiore al prodotto marginale del lavoro.

 La scuola keynesiana 

I keynesiani e neo-keynesiani danno la colpa delle recessioni, alla domanda aggregata insufficiente e vedono le politiche monetarie e fiscali espansive come panacee per la crisi. Tali politiche hanno davvero successo per lungo tempo nel porre fine recessione, ma, come avete visto, hanno rinviato solo i problemi.

Inoltre, le nuove recessioni di solito richiedono un dosaggio maggiore di misure espansive. Ora i rimedi keynesiani o non funzionano o funzionano molto lentamente, nonostante la massiccia dose somministrata al paziente malato chiamato Economia Globale.

Essi possono stabilizzare la malattia del paziente, ma non lo faranno, e non possono ripristinare il paziente al suo stato di robusta e sana costituzione.

Inoltre, il modello keynesiano non riesce a spiegare il motivo per cui la domanda aggregata può rimanere bassa per lungo tempo, come è avvenuto durante la Grande Depressione e ora fin dal 2007.

Questo è un grande difetto, perché senza una comprensione della ragione di una carenza di domanda, la creazione di debito diventa l’unica opzione politica della teoria keynesiana. Tuttavia, la tesi del gap salariale, sviluppata qui, offre una varietà di opzioni per aumentare consumi e, di conseguenza, la spesa per gli investimenti.

La generazione di debito diventa allora una soluzione minore e temporanea per aumentare la domanda nazionale, da utilizzare solo come ultima risorsa.

 La scuola austriaca 

Un’altra teoria popolare è offerta dalla scuola austriaca, che incolpa delle recessioni l’eccessiva espansione della moneta e del credito da parte delle istituzioni finanziarie e il pesante debito dei consumatori prima della crisi.

Anche questo punto di vista si concentra sui sintomi. La grande domanda è: perché i consumatori vengono enormemente indebitati prima del crollo?.

Non c’è dubbio che i prestiti bancari e il debito dei consumatori siano saliti vertiginosamente negli Stati Uniti durante gli anni che hanno preceduto la recessione.

 Ma la domanda è: perché? La mia risposta sta nel divario salariale in aumento e, infine, nel capitalismo di monopolio. 

Un altro difetto principale delle vedute convenzionali è che non si è in grado di spiegare l’ascesa delle bolle del mercato azionario e del loro scoppio.

Robert Hall, un professore della Stanford University e presidente della American Economic Association nel 2010, una volta disse: “Gli economisti sono perplessi, come chiunque, dal comportamento del mercato azionario”.[6]

Egli è un economista di macroeconomia, il suo popolare libro di testo riconosce un grave difetto delle idee tradizionali. Questo difetto è più grave di quanto possa apparire. Dopo tutto, la stragrande maggioranza degli americani, con i loro piani pensionistici, sono collegati al mercato azionario.

Inoltre, la comprensione dei mercati azionari è cruciale per preservare la prosperità di una nazione, perché i loro incidenti hanno spesso preceduto debilitanti recessioni e depressioni. La teoria del gap salariale, è in grado di fornire risposte a tutte le domande che oggi lasciano perplessi gli economisti.

 Conclusione 

La nostra conclusione principale è che l’aumento del differenziale salario-produttività, a causa delle politiche del governo, è la causa primaria, se non l’unica, delle recessioni, della disoccupazione, degli enormi profitti e, di conseguenza, dell’eccessiva concentrazione della ricchezza.

Le idee espresse sono le stesse di quelle descritte nei capitoli precedenti, ma questa appendice aggiunge chiarezza e li rafforza in termini di quello che gli economisti chiamano teoria rigorosa.

Questo capitolo individua inoltre i maggiori difetti del pensiero convenzionale, che ha bisogno di cambiare, se il mondo vuole sfuggire al collo di bottiglia della stagnazione e della povertà.


 Downloads 

 Scarica l’articolo che spiega in modo semplice il GAP-SALARIALE 
 Intervista di Andrew Mazzone a Ravi Batra sul GAP-Salariale 
 Recensione del libro di Ravi Batra, di Apek Mulay

Intervista a Ravi Batra: L’Economia Americana e la Sua Rinascita.  

A new Theory of Unemployment: Globalisazion and the wage-productivity gap


BIBLIOGRAFIA 

[1] Robert Shiller, “The Mystery of Economic Recessions,” New York Times, February 14, 2001, p. 17.

[2] The National Bureau of Economic Research

[3] Paul Krugman, “How Did Economists Get It So Wrong?” New York Times, September 2, 2009, p. 18.

[4] Dirk Bezemer, “No One Saw This Coming: Understanding Financial Crisis through Accounting Models,” MPRA paper, University of Groningen, Groningen, The Netherlands, 2009, p. 2.

[5] Ravi Batra, The New Golden Age: The Coming Revolution against PoliticalCorruption and Economic Chaos (New York: Palgrave Macmillan, 2007), pp. 173–179; Emma Brockes, “Nouriel Roubini, The Economist Who Predicted a Worldwide Recession,” The Guardian, Friday 23 January 2009; A. Pierce, “The Queen Asks Why No One Saw The Credit Crunch Coming,” The Telegraph, November, 5, 2008.

[6] Robert Hall, “Struggling to Understand the Stock Market,” American Economic Review Papers and Proceedings, 91 (2): 1–11.


Dr. Ravi Batra, professore di economia presso la Southern Methodist University, Dallas, è l’autore di cinque best seller internazionali. E ‘stato Direttore del suo dipartimento dal 1977 al 1980. Nel mese di ottobre del 1978, a seguito di decine di pubblicazioni nelle migliori riviste come l’American Economic Review, Journal of Political Economy, Econometrica, Journal of Economic Theory, Review of Economic Studies, tra gli altri, Batra è risultato terzo nella classifica di un gruppo di economisti “superstar”, selezionati tra tutte le università americane e canadesi inserita in un articolo della rinomata rivista Economic Enquiry. Nel 1990, il primo ministro italiano gli ha conferito la Medaglia del Senato italiano per un libro che correttamente ha previsto il crollo del comunismo sovietico, quindici anni prima che accadesse, ed altre 18 previsioni avveratesi.

La Nuova Età dell’Oro: Ravi Batra


 Questo è il titolo del mio prossimo libro. Il messaggio centrale di questo lavoro è che il mondo si sta muovendo verso un periodo di maggiore povertà, difficoltà e caos che culminerà in una rivoluzione sociale negli Stati Uniti, e sarà poi seguita da un periodo d’oro, di un tale calibro che il mondo non ha mai visto nulla di simile.


 

ravi-batraLa nuova età dell’oro:
La Prossima Rivoluzione contro la corruzione politica e il crescente caos economico.
Di Ravi Batra

Questo è il titolo del mio prossimo libro. Il messaggio centrale di questo lavoro è che il mondo si sta muovendo verso un periodo di maggiore povertà, difficoltà e caos che culminerà in una rivoluzione sociale negli Stati Uniti, e sarà poi seguita da un periodo d’oro, di un tale calibro che il mondo non ha mai visto.

L’Unione Sovietica, come previsto dal mio lavoro del 1978, “La caduta del Capitalismo e del Comunismo“, è caduta davanti ai nostri occhi; la caduta degli affaristi (acquisitori) o del capitalismo monopolistico potrebbe allo stesso modo concretizzarsi presto, in conformità alla Legge del Ciclo Sociale, di Sarkar.

thenewgoldenageQuindi noi americani abbiamo bisogno di agire come “Popolo”, come al tempo della formulazione della nostra costituzione. Abbiamo bisogno di ottenere unità, non restiamo suddivisi come democratici e repubblicani, e votiamo per i politici onesti. È questa divisione che permette agli interessi corporativi di utilizzare le risorse del mondo per il guadagno personale e generare povertà per gli altri.

Le teorie ci sono, le idee corrette sono disponibili; ciò che manca è un apparato politico per materializzare queste idee e adottare una politica economica etica, che potrebbe terminare la miseria in tutto il mondo.

Se agiamo in tempo, potremmo realizzare questo periodo d’oro in un breve periodo di tempo; altrimenti, la Natura agirà per noi e potrebbe prolungare la nostra agonia, proprio come ha fatto nella caduta dell’impero sovietico e nella rivoluzione in Iran. Tale è la legge della natura.

La scelta è tutta nostra.

A New Theory of Unemployment

 a new theory of unemployment: globalization and the wage-productivity gap 


A deep recession started in 2007 in the United States and quickly spread abroad. Keynesian policies were followed, sharply raising money supply and budget deficits all over the world. But even five years later, the globe suffered from high unemployment. This paper offers a new theory, and argues that joblessness occurs when a wage gap develops in that labor productivity rises faster than the real wage. This occurred in the 1920s that were followed by a depression, and also happened for several decades after 1980, only to be followed by a severe recession. Free trade may be partly responsible for a rise in this wage gap.


The economist Ravi Batra proposes, in this article, a new approach to the theory of unemployment, recession and economic depression. His idea is that the increase of the difference between wages and corporate profits, is a major cause of the recession and the economic depression because, he says, what’s does not go to wages goes to profits, triggering a chain of speculative investments. And that appened in 1929 and again in 2007 causing the Great Recession.

L’economista Ravi Batra propone, in questo articolo, un nuovo approccio alla teoria della disoccupazione e recessione e depressione economica. La sua idea è che l’aumento della differenza tra i salari e i profitti aziendali, sia una delle maggiori cause della recessione e della depressione economica poiché, spiega, ciò che non va ai salari va ai profitti, innescando una catena di investimenti speculativi . E’ successo nel 1929 e ancora nel 2007 causando la Grande Recessione.


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Introduction

ravi-batraIn a recent article, Robert Shiller (2001), a renowned economist and best-selling author, remarks: “A great embarrassment for modern macroeconomic theory is that it has never achieved any consensus on the basic questions of what makes the stock market rise or fall and what ultimately causes recessions….we have not been able to pinpoint what ultimately causes recessions”  These words are  astounding but highly credible. They are astounding because in view of all that has been written about macroeconomics over the past two hundred years, you would  think that by now we understand the ultimate or basic cause of unemployment or recessions. They are also credible because a deep slump started all over the world in 2007, and, fully five years later, its ill effects of high poverty and unemployment continued to afflict the globe. If we really knew the ultimate cause, unemployment should have vanished soon after the NBER proclaimed the end of the recession in 2009.[1] Instead, in 2012 the official unemployment rate exceeded 8 percent in the United States, and, if part-time and discouraged  workers are included, it exceeded 16 percent. The picture was not any brighter around the world. In fact, Europe was back in recession in 2011 with a jobless rate surpassing 11 percent, which was the highest since the record began in 1995.

Paul Krugman (2009) was just as blunt as Shiller, when he wrote, “Few economists saw our current crisis coming, but this predictive failure was the least of the field’s problems. More important was the profession’s blindness to the very possibility of catastrophic failures in a market economy” Let us face it: The popular theories of macroeconomics, both classical and Keynesian, do not know what ultimately causes a recession or high unemployment, or else the planet would have been free from this scourge soon after the proclaimed end of the slump. The purpose of this paper is to fill this gap. It argues that unemployment or recessions occur when there is a persistent rise in the wage-productivity gap. In other words, when labor productivity rises faster than the real wage for some time, a wage-productivity gap develops and ultimately leads to layoffs and a jump in the rate of unemployment. Furthermore, a major cause of the rising wage gap for some nations is free trade and outsourcing.

 

Popular Theories and the Great Recession

The American downturn that began in 2007 is now called the Great Recession, and was the worst since the Great Depression. Millions of workers were laid off and millions more suffered wage losses and poverty, and continue to do so. The unemployment rate jumped from less than 5 percent in 2006 to 10 percent in 2009. Naturally, a question arises: Did anyone foresee such a calamity? After all, a crisis does not occur in a vacuum. There were all sorts of premonitions of things to come. There was a housing bubble, and an oil bubble, along with a torrid stock market between 2003 and 2007. The general view encouraged by policy makers and the academia is that no one foresaw the coming slump. But this is not true. Some of those who base their thinking on empirical models and assumptions, rather than purely theoretical and frequently hypothetical assumptions regarding microeconomic foundations, warned the world in no uncertain terms about the looming economic crisis. According to Dirk Bezemer, “It is not difficult to find predictions of a credit or debt crisis in the months and years leading up to it, and of the grave impact on the economy this would have — not only by pundits and bloggers, but by serious analysts from the world of academia, policy institutes, think tanks and finance.” (2009, p. 2) Roubini, Shiller and Batra, among a dozen writers, predicted the onset of a recession well before its arrival.[2] In fact, in a book published at the end of 2006 and released on January 9, 2007, Batra even pinpointed the year in which it could happen. Some of his words were:

The economy will steadily get worse with home prices falling and layoffs rising…(p.173)

The housing bubble appears to be a major event, which once had a lot of momentum but is now beginning to recede. Its starting point was 2001, when the interest rate started a panicky fall. It is likely to burst in 2008, give or take a year. The burst could start in 2007 and continue till 2009. (p.175)

The economy could still face a steep recession because of rising oil prices, but avoid the calamity of a depression. Unemployment could rise to the level of 10 percent or more…There could be more stock market crashes from 2008 to 2011 or 2012. (p.179)

The rest is history. The housing bubble punctured in mid-2007, whereas, according to the NBER, the recession began in December 2007 and ended in July 2009. In addition the stock markets crashed between October 2007 and March 2009, and had not fully recovered even by 2012, while unemployment approached 10% by November 2010. Thus, some economists did foresee the arrival of the Great Recession, but few macro experts and policy makers paid attention.

Why did most experts fail to heed the advance warnings that were obvious to some? This is because, as Shiller (2001) remarks, popular theories still “have not been able to pinpoint  what ultimately causes  recessions.” Let us focus on the word “pinpoint,” which suggests that there may be only one underlying cause of a downturn. This paper agrees and argues that ultimately the one major cause of a recession is the persistent rise in the wage gap. This happened in the 1920s, which were followed by the depression, and it happened from 1980 to 2007, only to be followed by a serious recession. In fact, the wage gap continues to rise, and that is why the slump persists and will not be over until its underlying cause is removed.

There is only one ultimate cause, although there are a lot of symptoms that masquerade as causes  in popular macroeconomic models. The classical and neoclassical theorists argue that real wage rigidity induced by powerful labor unions or the minimum wage legislation results in long-term unemployment. Few policy makers take this idea seriously, although it still resonates with a lot of economists. On the other side, Keynesians and neo-Keynesians blame recessions on inadequate aggregate demand and see expansionary monetary and fiscal policies as panaceas to end the crisis. Such policies were indeed successful for a long time in ending recessions, but we argue that they only postponed the problems and, furthermore,  new recessions usually required a stronger dosage of expansionary measures. Now Keynesian remedies no longer work in spite of the massive dosage administered to the ailing patient called the global economy. They may stabilize the patient’s illness but will not, and cannot, cure it into robust and self-sustaining health.

Another popular theory is offered by the Austrian school, which blames recessions on excessive expansion of money and credit by financial institutions and on the heavy debt burden of consumers prior to the crisis. This view also focuses on the symptoms. The big question is why consumers get hugely indebted prior to the slump. There is no doubt that bank loans and consumer debt rocketed in the United States during the years leading up to the recession.[3] But the question is why. Our answer lies in the rising wage gap. Thus this paper searches for the ultimate or the primary cause of a recession and not for the symptoms.

 

The Wage Gap in the United States

Let us begin with the concept of the wage gap, which may be defined as the excess of a nation’s labor productivity over its real wage. Suppose this excess is symbolized by E, then

E = (A – w)/w = (A/w) – 1 = β – 1

Where A is the average product of labor, commonly called productivity, and w is the real wage, and where

β = A/w

Thus, E is the wage gap, and moves up or down in accordance with variations in β; so, β is the index of the wage gap. Let Y stand for real GDP or a nation’s output, and L for the employment of labor. Then

A = Y/L

Normally, the wag-gap index remains constant over time as the real wage rises roughly in the same proportion as productivity, but once in a while it goes up in some decades. That is when trouble follows.

Table 1 furnishes the behavior of the US wage gap over two time periods, first from 1919 to 1929 and then from 1962 to 2010. Column 4 displays the wage-gap index during the 1920s and shows that it jumped sharply from 111 in 1919 to 156 in 129, or by 40 percent in just one decade. This was the fastest rise in the index in US history and, as argued later, this could not but generate the worst depression. In any case, this information will come as a surprise to neoclassical economists, who believe that the real wage equals the marginal product of labor, which in turn is proportional to labor’s average product, so that the wage gap is constant in the neoclassical world.

Column 2 presents the behavior of the wage gap between 1962 and 2010; these are the years for which the relevant data are readily available from the 2012 Economic Report of the President, and so the information is furnished for 5 decades to see how the wage gap behaves in good and bad times. This column is obtained by dividing the figures for hourly output in the business sector by real hourly compensation. The data start from 1962 and end in 2010.

Table 1: The Wage-Gap Index in the United States in Selected Years 1920s and 1962–2010

(1) (2)   (3) (4)
Year Wage Gap Year Wage Gap
1962 72 1919 111
1965 74 1921 128
1970 73 1923 130
1975 77 1925 148
1980 77 1927 154
1985 84 1929 156
1990 86
1995 88
2000 94
2005 100
2010 107

Source: Column 2 from Table B-49 of The Economic Report of the President, 2012, Council of Economic Advisers, Washington D.C.; Column 4 from The Historical Statistics of the United States: Colonial Times to 1970(Washington D. C., U. S. Department of Commerce, 1975), series D 685, D 727, and D 802.

 

The table shows that the wage gap remained constant during the 1960s and rose slightly in the 1970s. For all practical purposes, there was little change in the gap during these two decades, as its index varied between 72 and 77 over 18 years. However, from 1980 on, the wage gap began to rise steadily, as its index rose from 77 in 1980 to 107 in 2010, or by roughly 40 percent over three decades. Thus, the wage gap rose consistently, but compared to the 1920s it was a much slower rise.

By now we have seen that the wage gap rocketed during the 1920s and was followed by the worst depression, and then it rose steadily from 1980 on and was followed by the Great Recession. Is it a mere coincidence that in both cases trouble followed the rise in the wage gap? The next section argues that this was not a coincidence but an inevitable consequence of the growing gap.

>Continua

The Global Financial Crisis: What Caused it, Where it is heading?


Ravi Batra, economista di origine indiana, della Southern Methodist University di Dallas, Texas, autore di molti libri di natura socio-economica come il best-seller “La grande depressione del 1990”, propone una analisi del crack finanziario del 2008 e le soluzioni per non averne in futuro.
Qualcuno parla di Ravi Batra come di una Cassandra che prospetta sempre il peggio… ma sfortunatamente, spesso ci azzecca.


RBatraTwo thousand eight was year extraordinaire. It started off in a rather nonchalant way, but ended with a bang. Its myriad and breathtaking events caught the world off guard, but please allow me to say, arrogant as it sounds, that they did not surprise me, including the epoch-making victory of Barack Obama in the US presidential election. I had anticipated them all in two books more than two years ago. The first, Greenspan’s Fraud, was written in 2005, and the second, The New Golden Age: The Coming Revolution against Political Corruption and Economic Chaos, was finished before October 2006. In fact, the title of the second work itself reveals that I had anticipated an Obama-like revolution in the United States.

It now appears vain to remind the people of my forecasts, but see what I had to endure after I made them. Both books had served to reinforce my reputation as a crack pot, who sought public attention with bogus claims and phony prophecies that occasionally came true. Greenspan’s Fraud was especially galling to my fellow economists, even some of my colleagues. Alan Greenspan was still the chairman of the Federal Reserve in the United States, and had been so for the past 18 years. Some people regard the Fed chairman, with his all-encompassing ability to influence interest rates globally, as the most powerful man in the world.

This is perhaps an exaggeration, but Greenspan, who had actually been in the limelight for over three decades, was more than just a Fed chairman. Investors around the world came to worship him in the 1990s, as share markets broke record after record in many nations. Best-selling author Bob Woodward, who achieved celebrity writing about the Watergate scandal, declared Greenspan as the Maestro in 2000 in a book with the same title. Others were equally euphoric about him. Some called him a rare genius, the best economist ever; even Queen Elizabeth chipped in and knighted him in 2002 as Sir Alan Greenspan. Here I was, a mere professor at Southern Methodist University, who had the temerity not just to criticize him but call his policies self-serving and fraudulent. My book’s title shocked the people, who in turn mocked me without reading my facts and arguments. But sometimes one has to bear insults to bring out the truth.

Where did I learn my economics? The question makes me nostalgic and takes me back into the 1960s, when I was a masters’ student at the Delhi School of Economics. There I studied under luminary professors such as K. N. Raj, Jagdish Bhagwati, Amartya Sen, and India’s current prime minister, Manmohan Singh. They were great teachers and taught me the fundamentals of modern economics.

However, there was one other teacher, whose theories were remarkably different and unknown. He was not even at the Delhi School. I met him in Lucknow, at the time a rather small town in India. He was Shri Prabhat Ranjan Sarkar, a wonderful man of vast knowledge in many different areas. He had written books on history, economics and philosophy among others. Two points stood out in his theories. First, the foundation of prosperity is people’s purchasing power; second, rising inequality eventually destroys any economy.

I left India for the United States in 1966 to do a Ph. D., but Sarkar’s ideas stayed with me and followed me wherever I went. I studied classical economics, Keynesian thought, and numerous other schools, but none focused on what Sarkar had stressed. Finally, I decided to write about his ideas and introduce them to the world, because few paid attention to the gems he had offered. I wrote a number of books based on his theories, starting in 1978, but here I want to emphasize how his ideas enabled me to see through the vacuity and deception of Greenspan’s policies.

The Wage-Productivity Gap

Greenspan focused on company profits and labor productivity as the main engines of economic growth and prosperity. He believed that high profits generate high employment and high wages lead to joblessness. I will now show how this view is myopic and the sole cause of most of the economic travails afflicting the world.

Let me start with a universally acceptable statement. A healthy economy requires that there is a balance between supply and demand. Here supply means the production of goods and services offered to entire society, and demand means society’s demand for such things. Thus, economic balance requires that

Supply = Demand

Without this balance, there is either high unemployment or high inflation. The main source of supply is labor productivity, whereas the main source of demand is the real wage, or people’s purchasing power in Sarkar’s nomenclature. When productivity rises, production or supply goes up and when the real wage increases, consumer spending, and hence investment spending, go up. Because of this investment and new technology, productivity grows over time, which means supply rises over the years. Therefore, demand must also grow proportionately to maintain the economic balance, implying that the real wage must rise in proportion to productivity. However, Greenspan loved to see the rise in productivity but hated the rise in the real wage. He even wanted to abolish the minimum wage, and always argued against its rise, although relentless price increases in the United States had all but demolished its purchasing power. In this respect, the maestro had a lot of company, including the support of President George W. Bush and economic establishment. As a result, the U.S. minimum wage, which peaked at $10 per hour in 1969 in terms of 2008 prices, is now less than $7. Incidentally, the unemployment rate in 1969 was just 3.5 percent, among the lowest in US history.

If the real wage fails to grow as fast as productivity, then over time, a wage-productivity gap develops and

Supply > Demand

Then how do you maintain the indispensable economic balance? This is where the special genius of Greenspan, along with that of conventional economics, came into play. This is where liberal and conservative economists alike, some of them Nobel Laureates, preached their gospel and in the process failed the world.

There is another way through which demand can be raised—new debt. It is an artificial way, and cannot be used forever, but it can postpone the problem for a long time, while the potential economic imbalance builds and cumulates. From 1981 on, U.S. budget deficits, with Greenspan and company advising President Reagan, grew apace. Economists called it fiscal policy, but in reality it was a debt-creating policy. This is how the supply-demand balance was maintained in the presence of the rising wage gap. Thus, for a while, economic balance occurs when

Productivity growth = growth of the real wage plus debt

andThe_Global_Financial_Crisis

new debt = supply – demand

 

The Profit and Stock-Market Bubbles

Once productivity outpaces the real wage and debt fills the supply-demand gap, company profits skyrocket, because the entire fruit of rising productivity goes to capital income. However, these are debt-supported profits, because without this debt goods will be unsold and profits will fail to materialize. With rocketing profits come rocketing share prices, so everybody becomes happy and begins to dance. This is how Greenspan won the world’s adulation, and no one looked at the magical role played by debt.

Once federal debt began to sore in the United States from 1981 on, it took barely a year, before the Dow Jones Index (the Dow in short) began to rise. The Dow ended the year around 800, but climbed above 2,000 by mid-1987. It had taken the ballyhooed index about 100 hundred years to go past 1,000, but the next 1,000 came in merely two years. A grateful Reagan appointed Greenspan as the Fed chairman in August 1987, but two months later the maestro had to face the music of his own handiwork. The debt-built stock market bubble, founded by that debt-built profit bubble, crashed in the month of October. Greenspan had no idea of how the rising wage gap generates the supply-demand gap. Instead of focusing on wages, he turned to the other way of creating debt. He flooded the world with money and trimmed the interest rate to lure consumers into borrowing. New debt was now created with the help of fiscal policy as well as what economists like to call monetary policy. However, such euphemisms only mask the truth, which is that these policies solve the problem only by generating new debt.

With increasing use of computers and the Internet, productivity began to rise faster than before, while government policies restrained wage growth. So the wage gap continued to rise and actually accelerated. Not surprisingly, new debt played an even larger role during the 1990s. The government did not borrow as much as before, but the public did more than its share. The mushrooming U.S. trade deficit also made a contribution in this regard, because the rest of the world bought American government bonds with its trade surplus that resulted in its dollar hoard. Consequently, American interest rates remained low for a long time and lulled Greenspan and the fawning world into believing that his policies were actually responsible for the surface prosperity.

So the debt-and-stock-market party that had been derailed by the 1987 crash returned with a gusto. This time the world got drunk on the dot.com boom that took share markets to stratosphere, with the Dow crossing 10,000 in 1999. Still no one realized the crucial role played by new debt in the ever growing mania. For a variety of reasons, the US federal government enjoyed a budget surplus in 1999. Since the wage gap continued to rise, I became convinced that the budget surplus would soon generate a supply-demand gap and hence a crash in profits and share prices. That is when I wrote my book, The Crash of the Millennium, predicting that share markets would collapse in 2000 and beyond. This is exactly what happened, because in an environment of the growing wage gap, the moment debt stops growing, supply exceeds demand, over production results, profits tumble and share prices sink. The stock-market crash of 2000-2001 was the worst since the great crash of 1929.

 

The Housing Bubble

Somehow Greenspan loves bubbles. As the stock market plummeted in 2000, he panicked and slashed interest rates to depths that had not been seen since the depression of the 1930s. He knew consumer demand was inadequate but did not attribute it to the stagnant real wage. He would rather have the public spend money through borrowing than through higher salaries. Greenspan also encouraged people to use their home equity to secure loans and asked banks to lower their lending standards. The banks dutifully followed as they and their CEOs began to make bushels of money. Add to this his deregulation spree that freed banks to trade in the stock market, and bubbles started to emerge in home prices and credit markets. Soon the new bubbles bested even the dot.com balloon of the 1990s. Greenspan still had not realized that since debt cannot grow exponentially all bubbles burst in the end, and when they do the consequences are very painful.

I have just given you a capsule of Greenspan’s follies and policies; there is much more that cannot be presented in a brief article. But the main point is that the maestro succeeded in hiding the true consequences of his actions and tailored his advice to the ideology of whoever became the American president. In the process Greenspan contradicted his earlier policies, mainly to secure his reappointment as the Fed chairman by the incoming president. Today people realize that Greenspan is mostly to blame for the global crisis. In fact, the cable television channel CNN recently included him among the top 10 culprits responsible for the spreading fiasco, but the same CNN had once idolized the maestro.

Greenspan retired in January 2006 and was replaced by Ben Bernanke, who is no different from the former chairman. Mr. Bernanke is also unaware of the role played by sufficiently high wages in restoring economic balance. So he has rehashed Greenspan’s policies at even faster place, although it must be added in his defense that the current mess is not entirely of his making.

 

Where Are We Headed?

In The New Golden Age, I predicted that economic chaos would begin in 2007 with a housing meltdown in the United States, followed by a banking crisis and share price declines in 2008 and 2009. I now foresee that this crisis would last at least till 2010, and possibly longer. This is because conventional economists still do not understand the nasty economic effects of the wage-productivity gap, which has grown enormously all over the world. If the doctor does not diagnose the sickness properly, the patient has to suffer for a long time. That is why I am afraid the global financial debacle will turn into a steep recession and be the worst since the Great Depression, even worse than the painful slump of 1980-1982 that afflicted the whole world. I have offered a number of economic reforms deriving from the theory of the wage gap in my two books explored above, and it is possible to come out of the recession within a year, but alas conventional economists would not let us escape the looming disaster so quickly.

Yet all is not lost. There is an effulgent silver lining lurking behind the pal of dark clouds. Sarkar’s historical cycles that I have repeatedly used in my forecasts also show that eventually the world will see a wonderfully prosperous era enshrined in the new golden age. This, I feel, could happen by the end of the next decade.

*Prepared for St. Stephen’s College, Delhi.

by Ravi Batra
© November 15, 2008
Professor, Department of Economics
Southern Methodist University, Dallas, Texas 75275, USA


 

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PROUT e Povertà Mondiale

PROUT e Povertà Mondiale
Titolo originale “Prout and world poverty”
By Ravi Batra, economista.
09/09/2007


 Il Prof. Ravi Batra, noto economista presso la ‘Southern Methodist University’, Dallas, Texas (USA) e autore di molti bestseller, classificati dal New York Times, nel suo video messaggio di saluto alla Convention del Proutist Universal, ha sottolineato quali siano le cause della povertà mondiale, del divario salariale e del caos economico che incomberà sulle nostre teste nei prossimi 3-4 anni. Ha sottolineato come la corruzione politica sia la causa principale della povertà locale e mondiale, che documenta con dati alla mano. Prospetta una soluzione per eliminare la povertà in tutto il mondo.


RBatraBuon pomeriggio.
Miei cari amici dell’India e di ogni altro paese, sono sicuro che vi state godendo l’ospitalità e le idee che emergono da questa Convention. Avrei voluto essere presente fisicamente ma sfortunatamente l’anno accademico è già iniziato. Ho pensato di inviarvi questo messaggio, registrato. E una registrazione video casalinga, mio figlio mi aiuta e spero che sia chiara a sufficienza per comprendere quello che desidero esporvi.
Parlerò di “PROUT e la povertà mondiale”. Prout è una teoria il cui autore, mio maestro, è stato Prabhat Rainjana Sarkar. Ho molto rispetto per il mio maestro, ma questo non è il motivo per cui mi piace il messaggio del Prout; mi piace perché è logico, perché espande la mente e lo spirito e perché può risolvere i problemi mondiali.

Parliamo di povertà mondiale, quali sono le sue ragioni, le sue cause principali?. Sappiamo che c’è molta povertà in India, anche in Cina, in molti paesi dell’Africa, ma poche persone hanno realizzato che vi è molta povertà anche negli Stati Uniti. Secondo le statistiche ufficiali, circa 40 milioni di americani vivono al di sotto della linea di povertà. Questo significa che una parte di questi sono anche affamati. Cinque milioni di persone negli Stati Uniti saltano un pasto al giorno. Altri 5 milioni sono senza casa, non hanno un tetto sulla testa. La povertà in America è molto reale. Può essere diverso essere poveri negli Stati Uniti ed essere
poveri in India, comunque è sempre povertà, ed è presente negli USA come in molti altri paesi nel mondo, Australia e Canada compresi. La domanda è: perché? Qual’è la causa della povertà non solo nel Terzo Mondo, non solo nei paesi in via di sviluppo, e industrializzati, ma anche nelle economie avanzate?

La cosa interessante è che dopo un po’ di ricerche, analisi delle fonti di informazione e contemplazione personale, sono giunto alla conclusione che la principale causa della povertà è la corruzione politica, governativa. Il governo è l’unico responsabile per i propri cittadini, e nessun altro. Gli economisti parlano di continuo di carenza di capitali, di industrie, di nuova tecnologia, di risparmi, di educazione, parlano di altri fattori come responsabili della povertà. Queste sono in effetti le ragioni della povertà, ma devo dire che tutti questi fattori sono presenti negli Stati Uniti: gli USA hanno un’economia avanzata, industrializzazione avanzata, nuove tecnologie, internet, la rivoluzione informatica, massicci capitali, un’educazione avanzata; gli USA sono leader in molti di questi settori, tuttavia c’è così tanta povertà in America.
Se vogliamo guardare ad unico tratto comune che possa spiegare le privazioni, la carenza di beni per la gente comune in tutto il mondo, questo tratto comune è la corruzione governativa.
Voglio farvi un semplice esempio di come la corruzione causi povertà. Molte persone sanno che la corruzione genera povertà nei paesi in via di sviluppo, è un fatto ben noto, ma desidero spiegarvi come tale corruzione è responsabile anche della povertà nei paesi sviluppati.
Prendiamo per esempio il prezzo del petrolio, esso è aumentato drasticamente negli ultimi 2-4 anni, dal 2002 il prezzo del petrolio è salito vertiginosamente. La versione ufficiale, negli Stati Uniti, è che il prezzo del petrolio è aumentato perché è aumentata la domanda da parte di India e Cina e in parte dagli Stati Uniti stessi. Questa è la versione ufficiale.
Un’altra spiegazione che danno è che l’OPEC detiene il monopolio, l’Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio, mantiene alto il prezzo del petrolio. Vi dirò in definitiva che non è la scarsità di petrolio ma è il potere monopolistico dei produttori di petrolio, negli USA e nel mondo, la causa principale dell’aumento del prezzo del petrolio.
Perché questo potere monopolistico è la causa principale dell’aumento del prezzo del petrolio?

Ci sono state negli USA circa 2500 fusioni aziendali tra le compagnie petrolifere. Exxon e Mobil erano due diverse aziende, ognuna delle quali aveva profitti per circa 5 miliardi di dollari, all’inizio degli anni ’90.
Decisero che tali profitti non erano sufficienti e si fusero assieme. Ci sono leggi negli USA che impediscono questo tipo di fusioni, una legge che dice: Non è permesso ad aziende che hanno elevati fatturati di fondersi con altre aziende e se il governo non applica tale legge è corruzione amministrativa ufficiale.
Il governo accetta contributi, i candidati accettano contributi elettorali dalle compagnie petrolifere, e in ritorno passano delle leggi in loro favore o ignorano leggi che prevengano la fusione e questa non è altro che corruzione.
La domanda è come fanno queste fusioni ad aumentare il prezzo del petrolio? E’ vero che la domanda di petrolio sta aumentando, c’è una aumentata domanda da parte della Cina, India e Stati Uniti, ma è anche vero che l’offerta è aumentata. La teoria economica dice che se la domanda aumenta e aumenta anche l’offerta per soddisfare tale domanda, assolutamente non c’è aumento del prezzo. E’ vero la domanda di petrolio di Canada, Russia, Arabia Saudita è aumentata. Se guardate alla situazione della domanda e offerta globale, troverete che l’offerta aumenta di pari passo con la domanda.

Durante gli anni ’80 e ’90 non c’è stato aumento del prezzo del petrolio, il prezzo medio era di 25 dollari al barile, la domanda è salita anche in quel periodo, ma poiché anche l’offerta saliva, non vi è stato un grosso aumento, vi è stata una fluttuazione del prezzo del petrolio attorno ai 25 dollari.
Dal 2002-2003 l’offerta è aumentata per far fronte alla domanda, ma il prezzo è allo stesso tempo aumentato. Che succede, non c’è scarsità di petrolio nel mondo, se ci fosse stata scarsità materiale allora si potrebbe capire l’aumento del prezzo del petrolio. Negli anni ’70 c’è stata scarsità di petrolio a causa del monopolio dell’OPEC, in quel periodo si doveva fare la coda ai distributori di benzina per il pieno, ma trovate oggi nel mondo le file ai distributori per il rifornimento? Negli USA non lo ho mai viste, quindi non vi è scarsità di petrolio, perché allora il prezzo è così elevato? Quando due o più aziende petrolifere si fondono assieme, chiudono molti distributori di benzina e gas, non avete oggi tanti distributori come nel passato, la competizione diminuisce drasticamente tra i distributori al minuto e quando la competizione diminuisce il prezzo delle benzine aumenta. Sarete sorpresi, ho disegnato un grafico che riguarda il prezzo del petrolio e gli stock, l’inventario dei depositi di petrolio accumulati dagli USA. dal 1990 al 2006, potete vedere chiaramente che lo stock del petrolio greggio è rimasto stabile negli USA. Se ci fosse stata una domanda maggiore dell’offerta allora gli stoccaggi sarebbero diminuiti, è ovvio che se la domanda è molto maggiore dell’offerta lo stoccaggio diminuisce. Ma la quantità di petrolio a magazzino dal 1990 al 2006 è rimasta quasi invariata.

Ma guardate all’altra parte del grafico relativa al prezzo del petrolio dal 1990 al 2006. Dal 2002 al 2006 il prezzo del petrolio è drasticamente aumentato, non è aumentato molto dal 1990 al 2002, infatti ha avuto delle fluttuazioni, anche se gli stock, il magazzino, è rimasto più o meno lo stesso.
Quest’anno lo stock di petrolio grezzo è aumentato del 10%, tuttavia oggi il costo di un barile è di 75 dollari contro i 25 dollari del 1990. Questo ci dimostra che la causa dell’aumento del prezzo del petrolio non è la scarsità ma qualche cosa d’altro, credo sia il potere monopolistico esercitato dalle compagnie petrolifere.

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Qualcuno pensa che il prezzo del petrolio sia aumentato perchè i costi di produzione sono aumentati, certamente è difficile scoprire nuovi giacimenti e costa molto la ricerca di nuovi pozzi, per questo forse i prezzi sono aumentati. Se fosse stato questo il motivo, i prezzi del petrolio sarebbero diminuiti. E’ una semplice regola dell’economia: se i costi di produzione aumentano, i profitti delle compagnie petrolifere diminuiscono. Ma sappiamo che cosa è successo ai profitti petroliferi. Exxon e Mobil assieme avevano profitti per 10 miliardi di dollari all’anno, oggi sono 40 miliardi all’anno. Se i costi di produzione sono aumentati i profitti sarebbero diminuiti. Questa perciò non è la vera causa.

Qualcun altro afferma che vi sono tensioni nel sud est asiatico, nel mondo arabo e questa è la causa dell’aumento del prezzo del petrolio. Ma chiedo: vi è stata qualche occasione negli ultimi 30-40 anni in cui non vi sia stata tensione nel Medio Oriente? C’è sempre stata tensione nel Medio Oriente, per quello che mi ricordo, perchè il prezzo del petrolio è aumentato ora e non allora?

C’è una sola ragione per questo: il prezzo del petrolio aumenta perchè le compagnie petrolifere hanno dato contributi elettorali alle campagne elettorali al governo USA e il governo in cambio non applica le leggi antimonopolio, non applica la legge contro le fusioni aziendali e per questo la competizione, nell’industria petrolifera, è quasi scomparsa, il prezzo del petrolio aumenta e molto velocemente.

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L’etica in economia, paga?

Estratto da “Greenspan’s Fraud, Ravi Batra, Palgrave, Macmillan, 2005.


La politica eonomica onesta, non paga, affermavano alcuni banchieri e imprenditori. Alla luce degli effetti disastrosi di una politica economica sbilanciata e atta a favorire poche persone nel mondo (globalizzazione), viene da chiederci se una politica economica etica è in grado di ristabilire gli equilibri e garantire a tutti le necessità fondamentali per una vita dignitosa. Prendiamo a prestito alcuni paragrafi, dell’economista Ravi Batra, che rispondono ineludibilmente a questa spinosa DOMANDA. I grafici e le serie storiche prendono in considerazione l’economia USA, ma sono un esempio di approccio anche per la nostra economia italiana.


Una politica economica etica

greenspans_fraudIl verdetto della storia dice che l’etica funziona e che l’inganno studiato per favorire gli interessi di pochi non funziona. Le politiche etiche danno diretti benefici ai poveri, alla classe media mentre le politiche ingannevoli favoriscono direttamente i ricchi in nome di benefici diretti verso i poveri e la classe media. Le azioni etiche generano un’innalzamento (trickle-up) della prosperità, mentre le azioni ingannevoli l’abbassano. Innalzamento o trickle-up significa che, da queste politiche, ne beneficiano innanzitutto i poveri, poi la classe media e poi i ricchi. Abbassamento o trickle-down, al contrario, significa che i ricchi ne beneficiano al massimo grado, possibilmente seguiti dalla classe media e dagli indigenti.

Le prescrizioni etiche mantengono un basso peso delle tasse per i poveri e per la classe media, mentre le politiche non etiche trasferiscono il peso delle tasse dai ricchi ai poveri e alla classe media. Idee etiche mantengo elevata la domanda aggregata attraverso elevati livelli salariali, che nascono dalla libera impresa, mentre le pratiche ingannevoli tendono a rinvigorire la domanda attraverso la generazione di debito. Delle misure etiche ne beneficiano la stragrande maggioranza dei cittadini, mentre misure non etiche beneficiano pochi e tormentano i molti.

Prendiamo ad esempio, negli Stati Uniti, il periodo tra il 1950 e il 1960, quando un elevato livello di sviluppo coesisteva con una tassazione individuale da confisca, a livello del 90% per i redditi più elevati, ma mai, al di sotto del 70%. Quegli erano i migliori giorni della politica economica etica. Le imposte sul valore aggiunto raggiungevano il 2%, mentre le tasse della Sicurezza Sociale, per il singolo lavoratore, toccavano raramente il 3% sui primi 5000$ di reddito.

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Tabella 7.1 pag. 174 – Tasse impresa, Tasso di sviluppo, Tassa sul reddito massimo

Il sistema di tassazione era estremamente progressivo (progressivo significa maggiori tasse per i redditi elevati e minori per i redditi bassi), negli anni ’50 e ’60. In aggiunta il salario orario minimo era di 1,24 dollari che, ai prezzi del 2004, significano circa 8 dollari. Una politica economica altamente ‘etica’. Era stata pensata per dare un reddito adeguato per la sopravvivenza dei lavoratori non specializzati e minimizzare il peso per coloro che avevano meno possibilità di pagare le tasse. Ha prodotto vasti benefici per la società. Il tasso di crescita era del 4% annuo negli anni ’50, e del 4,4% negli anni ’60, anche senza il tesoretto della rivoluzione informatica. I salari reali aumentavano per tutti al tasso annuo del 2,5%; il debito dei consumatori, delle aziende e del governo era estremamente basso. La disoccupazione scese, nel 1969, al 3,5%.

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 Gli effetti di politiche economiche non etiche

Vediamo ora quali sono state le conseguenze delle politiche economiche non etiche, come la ‘Greenomica’ (la politica economica di Greenspan, presidente della FED per 20 anni di seguito). Dal 1981 al 1983 il sistema di tassazione diventò estremamente regressivo (regressivo significa maggiori tasse per i redditi bassi e minori per i redditi elevati), ed è rimasto così fino ad oggi. Oggi la tassazione individuale è del 6,2% su redditi base di 87.900$, associata ad una tassa per servizi sanitari dell’1,45%. In totale le tasse cosiddette per la Sicurezza Sociale sono molto più elevate rispetto agli anni ’50 e ’60. Si può notare come queste enormi tasse pesino sulle spalle dei poveri e del gruppo con reddito-medio. La tassa sul reddito massimo (top-bracket) è oggi del 35%, mentre i capital gains e i dividenti raramente vengono tassati. Il sistema di tassazione regressivo, sarà ancora più regressivo in futuro, poiché diminuiscono a livello federale le entrate fiscali e si alzeranno quelle imposte dai singoli stati per compensare la perdita degli aiuti federali (in Italia passaggio di contributi tra Stato e Regioni).
tavola_wageChe cosa ha da mostrare la Greenomica per il 2004? Un deficit della bilancia commerciale di circa 600 miliardi di dollari? Un budget federale oltre i 400 miliardi di dollari? Un debito federale oltre i 6 trilioni di dollari, comparato a soli 366 miliardi di dollari del 1969? Un livello di debito che è circa il doppio del PIL?Un debito netto in ecesso di 3 miliardi di dollari rispetto ad un avanzo del 1969? Un tasso di disoccupazione del 5,5%. Un reddito netto dell’80% degli americani, circa ¾ del livello di reddito degli anni ’60? E, inoltre un reddito dei Manager che è di diverse centinaia di volte superiore al reddito base da produzione di un lavoratore, comaparato alle circa 40 volte degli anni ’60. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che i CEO oggi sono proprietari del governo e della politica economica. (Grafico 10.2 pag. 222)

Il livello di caduta del salario minimo orario è incredibile. Nel 1968 il salario orario minimo era di 1,60$. Poiché il costo della vita è aumentato di circa 5 volte, l’equivalente salario orario minimo di oggi dovrebbe essere di 8 dollari, mentre quello attuale di 5,5$ ora.

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Tabella 8.1 pag. 188 – Relazione tra salario minimo e disoccupazione

Ciò significa una diminuzione del salario minimo orario del 36%. Inoltre le tasse per la Social Security nel 1968 erano del 4,4% mentre oggi sono del 6,2%. Quindi il salario annuale netto, a parte le tasse, è diminuito di circa il 40%.

Questo è il lascito della Politica Economica di Greenspan (Greenomica), un effettivo calo del salario minimo di due terzi rispetto agli anni ’60. Ci sono 30 milioni di americani il cui reddito è legato al salario minimo; il resto, circa 80 milioni hanno un reddito indirettamente legato al salario minimo. Il salario reale di questi lavoratori/trici è stato decurtato al di là di ogni immaginazione. Non preoccupa il fatto che i consumatori hanno debiti fino al collo, risparmiano un minuscolo 2% del reddito, e a causa di un indebitamento record, non riescono a generare una domanda sufficiente per dare lavoro a tutti coloro che lo cercano.

Estratto da “Greenspan’s Fraud, Ravi Batra, Palgrave, Macmillan, 2005, p. 243-244

Traduzione: Tarcisio Bonotto